Concordia, ordine e compimento. La pace come ponte tra Cielo e Terra
di Luigi Alici
Agostino assegna centralità alla «unione dei cuori»,
nel comandare e nell’obbedire.
Dalla famiglia (domus) alla città (urbs), al mondo (orbis) e all’universo (mundus )

Nel secondo libro della Città di Dio Agostino, in dialogo con Cicerone, aveva accolto una concezione “sostantiva” (come si direbbe oggi) del popolo e dell’istituzione pubblica: la “cosa pubblica” come “cosa del popolo”. Restava tuttavia qualche perplessità nel fondare la res publica , insieme a Cicerone, incrociando accordo giuridico e comunione d’interessi: proprio in nome del primato pubblico della giustizia, come ritenere giusto un popolo che anteponga dèi falsi e bugiardi all’unico vero Dio? Ma tutto questo non finirebbe per delegittimare l’identità stessa del popolo romano? Perciò il problema resta aperto, con la promessa di un approfondimento (2,21), che arriva a distanza di circa un decennio, nel libro XIX, dedicato al primato del sommo bene e a una riflessione organica intorno alla pace.
In quanto abbraccia cielo e terra, la pace offre l’introduzione migliore all’ultima sezione dell’opera, che affronta i temi escatologici della risurrezione finale, della dissoluzione eterna della città terrena e della ricomposizione gloriosa della città di Dio. Nella pace, intesa come “tranquillità dell’ordine”, si riflette l’intero ordine del creato, che tuttavia resta affidato alla fragile libertà della creatura umana, ferita dal peccato. In tale contesto viene ripensato anche il rapporto tra giustizia e amore. Per un verso, dopo aver affermato che un potere senza giustizia, capace di calpestare con la violenza popoli inermi, è un grande latrocinium (4,6), Agostino ribadisce senza mezzi termini che la pace è opera della giustizia (19,27). Per altro verso, approfondendo il nesso tra pace e amore in una prospettiva di partecipazione al sommo bene, Agostino ora può onorare la sua promessa, con un coraggioso passo avanti rispetto a Cicerone: «Si può però definire il popolo in un modo diverso», intendendolo come «l’unione di una moltitudine razionale che si associa nella concorde comunione delle cose che ama”» (19,24).
Assegnando alla concordia (letteralmente “unione dei cuori”) quella centralità strategica che Cicerone attribuiva alla forma giuridica della giustizia, è come se il discorso facesse un passo indietro, dal piano esteriore della legge al piano interiore della concors communio . È la partecipazione a un bene comune condiviso a “sostanziare” l’unità e l’identità del popolo, che «sarà migliore o peggiore a seconda che sia migliore o peggiore l’oggetto della sua concordia» (19,24). La «concordia dei cittadini nel comandare e nell’obbedire» è il nome della pace sociale, che può ordinare tutti i gangli della vita di relazione, che si espandono dalla famiglia ( domus ) alla città ( urbs ), al mondo ( orbis ) e all’intero universo creato ( mundus ).
La concordia, raccomandata in modo accorato anche nella vita ecclesiale, entra quindi nell’ordine dell’amore secondo un’ampia scala di approssimazione al bene. Pur senza fare sconti, Agostino entra in dialogo con il mondo romano, che non solo aveva venerato la Concordia come divinità pubblica, ma aveva plasmato il proprio immaginario sociale nel segno di un amor civicus che prevaleva sugli interessi privati, a differenza di una sfrenata passione del potere ( libido dominandi ), da condannare invece come fonte di discordia, presupposto di ogni schiavitù (1,30), in cui si esprime la tentazione diabolica della civitas terrena (14,28). La distinzione può aiutare anche noi: non dobbiamo confondere un amore di sé, disordinato e vizioso, con un amore imperfetto, che compie solo passi timidi e stentati verso una concorde partecipazione a un ideale condiviso.
La pace terrena è dunque punto di arrivo nella minima aspirazione naturale di ogni popolo e insieme punto di partenza nella massima tensione unificante della Gerusalemme celeste. La proiezione escatologica, che disegna l’architettura di questi ultimi libri, emerge oltre l’ambivalenza del divenire: il senso di una insuperabile incompiutezza storica, esemplificata attraverso una severa rassegna dei pericoli che insidiano la vita sociale – dalla fallibilità della giustizia alle divisioni dei popoli e alle guerre, manifestandosi persino nella fragilità dell’amicizia – convive con il richiamo alla bontà della creazione, che si esprime in un inno alla bellezza e armonia di tutti i corpi creati, fra i quali eccelle la vita personale, con i suoi innumerevoli doni naturali, intellettuali e spirituali. I cristiani condividono con tutti questa invincibile ambivalenza, certi che la promessa di una nuova era non potrà compiersi storicamente: gli “ultimi giorni”, iniziati con il periodo apostolico, termineranno solo con il ritorno del Signore. Soltanto alla fine dei tempi si potrà godere «la vera pace […] equivalente alla società che ha il massimo di ordine e di concordia nel godere di Dio e nel godere reciprocamente in Dio» (19,17).
L’annuncio di cieli nuovi e terra nuova illumina in particolare l’ultimo libro, con una difesa appassionata della fede cristiana nella resurrezione dei corpi, contro le obiezioni dei platonici: perché mai accettare che l’anima sia legata a un corpo terrestre, rifiutando poi che possa essere innalzata al livello di un corpo celeste (22,4)? La resurrezione dei corpi si fonda sulla resurrezione di Cristo: come Cristo si è conformato a noi nella condizione mortale, così noi ci conformeremo a lui nella immortalità (22,16). Della corporeità – maschile e femminile – sarà mantenuta la natura fondamentale, nella sua più alta bellezza e armonia, liberata dalle passioni e dalla corruttibilità. Nelle ultime pagine, in particolare, discostandosi da Ambrogio e Girolamo, si fa strada come valde credibile la possibilità di vedere Dio non solo con l’intelligenza ma anche con gli occhi del corpo risorto: «nella più nitida chiarezza, tramite i corpi che avremo e che vedremo, dovunque si volgeranno gli occhi vedremo Dio, che è presente dovunque e che governa anche tutti i corpi» (22,29,6).
La comunione, da cui tutto ha preso forma, non può che essere anche sommo compimento: Gerusalemme è la forma perfetta di visio pacis , di realizzazione della libertà in un’armonia finalmente riconciliata fra vita personale e concorde comunione, che è stata l’utopia e la croce di tante filosofie e ideologie politiche, oggi sopravanzate da un tristissimo e non meno alienante adescamento consumistico. In una società fatta di “affitti brevi” e di sguardi corti, quelle pagine continuano a scuotere in tutti – credenti e non credenti – ogni rassegnata afasia escatologica: «quella città avrà una volontà libera, una in tutti e inseparabile in ciascuno; liberata da ogni male e ricolma d’ogni bene, godendo indefettibilmente nella letizia dei gaudi eterni» (22,30,4). «Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Questo sarà alla fine e non avrà fine!» (22,30,5).
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