Il rischio di cambiare anche noi stessi

Nel tentativo di difendere l’Europa dai migranti, potremmo finire per stravolgere ciò che rende l’Europa degna di essere difesa. Per risolvere un problema reale, potremmo finire per assuefarci all’arbitrio, alla violenza e alla disumanizzazione di chi bussa alle nostre frontiere
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August 14, 2026
Il rischio di cambiare anche noi stessi
Migranti a Ceuta /Epa
Il violento scontro degli ultimi giorni sul tema dei migranti ha portato ancora una volta alla ribalta la preoccupante incompiutezza dell’Unione Europea. Da anni il fenomeno migratorio è un nodo irrisolto che mette a nudo una delle tante contraddizioni di un mondo che si pensa interconnesso, ma che rimane caratterizzato da enormi disuguaglianze. Mentre capitali, merci, informazioni e immagini debbono circolare liberamente, la mobilità umana si vuole sempre più rigidamente regolata. Così, mentre modelli di consumo e aspettative di benessere sono proiettate ovunque, ci si stupisce quando milioni di persone cercano di raggiungere i luoghi in cui quelle promesse sembrano realizzarsi. Un fenomeno aggravato dalle crisi geopolitiche, dalle guerre, dalla cronica instabilità di tanti sistemi politici, dagli squilibri demografici, dai cambiamenti climatici. Le persone si muovono perché il mondo intero risente di una trasformazione accelerata.
Ovviamente, un’apertura indiscriminata non sarebbe né economicamente né politicamente sostenibile. Il bisogno di regolare gli ingressi, di organizzare l’accoglienza, di favorire l’integrazione e di chiedere il rispetto delle proprie leggi é fuori discussione. D’altra parte, è altresì chiaro che pensare di arrestare questi processi semplicemente chiudendo i confini comporta un costo altissimo. Per essere davvero efficace, una politica di questo tipo deve infatti spingersi fino a contraddire alcuni dei tratti fondamentali della stessa cultura europea: lo Stato di diritto, l’universalità dei diritti, la dignità di ogni persona, la protezione di chi fugge da guerre e persecuzioni. Il rischio è evidente: nel tentativo di difendere l’Europa dai migranti, potremmo finire per stravolgere ciò che rende l’Europa degna di essere difesa. Per risolvere un problema reale, rischiamo di cambiare noi stessi, assuefacendoci all’arbitrio, alla violenza e alla disumanizzazione di chi bussa alle nostre frontiere.
La contraddizione è resa ancora più stridente dal fatto che l’Europa invecchia, la popolazione in età lavorativa diminuisce e interi settori economici non trovano più la manodopera necessaria. Un flusso regolato di immigrati costituisce una risorsa di cui non possiamo fare a meno. E così, mentre si alimenta la paura dell’invasione, di fatto si utilizzano milioni di lavoratori stranieri, per lo più nei lavori più faticosi e meno pagati. Col risultato di creare una società divisa e lacerata. Più che una politica migratoria, una combinazione di retorica e sfruttamento.
Siamo, insomma, dentro una contraddizione dalla quale non riusciamo a uscire. E non ne usciamo perché manca una visione di lungo periodo. Una politica europea della migrazione dovrebbe avere al proprio centro una politica estera all’altezza di questo nome, soprattutto verso l’Africa. Ma questa politica non c’è. Esistono iniziative limitate dei singoli Paesi, come il Piano Mattei italiano, accordi contingenti e finanziamenti destinati soprattutto a bloccare le partenze. Ma dov’è la politica europea verso la Libia, la Tunisia, il Marocco, il Mali o l’Etiopia? Qual è il progetto dell’Unione per il Mediterraneo e per il continente africano? La trama complessa delle relazioni internazionali continua a essere tessuta dagli Stati Uniti, dalla Cina e dalla Russia, che pure ha dimensioni economiche e demografiche assai inferiori a quelle dell’Unione. L’Europa, invece, sembra una comparsa che finanzia progetti, produce regolamenti e negozia accordi commerciali, ma fatica a esprimere una chiara volontà politica. Eppure, una strategia comune è quanto mai urgente. 
Per uscire dalla contraddizione sopra richiamata, servono canali di ingresso legali, investimenti, accordi di formazione e lavoro, politiche d’integrazione, una tutela effettiva del diritto d’asilo e un contrasto realistico alle reti criminali. Soprattutto, occorre riconoscere i Paesi africani come interlocutori politici, non semplicemente come guardiani ai quali affidare il contenimento dei migranti. Magari stringendo patti con regimi assai poco affidabili. È grave che questa mancanza di visione non si limiti alla questione migratoria. La si riscontra, ad esempio, anche per i temi dell’Intelligenza artificiale, rispetto alla quale l’Europa è in ritardo nel delineare le coordinate del futuro economico, produttivo e sociale che intende costruire. Così come per la sostenibilità, dove, dopo il Green New deal, ampiamente criticato e dimenticato, si va in ordine sparso. Non si tratta dunque di dire retoricamente se si vuole più o meno Europa. L’interrogativo da porsi è come fare emergere un punto di vista europeo sul mondo, in grado di indicare una direzione di senso con le relative priorità e responsabilità. Senza questo salto politico, l’Europa continuerà a inseguire le emergenze. E ogni nuova crisi renderà più evidente la distanza tra il suo enorme potenziale e la sua persistente irrilevanza.

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