Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un riconoscimento per tutta l'infanzia in guerra

Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi
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August 12, 2026
Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un riconoscimento per tutta l'infanzia in guerra
Bambini a Khan Yunis, nel sud della Sriscia di Gaza / EPA/HAITHAM IMAD
Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».
Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.
La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.
Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato.

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