Il filosofo Davide Assael: «Gli appelli polarizzano l'opinione pubblica, no a divisioni su Gaza»
di Diego Motta
Il fondatore dell'associazione culturale Lech Lechà, di origine ebraica, spiega perché non partecipa alla petizione: «Resto favorevole al riconoscimento della Palestina, ma non dimentichiamo i piccoli del resto del mondo»

«È il momento di unire» sostiene Davide Assael, filosofo italiano di origine ebraica e fondatore dell’associazione culturale Lech Lechà, da sempre in campo per il dialogo tra i popoli. Un anno fa di questi tempi, con la strage umanitaria in corso nella Striscia, si era detto favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina, come «strumento di pressione diplomatica nei confronti di Israele». Oggi ribadisce che «quella è l’unica soluzione possibile, lo sostengo da sempre». Assael non aderisce però all’appello lanciato da Eugenio Mazzarella su queste pagine, «perché - spiega - se nel merito non posso che essere vicino alla sensibilità profonda della petizione per il Nobel a favore dei bambini di Gaza, nel metodo sono molto più scettico».
Per quale ragione?
Perché gli appelli rischiano di polarizzare l’opinione pubblica e normalmente non riescono a incidere sui processi politici e a esercitare una vera pressione sui governi. Personalmente, pur essendo stato chiamato in causa diverse volte e su varie questioni, faccio fatica a sottoscrivere questi documenti. Ad appello, poi segue quasi sempre un contro-appello, di spirito contrario. Detto questo, sono d’accordo sul fatto che lo stallo in cui è piombata la Striscia si sta ripercuotendo in modo evidente sui più fragili, dai bimbi agli anziani.
La comunità ebraica di Milano, con il suo presidente Walter Meghnagi, ha criticato questa mobilitazione, parlando addirittura di «apartheid morale». Che ne pensa?
Meghnagi è certamente una figura divisiva, ma le sue parole in questo caso sono comprensibili. Già nei mesi scorsi la comunità ebraica si era spaccata quando si evocò la pulizia etnica per quanto stava accadendo dopo il 7 ottobre. Ripeto: la solidarietà e la vicinanza per la sofferenza del popolo palestinese sono fuori discussione, ma il rischio di un doppio standard c’è. Perché non si fa nulla sui piccoli del Sudan, dello Yemen, del Congo, sul dramma della fame in scenari ancor più tragici?
Quali possono essere allora gli strumenti più adatti per impedire, come sta invece purtroppo accadendo, che su Gaza sprofondi l’abisso del silenzio?
Penso alla promozione di idee dal basso, che è un meccanismo difficile intorno al quale però si possono riunire mondi diversi. La qualità del dibattito è importante e occorre una maturazione dell’opinione pubblica. Dividersi non aiuta, al contrario. Si parla del tema per qualche giorno e poi si finisce per archiviare tutto. Più in generale, sconforta il fatto che la questione palestinese venga sfruttata per puro posizionamento interno.
Eppure un anno fa la mobilitazione internazionale delle piazze contro i bombardamenti a tappeto di Netanyahu almeno portò a una tregua.
È vero. Qualche passo avanti da allora è stato fatto, come dimostra l’avallo dato dall’Onu al controverso Board of Peace. Al netto di tante storture trumpiane anche di tipo privatistico, al momento non si vedono piani alternativi. Oggi servirebbe un’azione analoga contro i raid dei coloni in Cisgiordania, ma tutto sembra paralizzato dallo scenario interno di Israele, ormai proiettato verso le elezioni. E Netanyahu, per cui molti ebrei compreso il sottoscritto nutrono profonda antipatia, è sempre alla ricerca di qualche scalpo da portare in dote agli elettori.
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