Angela e Jolanda, biotecnologhe dagli Usa all'Italia: non eravamo “cervelli in fuga”, siamo partite per tornare

Dagli States a Monza per studiare le leucemie infantili: «In Italia la ricerca è eccellente, ma gli stipendi sono fermi»
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September 26, 2026
Angela e Jolanda, biotecnologhe dagli Usa all'Italia: non eravamo “cervelli in fuga”, siamo partite per tornare
Angela Savino
Non si percepiscono come “cervelli in fuga” ma come giovani volenterose di fare esperienza nei migliori centri di ricerca esteri, tra Israele e gli Stati Uniti. Sono partite, con un dottorato in Biotecnologie in tasca, e sette anni dopo sono tornate cariche di esperienze importanti ma con il desiderio di vivere in Italia. Jolanda Sarno e Angela Savino sono due ricercatrici del Centro Tettamanti di Monza, che da 30 anni porta avanti la ricerca sulle leucemie infantili, in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca, e nelle prossime settimane inaugurerà una nuova torre di dieci piani. Entrambe hanno vinto un bando dell’Airc per il rientro di studiosi con esperienza internazionale. La scelta di tornare è stata dettata da una doppia motivazione: personale e professionale. Nonostante le risorse limitate rispetto ad altri Paesi, la ricerca italiana è competitiva, e caratterizzata da un grande equilibrio tra l’assistenza e la ricerca di base, grazie anche al convinto sostegno delle associazioni. Un equilibrio che si estende anche al rapporto tra vita privata e lavoro. Da un lato la competizione tra colleghi tipica degli USA è fonte di stimolo e favorisce la valorizzazione dei talenti. Dall’altro, il suo eccesso, anche in conseguenza dell’isolamento sociale portato dalla pandemia Covid-19, e dall’instabilità istituzionale portata dall’amministrazione Trump, può minare la collaborazione e portare uno scollamento dai bisogni della gente. Certo, se si parla di stipendi il divario tra i due Paesi è scoraggiante, e un certo ridimensionamento economico è stato il prezzo da pagare.
Allargando lo sguardo, una recente ricerca del Cnel testimonia come le donne siano ormai il 46,6% dei giovani che lasciano l’Italia in cerca di fortuna. Sperano di trovare all’estero quelle possibilità che da noi non trovano, e rispetto ai colleghi sono meno disposte a tornare indietro: il 38,6% si vede ancora fuori dal proprio Paese tra cinque anni. Nonostante ciò, secondo uno studio dei consulenti del lavoro, coloro che scelgono di rientrare sono in crescita, circa il 40% di chi parte, contro il 26% di appena qualche anno fa. L’esperienza all’estero insomma è diffusa, ma non è necessariamente una scelta per la vita.
La verità è chi parte lo fa spesso sull’onda dell’entusiasmo non pensando che sarà per sempre. «Sono partita a 30 anni perché stavo lavorando ad una ricerca sulle leucemie e la sindrome di Down e volevo apprendere nuovi approcci in un centro di eccellenza» spiega Angela. Prima destinazione Tel Aviv, quattro anni dopo New York, al Memorial Sloan Kettering Cancer Center. Il suo rientro è stato possibile non solo grazie al bando Airc che supporta gran parte della sua ricerca corrente, ma anche dal Programma Levi-Montalcini del Miur che ha consentito il suo inserimento presso l’Università di Milano-Bicocca, come ricercatrice. Oggi è professoressa associata e guida uno degli otto gruppi di ricerca del centro Tettamanti. «Tra il 2015 e il 2019, in Israele sono stata accolta molto bene, anche perché non sono tanti i ricercatori stranieri che scelgono di affrontare la complessità di questo Paese. A New York, tutto è più rapido e competitivo, ma sentivo il bisogno di un maggiore equilibrio quando nel 2022 ho scelto di tornare in Italia».
La ricercatrice Jolanda Sarno, rientrata dalla Stanford University a Monza
La ricercatrice Jolanda Sarno, rientrata dalla Stanford University a Monza
La storia di Jolanda è simile: è volata alla prestigiosa Stanford University in California a 28 anni per completare il suo dottorato e ci è rimasta per lavorare. Tre anni fa ha deciso di rientrare per proseguire il suo percorso come ricercatrice in Italia. «La mia esperienza negli Stati Uniti ha di gran lunga superato le aspettative. Ho avuto la possibilità di sviluppare competenze scientifiche avanzate e di lavorare in un ambiente internazionale che in Italia non c’è. Ma da subito ho pensato che non avrei vissuto per sempre lì, ho sempre desiderato tornare nel mio Paese». Entrambe consigliano ai giovani laureati di fare questa esperienza. «È estremamente formativa soprattutto per chi fa ricerca, e consente di creare connessioni durature» spiegano. Il principale ostacolo al rientro in Italia rimane il divario salariale. «Pur considerando il costo di vita elevato, specialmente nelle grandi aree urbane, all’estero la progressione di carriera e salariale è più rapida e maggiormente in linea con il percorso professionale e l’impegno profuso». Il desiderio di tornare in Italia è però stato più forte di tutto il resto e spesso non è soltanto una scelta individuale «Due anni dopo è tornato anche il mio compagno - chiosa Angela - anche lui italiano all’estero e assieme stiamo affrontando questo ritorno, anzi questo nuovo inizio».

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