A Gaza, i corpi delle donne non resistono più: triplicati gli aborti spontanei

«È un dolore che non andrà mai via», racconta Fathya Dardouna, 27 anni. Ha perso un bambino, poi ha visto morire il figlio nato prematuro: «Gli ospedali non avevano più i farmaci per curarlo»
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August 14, 2026
Due donne camminano di spalle. Sullo sfondo, tende
Due donne a Khan Younis, nella Striscia di Gaza / Afp
Il corpo fa quello che può, resiste finché riesce. Tra i colpi della guerra, la fame, i traumi e l’assenza di cure, alla fine il corpo cede. Accade alle madri in gravidanza e accade ai loro bambini, fin nei primi istanti di vita. Fathya Dardouna, 27 anni, sfollata per quindici volte, ora vive in una tenda a Khan Yunis. Prima del 7 ottobre 2023, studiava ostetricia all’università e lavorava per pagarsi le cure per la fertilità. Da anni cercava di rimanere incinta e quando la guerra è cominciata aspettava un figlio da poco. «L’aborto spontaneo è avvenuto alla venticinquesima settimana. È accaduto il 14 novembre del 2023. Era una bambina», racconta ad Avvenire. Dopo la prima gravidanza finita male, mentre bombardamenti e operazioni militari proseguivano, è arrivato il secondo dolore. «Lo stress, la paura, la mancanza di beni di prima necessità e l’ambiente ostile hanno influito sulla mia salute fisica ed emotiva. Eppure, malgrado le difficoltà, mi sono aggrappata alla speranza». Il 27 dicembre scorso, a trenta settimane dal concepimento, ha partorito Mohammed. «Le strutture di terapia intensiva neonatale, però, non erano abbastanza attrezzate per occuparsi dei prematuri. Il mio bambino necessitava di cure specialistiche e di un farmaco vitale che non era disponibile. Ricordo bene i momenti in cui faceva fatica a respirare, aveva bisogno di ossigeno, ma l’ospedale non ne aveva». Così Mohammed è morto. «È stato un momento straziante. Era il figlio che avevo atteso per sei anni. Perderlo in quelle circostanze è stato un dolore che porterò con me per sempre».
Aborti spontanei, parti prematuri, neonati che non sopravvivono. I dati del ministero della Salute della Striscia, dell’Onu e dei partner per l’assistenza umanitaria sul terreno testimoniano l’impatto pesante della guerra sulle madri gazawi. In sei mesi, tra gennaio e giugno 2026, a Gaza sono stati oltre 3.950 i casi di aborto spontaneo registrati nel Bayan Dashboard, la piattaforma ministeriale sulla salute riproduttiva che riunisce i dati dei partner operativi nella Striscia. Il report dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli affari umanitari (Ocha), che il 23 luglio ha diffuso le cifre, sottolinea come «gli indicatori relativi alla salute sessuale e riproduttiva abbiano continuato a deteriorarsi nella prima metà del 2026, riflettendo gli effetti cumulativi della crisi, degli sfollamenti, dell'insicurezza alimentare e del degrado dei servizi sanitari essenziali».
Il tasso di aborti spontanei ha raggiunto i 208,5 ogni 1.000 nati vivi, il triplo rispetto alla seconda metà del 2025. Ad aprile si è toccato il picco di 377,3, ma il sospetto è che si tratti di un brusco incremento dovuto solo al maggior monitoraggio, e che nel 2024 e nel 2025, in piena guerra, molti aborti non venissero rilevati. Intanto, i parti cesarei hanno rappresentato il 49,2% di tutte le nascite, «per interventi di emergenza su donne giunte in ospedale in condizioni critiche». Emorragie, ipertensione e infezioni hanno rappresentato il 92% delle complicanze materne. «So di altri casi simili, tra le donne che conosco, e in ospedale ho visto molte famiglie attraversare situazioni difficili», assicura Fathya Dardouna. «Alcuni medici dicono che è per le sostanze inalate dai rottami dei missili. Noi, però, continuiamo a credere nella possibilità di ricostruire le nostre vite. Vorrei rimanere incinta di nuovo, il prima possibile».
Se Fathya guarda avanti, la speranza di diventare madre è invece svanita per Shimaa Aldasouqy, originaria di Jabalia, che ad Avvenire risponde dal Governatorato Centrale dove ora è sfollata. «Prima della guerra lavoravo in una compagnia di telecomunicazioni, mi occupavo di assistenza ai clienti. Ora purtroppo non ho più niente e vivo in una tenda». In gravidanza ha vissuto un periodo di carestia. «Niente cibo né acqua potabile. Facevamo fatica anche a lavarci», ricorda. «Sono rimasta incinta due volte di seguito e purtroppo ho avuto due aborti spontanei». Dopo questi due dolori, il terzo. Suo marito è rimasto ucciso in un attacco. Perché a Gaza i lutti si sovrappongono ad altri lutti, i dolori nuovi a quelli vecchi. Secondo il ministero della Salute locale, a luglio sono stati documentati oltre 150 nuovi decessi, di cui decine di civili. È il bilancio mensile più alto da inizio anno. Dal cessate il fuoco di dieci mesi fa, 1.257 palestinesi sono stati uccisi. Nemmeno la fame si è placata del tutto. L’Ocha riferisce di un’indagine condotta a giugno dai partner del Nutrition Cluster. Il 7,2% delle donne in gravidanza o allattamento presentava ancora malnutrizione. «Sebbene la bassa prevalenza di casi acuti sia incoraggiante, non dovrebbe essere interpretata come un'indicazione della fine della crisi», si sottolinea nell’indagine. «Il persistente ritardo nella crescita (dei bambini, ndr), la malnutrizione materna e gli alti livelli di malattie infantili dimostrano che la vulnerabilità nutrizionale rimane diffusa». La guerra non ha ancora finito di abbattersi sui corpi delle donne di Gaza e sui loro figli.

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