Cuba, nel buio dell'embargo sfiorisce anche la scuola: «Siamo come in guerra»
di Chiara Vitali, inviata all'Avana (Cuba)
«Non abbiamo mai vissuto un periodo così difficile», raccontano i genitori fuori da un istituto dell'Avana. L'istruzione gratuita e di alto livello, pilastro del sistema cubano, rischia di sgretolarsi. Il colpo di grazia da gennaio, con il blocco delle importazioni di petrolio voluto da Trump. L’isola oggi è senza carburante, farmaci e beni essenziali.

«Va tutto male, lo vedi? Qui a Cuba stiamo vivendo una guerra, solo che le bombe sono silenziose». Juan lo ripete più volte. È fermo su un marciapiede del Vedado, quartiere de l’Avana dove alti palazzi si alternano a casette diroccate. Mentre parla tiene d’occhio la figlia, Isabel, che è appena entrata nel cortile di una scuola. Fino all’anno scorso la bambina arrivava con un pulmino pubblico. Ora è impossibile. Il carburante non c’è più e le famiglie si spostano solo a piedi: per raggiungere le scuole camminano anche per quaranta, cinquanta minuti. Juan sbuffa e per l’esasperazione alza un po’ la voce. «Non abbiamo mai vissuto un periodo così difficile. Non c’è corrente, non ci sono più medicine, manca il cibo». Saluta con la mano Isabel, le sorride. L’Istituto primario Arturo Montori Cespedes ha 210 studenti. Avvenire può varcarne i cancelli grazie a “Rotta su Cuba – Dove conta, esserci”, una carovana istituzionale di solidarietà partita dall’Italia con rappresentanti di associazioni, parlamentari e sindacalisti, arrivata per denunciare la situazione, chiedere la fine dell’embargo e consegnare più di 500 kg di medicine e materiale scolastico. La visita è concordata con il governo cubano e inizia alle otto di mattina, orario in cui in tutti i 10mila istituti scolastici del Paese si canta l’inno nazionale. Nel cortile i bambini sono disposti in dieci file ordinate. Qualcuno parlotta con il vicino, altri si muovono di qualche passo: gli insegnanti li rimettono subito in riga. Al via, le voci si alzano in coro e la bandiera cubana viene issata in cima alla scuola. Il volto di Fidel Castro accompagna tutta la scena, stampato in gigantografia su un muro. È un rito che celebra le conquiste della Rivoluzione e che stona fortemente con ciò che si vede oltre i cancelli. Dall’altro lato della strada, un uomo si abbassa a terra e rovista in un cumulo della spazzatura. «Cerco da mangiare», dice. Ha un cappellino verde e uno sguardo vispo che contrasta con il tono delle parole. Fa vedere le sue scarpe: le suole sono completamente consumate.
La fame e la mancanza di beni primari si aggiungono a tutto il resto. I blackout durano ormai venti, venticinque ore. L’acqua non esce dai rubinetti perché senza energia non si possono alimentare le pompe del sistema idrico. Anche nella scuola Arturo Montori Cespedes ci si arrangia con dei secchielli che vengono riempiti solo quando l’acqua torna. «Facciamo lo stesso in casa, cerchiamo di raccogliere anche la pioggia» racconta Antonì, un altro genitore. Da gennaio, l’amministrazione americana di Donald Trump ha di fatto bloccato ogni possibilità di importare petrolio sull’isola, in un inasprimento senza precedenti del “bloqueo”, l’embargo che dura da oltre sessant’anni. Lo strangolamento dell’isola sta dando il colpo di grazia anche ai pilastri del sistema. Come la scuola. Che ne è stata uno dei fiori all’occhiello sin dal 1961, anno in cui il Paese si dichiarò libero dall’analfabetismo, dopo una campagna di alfabetizzazione che coinvolse 250mila educatori in tutto il Paese. Oggi il modello di istruzione gratuita, per tutti e di altissimo livello rischia di sgretolarsi. «Mia figlia arriva a scuola già stanca» sospira Luz, mamma di una bambina di 9 anni. «Dorme male, di notte fa caldo e senza corrente non possiamo usare il ventilatore. Devo stare accanto a lei e sventolare un ventaglio sperando che si addormenti». Oggi la bambina indossa la divisa scolastica, ma è un’eccezione. «Spesso non abbiamo l’acqua per lavarla – continua la mamma – e tantissime uniformi quest’anno non sono state consegnate perché le fabbriche non hanno le materie per produrle».
È una crisi che colpisce tutti i livelli del sistema educativo. Le università hanno dovuto interrompere i corsi solo in presenza: tanti fanno lezione online, se la rete lo permette. «Ogni cosa è diventata difficile», dice Orlando, 52 anni. Insegna Storia in una scuola superiore a pochi passi dal palazzo presidenziale. Ha una cartelletta con dei fogli per il lavoro, ma non un cellulare: il suo si è rotto e per ora non è riuscito a comprarne un altro. Il suo stipendio è di 6mila pesos al mese, l’equivalente di meno di 10 euro, ed è il salario medio nel Paese. Orlando indica una bottiglia di olio dentro un negozietto sulla strada. «Vedi il prezzo? 3.500 pesos, più della metà del mio salario. Io non riesco a comprare quasi niente. In casa, da settimane, mangiamo solo zuppa», dice. Prima, molti insegnanti svolgevano un secondo lavoro. Orlando faceva la guida in centro città, ma adesso i turisti sono spariti. Centinaia di professori hanno dovuto lasciare le scuole perché troppo lontane dalle loro abitazioni o per cercare altri impieghi. In classe ne mancano 20mila, hanno ammesso le Istituzioni, e le necessità sono coperte solo al 73%. A volte i maestri vengono sostituiti da altre figure. È il caso di Carmen, un’ausiliaria scolastica che da quest’anno insegna. Si affaccia da una finestra su una strada dell’Avana vecchia, il dedalo di viuzze più antico della città, dove gli effetti del “bloqueo” sono pesantemente visibili. Un canale di scolo corre davanti alla porta della minuscola scuola. L’odore è pungente. I bambini continuano a venire, racconta, ma «sono inquieti». Nella sua classe sono in venti. Nessuno di loro ha un libro su cui studiare. E nemmeno domani la scuola riuscirà a garantire loro il pranzo.

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