A Cuba non ci si cura più: niente medici, niente energia. «La sanità è al collasso»
Nell'isola si viaggia ormai al minimo, anche per quanto riguarda i servizi essenziali. Gli ospedali nei piccoli centri sono stati chiusi e e i pazienti trasferiti. Pesa il black out: alcuni interventi chirurgici si fanno con la luce del cellulare

Sessanta secondi. Tanto ci ha messo il generatore a entrare in funzione dopo l’interruzione dell’energia. Ma l’intervento non era finito. A Yuri, il nome è di fantasia, come i seguenti, per questioni di sicurezza, l’idea è venuta di istinto. Si è sfilato dalla tasca sotto il camice il cellulare incredibilmente carico e ha illuminato le mani del chirurgo nella sala operatoria del Calixto García, il principale ospedale dell’Avana.
In quelle stesse ore, di sotto, al pronto soccorso, un uomo, né giovane né vecchio, si spegneva senza diagnosi né cura. Nemmeno un antidolorifico per calmare gli spasmi né un antinfiammatorio per far calare la febbre. E questa non è la cosa più crudele. Con la camera mortuaria inagibile per assenza di refrigerazione, il suo corpo senza vita è rimasto nel letto per due giorni, fianco a fianco agli altri malati in attesa di trovare il carburante necessario per portarlo al cimitero. «Giaceva a qualche metro da mia madre, colpita dalla leptospirosi. Era marzo: almeno non faceva tanto caldo come ora», racconta Ana.
Una sera della scorsa settimana, Laura si è sfilata il camice bianco, sapendo che non l’avrebbe indossato di nuovo. Per sua scelta. Poco prima aveva dato le dimissioni dal centro di salute della capitale per lavorare in un’agenzia turistica dove, nonostante la crisi del settore, guadagna un po’ più dell’equivalente di venti dollari, lo stipendio medio di un medico. Non è stato questo, però, a spingerla a lasciare. L’ha fatto perché non sopportava più l’impotenza di fronte al dolore. Con il blocco delle forniture di petrolio dall’estero, il suo ambulatorio – come gli altri – ha smesso di funzionare per mancanza di elettricità. La gente del quartiere è rimasta senza assistenza di base mentre la dottoressa è stata trasferita al Hospital pediátrico, nel centro della capitale, per supplire alla carenza di personale: in assenza di trasporti pubblici e benzina per le auto, gran parte degli operatori sanitari non riusciva a raggiungere la clinica. Per oltre due mesi, Laura si è trovata ad assistere da sola cinquanta, sessanta, bambini sofferenti, con le scorte di farmaci, siringhe, garze, guanti, terminate da tempo. «Nemmeno le lenzuola avevamo più. Non c’era acqua per lavarle. Alla fine è terminato pure il cibo. A quel punto me ne sono andata».
Juan riesce a presentarsi al laboratorio della clinica internazionale al massimo tre giorni su sei: lunedì, martedì e, a volte, venerdì. Il turno inizia alle 8 ma il medico arriva in media un’ora dopo. Non può rifornire la macchina a secco e deve spostarsi in bici-taxi. «Un mezzo lento oltre che pericoloso. Sembra sempre sul punto di ribaltarsi...». Istantanee di crisi quotidiana della sanità nella Cuba ai tempi del “grande apagón”. Il blackout nazionale, cioè, in atto dal 29 gennaio quando, con un ordine esecutivo, il presidente statunitense Donald Trump ha definito l’isola un «pericolo» per la sicurezza di Washington e annunciato sanzioni nei confronti dei Paesi che le fornissero carburante. Una minaccia rivolta fondamentalmente al Messico che, venti giorni prima, aveva mandato 86mila barili: è stata l’ultima volta, fino ad ora. Con il nuovo corso – sempre “made in Usa” – dal 3 gennaio, il Venezuela aveva già fermato gli invii. Solo la Russia ha bucato la “muraglia energetica” a stelle e strisce con l’autorizzazione della Casa Bianca e, il 31 marzo, ha portato allo scalo di Matanzas 100mila tonnellate di greggio. Per il resto, la nazione caraibica può contare unicamente sulla precaria produzione interna che copre non più del 40 per cento del fabbisogno nazionale. Sulle riserve accumulate, anche se nessuno sa quante siano. E, soprattutto, sul piano draconiano di risparmio energetico decretato dal governo di Miguel Díaz-Canel che ha fermato la vita economica, sociale e civile ad eccezione del minimo indispensabile. In questa ristretta categoria rientra l’assistenza sanitaria. Solo quella essenziale. Lo stesso ministero della Salute ha ammesso di avere 96mila pazienti in attesa di un intervento chirurgico, di cui 11mila minori. Cinque milioni di malati cronici, più della metà della popolazione, sono di fatto senza cure.
«In pratica, funziona non più del venti per cento dei servizi di salute. Cioè gli ospedali dei capoluoghi di provincia mentre quelli nei piccoli centri sono stati chiusi e i pazienti trasferiti. Non tutti i reparti, poi, sono operativi. Solo terapia intensiva, neonatologia, oncologia e poco altro», spiega la dottoressa Adriana Fonte, residente in Spagna dopo aver lasciato l’isola come altri 77mila medici tra il 2021 e il 2024. L’esodo dei camici bianchi, lo chiamano. «Un segnale eloquente del fatto che i problemi della sanità cubana, per decenni pilastro della Rivoluzione, sono cominciati prima di gennaio. Da sette anni, il governo ha deciso irresponsabilmente di concentrare le risorse sul turismo, a discapito di salute e istruzione», sottolinea Massiel Rubio, sociologa trapiantata a Madrid e ideatrice del “corridoio sanitario” per i malati cubani. «Grazie ai social, inviamo medicinali con i viaggiatori in partenza. Dieci chili per uno. All’Avana, abbiamo improvvisato un centro dove li distribuiscono gratis a chi li richiede, munito di prescrizione – afferma –. Con il calo dei voli per la crisi energetica, nell’ultimo mese sono riuscita a mandare 50 chili di farmaci, un decimo del normale. Proprio ora che la necessità è maggiore».
Se non ha creato la crisi del sistema di salute, l’embargo energetico l’ha trasformata in «emergenza umanitaria su vasta scala». Così la definisce Paul Spiegel, direttore del Center for humanitarian health della John Hopkins University. «I problemi sono gravissimi – sottolinea – sia negli ospedali sia nel resto della sanità pubblica. Con conseguenze rilevanti nel breve e nel lungo periodo in termini di aumento della malnutrizione, dei disturbi mentali, della mortalità». Quella infantile, a lungo la più bassa d’Occidente, aveva già raggiunto nel 2025 il record di 9.9 ogni mille nati vivi. Ora lo statunitense Center for economic and policy research avverte del rischio di un ulteriore balzo in avanti.
L’Agenzia Onu per la salute in America (Paho) ha lanciato l’allarme per la drastica riduzione di ambulanze e servizi diagnostici, in particolare ad alta energia, come le Tac. Secondo The Lancet Oncology, prestigiosa pubblicazione scientifica, a causa della penuria energetica, 16mila malati di cancro si sono visti interrompere la radioterapia. Altri 12mila hanno dovuto smettere la chemio. «Ciò che abbiamo visto a Cuba ci ha sconvolto», hanno denunciato su The New York Times i deputati democratici Pramila Jayapal e Jonathan L. Jackson che, ad aprile, si sono recati nell’isola con una missione della commissione Affari esteri del Congresso. «Se gli americani conoscessero le dimensioni della tragedia – hanno concluso –, chiederebbero l’immediata fine del blocco». Per ora, però, Cuba resta al buio. In tutti i sensi.
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