Putin e Trump: soli (e isolati) nel crepuscolo del loro consenso

Hanno alle spalle guerre sbagliate, guerre insensate, rovinose, dalle quali entrambi non sanno più come uscire. Uno è il principale artefice del Nuovo Disordine Mondiale; l'altro il prigioniero di sé stesso
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May 14, 2026
Putin e Trump: soli (e isolati) nel crepuscolo del loro consenso
Vladimir Putin e Donald Trump /Ansa
A dispetto della volontà di potenza che ancora ostentano, sono rimasti soli. E per descriverli ci appropriamo di due iconici riferimenti letterari. Uno è quello di Paolo Giordano, l’altro è di Thomas S.Eliot. Uno allude alla “solitudine dei numeri primi”, l’altro – “Aprile è il più crudele dei mesi” – è l’incipit de La terra desolata. E desolato dopo un aprile di effimere illusioni è l’orizzonte di Donald Trump e Vladimir Putin, uomini soli nel crepuscolo del loro consenso e nel punto più basso della loro popolarità, con alle spalle guerre sbagliate, guerre insensate, rovinose, dalle quali entrambi non sanno più come uscire.
Impietosa è la radiografia dello stato dell’arte di Donald Trump. I ripetuti altolà della Corte Suprema sui dazi, l’ombra sempre più vicina delle elezioni di medio termine del 3 novembre, un bilancio federale nel quale il debito a marzo 2026 ha raggiunto la cifra record di 39.065.421 milioni di dollari con un deficit che nel 2027 si protrarrà oltre il 5%, cui si agganciano le ondivaghe politiche energetiche, la denuncia degli accordi di Parigi, la ripresa dei test nucleari, la lite sui tassi con la Fed, il rancoroso dispregio della Nato, gli inutili G20. E, ancora, l’ostinazione dell’Ucraina che non si piega alle blandizie dell’uomo di Mar-a-Lago, l’evanescente Board of Peace, la fallimentare Pax Trumpiana in Medio Oriente, i rapporti sempre tesi con i Brics, Putin, Xi Jinping, la Corea del Nord, e, dopo il Venezuela e la Groenlandia, gli appetiti neocoloniali su Cuba, il discorso sullo stato dell’Unione convertito in una liturgia autoreferenziale ad uso dell’elettorato Maga, e, dulcis in fundo, il traguardo quasi impossibile del Nobel per la Pace. «Ho risolto otto guerre – aveva proclamato nel suo discorso sullo Stato dell’Unione –, stiamo lavorando per risolvere la nona fra Russia e Ucraina». Mentiva, a beneficio dell’elettorato amico, anche perché subito dopo ne aveva iniziata un’altra in partnership con Israele contro l’Iran, infiammando il Golfo Persico e rischiando una destabilizzazione dell’economia mondiale che pagheremo tutti: noi europei, i Paesi asiatici, le nazioni più deboli del Sud del mondo, gli stessi americani, schiacciati dai prezzi al consumo in rialzo (la benzina a 5 dollari al gallone) che si riverberano sulla rinuncia a certe cure sanitarie, all’accesso alle costose università per i figli di quella middle class che due anni fa aveva riportato The Donald alla Casa Bianca.
Altrettanto impietosa è quella di Vladimir Putin. L’ultima raggelante immagine dell’autocrate del Cremlino è quella di un leader dimezzato e circondato da pochi fedeli in una Piazza Rossa disadorna e spogliata dell’esibizione delle armi in una caricaturale celebrazione della Pobeda, la vittoria, quel V-day che fino a ieri solennizzava l’anniversario della trionfale offensiva della Krasnaja Armija, l’Armata Rossa che con la presa di Berlino e quella bandiera scenograficamente piantata sulla sommità del Reichstag concludeva la Grande Guerra Patriottica in un oceano di copricapi, di colori, di mostrine, di babushke infagottate, di teste immobili nell’orgoglioso ricordo della straziante ecatombe di oltre venti milioni di morti. Tanto era costata al generoso popolo russo quella guerra all’invasore nazista. Una guerra il cui culto Putin aveva scippato e trasfigurato invadendo quattro anni fa l’Ucraina con la sua rovinosa “Operazione speciale”, applicando all’antica culla della Rus’ il crisma di una guerra santa contro il ritorno del fascio-nazismo di Kiev. Una torsione della verità storica che per la martellante propaganda interna ha finito per trasformarsi in una sorta di dogma religioso. Come Trump, anche lo smunto leader del Cremlino aveva ben poco da festeggiare. L’ombra di un complotto per rimuoverlo dal potere, il moltiplicarsi della misure di protezione attorno alla sua persona, l’insoddisfazione degli oligarchi che per anni ha nutrito e protetto in cambio della loro fedeltà, l’umiliante accordo sottobanco con Washington e Zelensky per assicurarsi che nel cielo della Piazza Rossa non si sarebbero affacciati i droni ucraini a guastare la festa della vittoria sono il segno eloquente di un analogo tracollo.
Soli. Soli e isolati. Trump, principale artefice di un Nuovo Disordine Mondiale (quello che Henry Kissinger temeva più di ogni altra cosa), nel quale la forza ha preso il posto del diritto, che rischia nel medio periodo di aggiudicarsi il poco lusinghiero palmarés di paria internazionale, come fino a poco tempo fa lo era Putin. E Putin, prigioniero di sé stesso, della guerra che non sa e non vuole concludere e di una pace – la stessa che senza mai tentennare persegue e invoca a schiena dritta Leone XIV - che teme che gli rubi il crisma della forza, ma che vorrebbe che fossero gli altri a firmare per lui. Non sappiamo dire quale di questi perdenti e solitari dovremmo maggiormente compiangere. Probabilmente nessuno dei due.

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