«Dio è morto, ma poi risorge»: Guccini, la fede mai avuta e la speranza sempre coltivata
Nemico tanto del bigottismo iper-devoto e del clericalismo, quanto del materialismo ottuso, Guccini nell'incrociare la Chiesa aveva le sue preferenze, dal domenicano don Casali al cardinale Zuppi, passando per due Papi...

Se volessimo fare un torto a Francesco Guccini, scomparso oggi a Pavana, ma un torto mortale, basterebbe arruolarlo: sotto una bandiera culturale, una fede politica, un credo religioso. Insomma “battezzarlo” a forza, senza chiedergli il permesso ma soltanto esibendo qualche fragile pretesto. Vale in particolar modo per i cattolici, perché gli incroci, i rimandi, le citazioni, se ben orchestrati con satanica astuzia, ci sarebbero. Guccini nasce e muore coerente: un anarchico aperto al mistero, un agnostico con le ali, un amico di chiunque si dimostri intelligente, libero, privo di pregiudizi. Nemico tanto del bigottismo iper-devoto e del clericalismo, quanto del materialismo ottuso, Guccini era un uomo, un cantautore, uno scrittore, un intellettuale impossibile da incasellare. Certo, nell’incrociare le persone e le cose della Chiesa aveva le sue preferenze. Tutto comincia forse a Bologna nell’incontro con padre Michele Casali, domenicano robusto di corpo e di idee («Mi sembra Nero Wolfe», diceva di lui Guccini), scomparso nel 2004, animatore indimenticato dei “Martedì” di San Domenico. Chi non conobbe, e chi non passò dalle sue parti? Vi transitò anche un certo arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla… Nel 1970 acquisisce in via delle Dame un’osteria, che sarà incrocio di uomini d’arte e di cultura, a cominciare proprio da Francesco Guccini, e poi Lucio Dalla, e più avanti un giovanissimo Alessandro Bergonzoni.
Prima, nel 1965, ai tempi delle canzoncine sanremesi fatte di rose fiorite e lacrime sul viso, Guccini scrive Dio è morto, profezia che prefigura, più che quel suo mondo di allora, il nostro mondo di oggi: Dio non è più al centro dei pensieri dell’uomo, il cui desiderio si rivolge all’effimero delle merci; ma Dio risorge: «In ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo». È una speranza non vaga né vana, ma sorretta da una fede («crediamo»). Due anni dopo tocca ad Auschwitz. Si narra che un tecnico della sala di registrazione scosse il capo e gli disse: lei con questa roba qua non va da nessuna parte. Oh come si sbagliava. Quasi mezzo secolo dopo, nel 2016, con quella canzone Guccini va finalmente ad Auschwitz-Birkenau, con l’arcivescovo della sua città, Matteo Zuppi, e i ragazzi di una seconda media a bordo del “Treno della memoria”: partenza da Milano Centrale dal tragico binario 21.
Dio è davvero morto, ma risorge. Nel 1996 la morte di Dio torna in Cirano, altra canzone-manifesto, in cui se la prende con i «preti che hanno tradito Dio» ma pure con «voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso. La verità cercate per terra, da maiali; tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali». Ed eccolo, l’agnostico volante, in pellegrinaggio a San Pietro con la diocesi di Bologna, nel 2018, da papa Francesco. E ancora nel 2023, a “Un alfabeto per l’umano”, la serata-evento bolognese a Santo Stefano insieme a Zuppi e a don Luigi Verdi, fondatore della Comunità di Romena. Tutti segni non di una fede mai avuta, ma di una speranza sempre coltivata.
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