Da "Noi non ci saremo" a "L'avvelenata": le 10 canzoni indimenticabili di Guccini
di Fulvio Fulvi
Ecco i dieci brani del suo vasto repertorio che a nostro giudizio meglio rappresentano lo sguardo di Guccini sul mondo, con citazioni emblematiche per ogni testo a richiamarne il significato.

Un colto e raffinato cantastorie dallo spirito libero, un poeta che amava la vita: Francesco Guccini ha scritto canzoni tra l’impegno personale, sociale e politico che hanno segnato per oltre mezzo secolo la cultura popolare del nostro Paese ma che raccontato anche l’umano in tutti i suoi aspetti, persino quelli più intimi e profondi. Ecco i dieci brani del suo vasto repertorio che a nostro giudizio meglio rappresentano lo sguardo di Guccini sul mondo, con citazioni emblematiche per ogni testo a richiamarne il significato.
1. Noi non ci saremo (1966)
“Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo, nemmeno un grido risuonerà…”. È un richiamo poetico contro la guerra nucleare, un testo in cui l’autore immagina uno scenario apocalittico dopo l’“ora x”. Erano i tempi in cui il rischio dell’atomica faceva tremare i popoli e le nazioni. Ci saranno mille rovine e città in macerie ma alla fine, canta Guccini, splenderà l’arcobaleno e risorgerà il mondo nuovo. Anche se... noi non ci saremo.
2. Dio è morto (1965)
“Coi miti della razza, dio è morto. Con gli odi di partito, dio è morto”. Un evergreen di un’attualità sconcertante. Contro le carriere facili, l’ipocrisia, il consumismo sfrenato e i falsi moralismi. Denuncia il disorientamento delle giovani generazioni di fronte alla crisi dei valori positivi ma apre anche alla speranza di un futuro migliore, perché “Dio risorge”. Rifiutata dalla Rai in quanto ritenuta blasfema, piacque a Paolo VI e venne trasmessa per la prima volta dalla Radio Vaticana.
3. Auschwitz (1966)
“Sono morto con altri cento, son morto che ero bambino, passato per il camino”. È uno dei primi testi italiani dedicati alla memoria della Shoah. Sono nel vento le anime delle vittime dell’Olocausto, vivono ancora per rammentarci, in quello strano silenzio che si percepisce nel lager simbolo dell’orrore, cosa è capace di fare la “bestia umana”. Come può un uomo uccidere un suo fratello? Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare?
4. Canzone per un’amica (1966)
“Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare e soffrire, se presto sei dovuta partire…”. Una struggente riflessione sul senso dell’esistenza umana che prende spunto dalla morte di una ragazza sua amica in un incidente stradale. La vita che fugge in un attimo. Ma lui vuole ricordare l’amica com’era, pensare che ancora vive, l’ascolta e che come allora sorride. È conosciuta anche con il titolo “In morte di S.F.”.
5. Il vecchio e il bambino (1972)
“Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera”. Immagina profeticamente un mondo dilaniato da guerre e distruzioni dove la natura non esiste più ed è la memoria l’unico mezzo per mettere in contatto le generazioni.
6. Cyrano (1966)
“Venite pure avanti voi con il naso corto, signori imbellettati io più non vi sopporto”. Racconta di amore, di morte e di “altre sciocchezze”. Ma l’eroe del romanzo di Rostand qui diventa un personaggio che con la sua spada punge e critica la società e, in particolare la classe politica dominante. Ma alla fine della storia si intravede un sole, simbolo di speranza nel domani.
7. Vedi cara (1970)
“Certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire”. Intima confessione su un amore perduto, il ricordo di un sogno di vita in comune che si è infranto a causa della incomunicabilità. Le angosce e le distanze vissute con la compagna di un tempo in un brano che coglie emozioni e dolori di chi ha amato senza comprendere l’altro.
8. Via Paolo Fabbri 43 (1976)
“Mi scoppia il mondo fuori porta San Vitale e in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè”. L’indirizzo della sua casa di Bologna è il pretesto per un inno d’amore alla città dove è vissuto e ha creato gran parte dei suoi capolavori.
9. La locomotiva (1972)
“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava”. Scritta in venti minuti in forma di ballata, narra di un ferroviere anarchico (realmente esistito) che si ribella alle ingiustizie e alle dure condizioni di lavoro impadronendosi di una locomotiva: finirà per schiantarsi contro alcuni vagoni fermi sopravvivendo miracolosamente.
10. L’avvelenata (1976)
“Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto…”. Un’altra ballata, stavolta contro il conformismo della cultura e le logiche perverse del mercato discografico in cui bisogna “vendersi” per avere successo. Un testo tra il grottesco e l’arrabbiato scritto per sferzare una certa critica musicale saccente che stroncava senza capire.
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