«Perché tutto il mondo ti viene dietro?». Quella domanda a san Francesco che varca i secoli
Il fascino sui suoi contemporanei che i primi seguaci del santo di Assisi attestano con stupore interroga anche noi oggi davanti a un’attrazione che non si affievolisce, anzi. Lo sguardo dello storico sui “segreti” del Poverello e la loro formidabile attualità

Siamo tutti rimasti sorpresi della grandissima affluenza di popolo ad Assisi e a vedere le spoglie di san Francesco, il suo piccolo corpo consunto dai secoli. Non si è trattato di una delle tante manifestazioni di consumismo turistico, bensì di qualcosa che ha un rapporto profondo con la figura del santo di Assisi. L’attrazione esercitata da Francesco sulla gente oggi ci interroga, in un tempo non solo secolarizzato ma di informazione globale, in cui siamo stimolati da tanti messaggi contraddittori. Ottocento anni dalla sua morte si registra nuovamente un’ondata di attrazione verso Francesco, uomo del Medio Evo, che ha lasciato poco di scritto, ma la cui figura parla nei secoli. C’è un segreto di questa attrazione, quasi una domanda del nostro tempo.
Fin da quand’era vivo l’attrazione della sua figura interpellava i suoi stessi amici. È il segreto che frate Masseo, compagno di Francesco, voleva capire di più, chiedendogli: «Perché a te tutto il mondo viene dirieto e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non sei bello uomo del corpo, tu non sei di grande scienza, tu non sei nobile: onde dunque che a te tutto il mondo ti venga dietro?».
Chi si è avvicinato alle sue spoglie non solo ha visto un corpo logorato dal tempo ma un uomo piccolo, per nulla imponente. Eppure, fin dai suoi tempi, durante la sua breve vita, il santo suscitò un movimento di donne e uomini, colpiti dall’originalità semplice, ma efficace, della sua predicazione. Fin dall’inizio aveva suscitato un movimento di frati dietro a lui. Ma anche la gente comune, le folle accorrevano, sempre più, al suo arrivo in una località. Quando entrava, in tutta semplicità, senza la pompa che accompagnava i passaggi dei grandi, civili o ecclesiastici, in una località, c’erano manifestazioni d’entusiasmo collettivo, specie dopo il 1220.
La domanda di frate Masseo allora si poneva con evidenza, ma si è continuato a porla nei secoli, e anche oggi: perché c’è un’attrazione di Francesco? Questa è la risposta di Francesco d’Assisi: «Vuoi sapere perché a me?... Questo io ho da quelli occhi dell’altissimo Dio... non hanno veduto tra li peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me; e per fare quell’operazione maravigliosa, la quale intende fare non ha trovato più vile creatura sulla terra; e perciò ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandigia e la Bellezza e la fortezza e la sapienza del mondo...». La forza debole di Francesco veniva identificata in gran parte con la sua parola. Prima di tutto faceva «del suo corpo tutto interno una lingua», e si notava per «la sua voce vibrante e dolce, chiara e sonora, le sue labbra fini e sottili, da cui usciva una parola rassicurante, bruciante e penetrante».
Mi sono chiesto: se Francesco tornasse in questa nostra società, quale sarebbe il suo impatto? Il quadro attuale dell’umanità non ci induce all’ottimismo facile. Le democrazie sono in difficoltà: conoscono processi di disaffezione, manifestati dall’allontanamento dal voto e dalle manifestazioni di inefficienza. Si affaccia sempre più l’idea, anche nel contesto dello sviluppo della tecnologia e dell’Intelligenza artificiale, che l’umanità vada guidata investendo sull’innovazione, più che perdendosi nelle dinamiche democratiche della vecchia Europa. A leggere La Repubblica tecnologica di Alex Karp, uno dei grandi attori dell’innovazione tecnologica che parte dalla Silicon Valley, con Palantir di Peter Thiel, si ha la sensazione che si stia introducendo una rivoluzione tecnologico-finanziaria che dominerà la vita di molti, spesso divenuti massa ignara. Non è un’umanità che inconsapevole va guidata verso nuove dimensioni? Lo dico senza alcun pregiudizio oscurantista per l’innovazione.
Le guerre, nel mondo contemporaneo, si eternizzano, cioè non trovano fine con i potenti armamenti in campo, con il discredito della diplomazia, con la riabilitazione dello strumento bellico come facile arnese per risolvere le situazioni invece del negoziato. In realtà è stata archiviata la pace, quell’ideale iscritto nello Statuto della Nazioni Unite, emerso dalle rovine della prima guerra mondiale, nella convinzione che la guerra fosse un “flagello” da cui il mondo andava liberato. Ma le Nazioni Unite sono considerate ormai un orpello di un tempo passato. La pace è scomparsa dall’orizzonte della vita internazionale come riferimento ideale e politico.
Anche se, in gioventù, fu attratto dalle armi, Francesco viveva in un mondo in guerra, complessivamente bellicoso e con una cultura delle armi. Una cultura di conflitto che aveva tante ricadute anche nella vita delle città: la lotta tra i maiores e i minores che turbava la vita comunale; ma anche guerre aperte tra le città, come tra Assisi e Perugia, tra Firenze e Arezzo. Poi, su un orizzonte più vasto, lo scontro tra guelfi e ghibellini. Infine il vero scontro di civiltà, quello tra la cristianità e l’islam, che aveva portato alla crociata. Francesco non è un pio religioso nell’angolo del suo convento. Non è un religioso politicante che prende parte per l’uno o per l’altro. Ma nemmeno è assente. Per Francesco, la pace è uno spirito, una vita, una cultura, un modo di essere “fratelli tutti” da far risorgere in mezzo ad animi bellicosi, carichi di odio, di vendette, di memorie amare, sfiduciati e fiduciosi tanto nelle armi.
Ad Arezzo, a Bologna, a Perugia, il santo interviene per la pace. La pace, per Francesco, era un aspetto essenziale del messaggio evangelico. Ed era un movimento di pace che egli voleva immettere nelle rissose società italiane. Del resto, scrive nel Testamento: «Quale saluto il Signore mi ha rivelato che noi dovessimo dire: “Il Signore vi dia pace”». Così comparivano Francesco e i frati, così dicevano all’inizio di ogni discorso. La pace veniva rimessa al centro dell’orizzonte, mentre riacquistava una posizione centrale nella vita del cristiano e nella predicazione. E questo avveniva attraverso un movimento che non pretendeva imporre o guidare, ma che camminava in mezzo alla gente, si accostava e parlava loro.
L’islam ha sempre rappresentato per il mondo cristiano un grande interrogativo, per la sua forza, per aver spazzato via con la sua espansione le cristianità dell’Africa del Nord, quella di sant’Agostino, ma in buona parte anche quelle mediorientali (che erano poi quelle delle origini cristiane). Un episodio della vita di Francesco, attestato dalle Fonti, è stato l’incontro a Damietta con il sultano d’Egitto, Malik-el-Kamil, mentre l’esercito crociato assediava la città. Francesco intendeva comunicare il Vangelo. Per di più era ossessionato dalla convinzione, unica al tempo, che Cristo tenesse più ai musulmani che alla propria tomba. E che il possesso della Terra Santa non meritava che si sacrificasse anche una sola vita umana. Nella Regola del 1221, sul lavoro fra i saraceni, egli dà direttive che farebbero fallire qualsiasi crociata politica: «I fratelli che si recano fra i saraceni possono vivere spiritualmente in mezzo a loro in due modi: il primo è quello di non provocare conflitti o disunione, “stando sottomessi a tutti per volontà di Dio” e non nascondendo di essere cristiani. Il secondo modo consiste nel predicare la parola di Dio per condurli alla fede...».
A Francesco non interessava la politica (a differenza di Dante). Il cardinale Ugolino sperava che la presenza di Francesco tra i crociati rinfocolasse lo spirito combattivo, ma a lui era estraneo il pensiero politico della conquista. Bisognava invece “conquistare il sultano” alla pace nell’incontro. Melik lo ricevette cortesemente: è un dato storico accertato, perché il sultano era un politico raffinato, che intuì (come era successo a Innocenzo III) la “pienezza d’amore” di Francesco, il quale tentava di fargli preferire il Vangelo al Corano, ma con un tale tatto che la reazione del sultano fu di simpatia per lui. Non si tratta di fare di Francesco il patrono del dialogo, ma di sottolineare come dalla pace vissuta nasce un atteggiamento di dialogo. Quali i frutti? Magari solo il dialogo, ma se il dialogo continua ci si capisce meglio e si trovano meno motivi per combattersi.
La parola è l’arma di Francesco. Per dialogare con la gente comune e per predicare ha scelto l’italiano, il volgare. Questa scelta è di chi vive la vita della gente e quindi parla la loro lingua, un modo efficace e diretto per arrivare al cuore delle persone. La Chiesa allora usava il latino come lingua della liturgia, della teologia, del diritto, per esprimere concetti alti e verità cristiane, per cui il volgare sembrava rozzo e inadatto. È proprio nella “lingua della piazza” che Francesco vuole parlare alla gente che sta nella piazza. Egli con il Cantico prende a modello i giullari e manda i frati a cantare il Cantico di frate Sole (la prima opera in italiano) nelle piazze e nelle strade, dove si svolgeva la vita quotidiana della gente. Parlava di Dio e del Vangelo nella lingua della piccola gente. Insegnava a pregare nella lingua che Dante nella De vulgari eloquentia, intende «quella cui i bambini vengono abituati da chi sta loro accanto, quando cominciano ad articolare distintamente le prime parole».
Un fatto resta fondante dell’esistenza del santo: volle fondare tutta la sua vita e far crescere la sua opera sulla povertà. Chi coglie, con grande lucidità questo cardine spirituale ed esistenziale è Dante. Infatti nella lettura dantesca della biografia del santo il punto di partenza è la sua scelta, ancora giovane («Non era ancor molto lontan dell’orto») di unirsi a donna Povertà, coram patre, davanti alla curia episcopale: «Dinanzi a la sua spirital corte». Il riferimento evidente è a un episodio molto conosciuto: la spogliazione di Francesco davanti al vescovo di Assisi. Il Poeta legge l’episodio come il momento in cui Francesco «si fece unito» a donna Povertà. Nessuno prima di Dante aveva pensato di paragonare questo gesto fondamentale a un matrimonio tra Francesco e Madonna Povertà. Ma gli elementi per la costruzione dantesca ci sono tutti: la presenza della famiglia di origine, quella del celebrante, il vescovo, così pure il nuovo abito da indossare. Anche la sposa era presente, ma in forma simbolica: la povertà era la donna che Francesco aveva scelto di sposare, rinunciando perciò a ogni altra prospettiva matrimoniale, ma anche all’eredità della sua famiglia. Solo che nessuno aveva “visto” tale episodio fino ad allora come uno sposalizio. E invece per Dante tutto parte di lì: «Ma perch’io non proceda troppo chiuso, / Francesco e Povertà per questi amanti / prendi oramai nel mio parlar diffuso».
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