Kader Abdolah: «Per sapere chi siete guardatevi indietro»
In un viaggio sulle tracce di Zarathustra lo scrittore ritorna alle origini più remote della storia dell’umanità: una ricerca nel passato che diventa un viaggio dentro sé stessi

Scrittore iraniano da quasi quarant’anni nei Paesi Bassi, Kader Abdolah ha costruito la propria opera nell’incontro tra Oriente e Occidente. Scrive in olandese, la sua «lingua della libertà», ma continua ad attingere alle storie, ai miti e alla tradizione letteraria persiana. È da questo “dialogo” tra due mondi che nasce Parla Zarathustra, il nuovo romanzo pubblicato da Iperborea (pagine 384, euro 20,00), che l’autore ha presentato ieri a Pordenonelegge. In questo nuovo libro storia, leggenda e invenzione si fondono nel racconto della vita di Zarathustra, profeta dell’antica Persia e figura fondativa dello zoroastrismo. Attingendo alle Gatha, alla mitologia persiana, all’archeologia indoeuropea, a Ferdowsi e a Nietzsche, Abdolah ricostruisce la vicenda del profeta, discendente di migranti e portatore di un insegnamento millenario: «Buoni pensieri, buone parole, buone azioni».
«Pensavo di cercare Zarathustra, ma a metà strada ho scoperto che stavo cercando te, noi», scrive nelle prime pagine del libro. Cosa intendeva?
«Essendo io persiano, va detto che Zarathustra è tutto per la nostra tradizione: io, noi, voi, loro. Nel momento in cui una persona vive in Iran, ha a che vedere con Zarathustra: fa parte delle sue origini, del suo mondo. I nostri amici arabi sono come noi, ma non hanno Zarathustra. Nel mio Paese, giovani uomini, adulti e padri, si identificano tutti con la presenza di Zarathustra. Nonostante la sua onnipresenza, però, mi sono accorto che non sapevo nulla di lui. Fin da bambini, in Iran, tra le prime cose che ci sentiamo dire c’è un ritornello: pensa bene, comportati bene, parla bene. Queste tre raccomandazioni le ritroviamo a scuola e, da adulto e da scrittore, sono tornate da me. Eppure, non sapevo nulla di lui».
Riassumendo il suo insegnamento in queste tre indicazioni, cosa ci dice?
«Non è un caso che questo insegnamento sia arrivato da un uomo vissuto in un’epoca sulla quale le datazioni sono ancora incerte. Era un’epoca in cui erano tutti poveri, malati, non c’era niente al mondo, non c’erano speranze. Nessuno sapeva come trovare una strada e uscire verso la luce. Poi arriva Zarathustra e dice: “Io ho una ricetta, posso indicarvi la via”. Per me è stato così, finché ho vissuto in Iran. Poi ho incontrato il cristianesimo, che mi ha fatto venire un dubbio su chi fossi. Allora ho cominciato a pormi l’interrogativo: chi sono io?».
E cosa ha scoperto?
«Ho scoperto qualcosa di nuovo: cercavo me stesso e ho finito per trovare l’altro, per trovare te, noi. In questa ricerca su chi fossi, ho scoperto che Zarathustra non apparteneva soltanto a me, ma a tutti quanti: arabi, olandesi, persiani, italiani, tutti. Nel percorso letterario compiuto per scrivere questo libro, che era anche una ricerca su me stesso, sono tornato indietro fino a ventimila anni fa. Questo viaggio mi ha portato in Siberia, dove ho trovato le radici di Zarathustra e dei nostri antenati e insieme la letteratura, la cultura: tutto si trova nel sottosuolo profondo della Siberia. In quel luogo ho trovato tre gruppi: indiani, europei e persiani. All’epoca le nostre culture coincidevano: avevamo la stessa lingua, le stesse storie, gli stessi miti e le stesse tradizioni. Poi partimmo alla scoperta di nuovi territori, zone e culture. I gruppi andarono in direzioni diverse, a seconda di dove il sole tramontava o sorgeva. Quelli che andarono verso il tramonto furono gli olandesi, gli italiani, i popoli europei; quelli che andarono verso il sorgere del sole furono invece gli indiani e i persiani. Inizialmente questi gruppi condividevano le stesse abitudini ed erano un tutt’uno. Poi ognuno costruì il proprio Stato, la propria cultura. In fondo questo libro racconta la storia dei nostri più remoti antenati. Se volete sapere chi siete guardatevi indietro, nel vostro passato più remoto».
Anche in altre religioni si auspicano buone parole e buone azioni.
«Sto concludendo la stesura di un libro su Gesù. In questo mio viaggio ho cercato di capire meglio chi fosse questa figura. Credo ne uscirà un libro voluminoso, con parecchie cose interessanti. Per esempio ho scoperto che la religione è una delle invenzioni più interessanti che riguardano l’essere umano. Siamo stati creati non al di fuori di noi, ma all’interno di noi. Siamo a duemila anni dalla nascita di Gesù Cristo e, in molti Paesi occidentali, assistiamo al fenomeno delle chiese vuote. Sembra che, in alcuni contesti, le religioni siano addirittura finite. Nel messaggio cristiano, però, c’è un’idea importante: il tempio è dentro di noi, non fuori. La religione stessa non si trova nelle chiese e nei templi, ma dentro di me, dentro di noi. In questo viaggio credo di aver scoperto che è vero: forse le chiese si stanno svuotando e le persone andranno sempre meno in chiesa, ma il motivo è che hanno scoperto che la chiesa è dentro di loro. Credo che, nonostante le apparenze, sia cambiato poco o niente rispetto al passato. Siamo semplicemente tornati a una religione più intimista e originale. Credo che credere in Dio o in qualcos’altro sia qualcosa che non è mai scomparso. Un Dio di qualche tipo è dentro di noi e credo che vi resterà finché esisterà l’umanità».
Il titolo richiama Nietzsche. Quella lettura rispecchia lo Zarathustra originario?
«A parte il titolo, molto bello, Nietzsche racconta ben poco della figura storica di Zarathustra. Usa Zarathustra soprattutto per dare voce a sé stesso. Nel suo libro Zarathustra si ritira sulle montagne a trent’anni e vi rimane per dieci anni. Quando torna tra gli uomini, a quarant’anni, si sente come un’ape che ha raccolto troppo miele e vuole donare la propria saggezza. Nietzsche usa questa immagine per parlare della diffusione del suo messaggio, ma, a parte questo, la sua opera non racconta lo Zarathustra originario».
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