Carletti (Nomadi): ricorderemo Guccini cantando le sue canzoni e continuando la sua storia

Assieme ad Augusto Daolio fondò i Nomadi: racconta il suo rapporto speciale con Francesco, nato negli anni Sessanta e consolidato attraverso i suoi brani
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August 7, 2026
Carletti (Nomadi): ricorderemo Guccini cantando le sue canzoni e continuando la sua storia
Giuseppe Carletti, tastierista e fondatore del gruppo musicale i Nomadi, nel 2023. ANSA/UFFICIO STAMPA QUIRINALE/FRANCESCO AMMENDOLA
Era il 2002. Al Palastampa di Torino (che oggi non si chiama più così), con il suo solito modo ironico, Guccini aveva chiesto al pubblico di sedersi a terra e fare silenzio. Ai tempi non c’erano braccialetti su cui caricare moneta digitale per pagare la birra, né si toglievano i tappi alle bottiglie di plastica. Le persone avevano un altro modo di vivere i concerti: portavano plaid su cui sedersi e bottiglie di vino. Sì, in vetro. Guccini inizia a raccontare di quando andava al cinema, facendo cumuli di bucce a terra sputate dai semi di zucca. Dal fondo si alza una voce. Qualcuno gli urla: «Facci L’avvelenata». Lui guarda verso il fondo e risponde ironicamente: «Non sono mica un jukebox, se vuoi sentire L’avvelenata comprati il disco». Era questo Guccini. E Beppe Carletti, tastierista, fondatore dei Nomadi, lo sa bene, nel ricordo di tanti altri episodi simili a questo, perché tra Guccini e i Nomadi c’è sempre stato un rapporto unico: «Tutto – racconta ad “Avvenire” Carletti – è nato a Modena in un bar. Era un bar frequentato da noi, da lui e da quello che sarebbe diventato il nostro produttore (Dodo Veroli), che ci diede la musicassetta di questo ragazzo. Ascoltammo e dicemmo: “Niente male”. Erano cose ancora mai sentite all’epoca, testi coraggiosi».
Da lì in poi, nessun altro ha fatto da “interprete stabile” del repertorio di Guccini come i Nomadi, capaci di trasformare quei brani in canzoni che sono diventate patrimonio della band: «Una delle nostre fortune – continua Carletti – è stata credere in Dio è morto. Pensa – ci dice – la trasmetteva “Radio Vaticana” ma alcune altre radio la censuravano. Anche i parroci all’epoca volevano che i gruppi in chiesa la cantassero», poiché considerata una riflessione morale. Peraltro, non l’unica canzone di Guccini che creava dibattito: «Certo, anche Canzone per un’amica era stata ostacolata. Sai, quando ti segnano, sei segnato per sempre. E se Guccini incideva qualcosa, veniva osservato con la lente d’ingrandimento per ogni virgola. Anche noi siamo stati contestati qualche volta, ma è sempre stata una grande soddisfazione suonare live, nei piccoli centri, nelle parrocchie. Non era sempre facile, non eravamo artisti di grido, portavamo avanti solo un certo tipo di canzone, ma la nostra forza era crederci sempre, anche nei momenti in cui nessuno ci credeva, per esempio quando è arrivata la disco-music. Noi siamo andati sempre avanti con il nostro modo di fare, e così era Guccini».
Ma qual era il processo, il lavoro dietro a quelle canzoni che da Guccini arrivavano ai Nomadi? «Partivamo dalla tonalità. Nel cantautorato una volta la musica si piegavano al testo, non si guardava se una battuta era di due quarti o di tre; noi sentivamo le sue canzoni e capivamo se era fattibile per noi, in modo tale che però fosse credibile, non tanto per farla. Questo perché abbiamo un pubblico che ci segue, un pubblico che ha creato un passaparola bellissimo di padre in figlio». E in questo “passaggio” di testimone generazionale, l’attualità di certe canzoni di Guccini è stupefacente: «Dio è morto è un manifesto della nostra attualità – dice Carletti –: parla di politica e se ascoltiamo il telegiornale la sera, ascoltiamo quella canzone; ma anche Auschwitz. Quante ce ne sono nel mondo di Auschwitz, con tutte le guerre che vediamo ogni giorno? Oppure Noi non ci saremo, quando dice “Vedremo soltanto una sfera di fuoco / Più grande del sole, più vasta del mondo”. Quelle di Guccini non erano “solo” canzoni, erano e sono poesie musicate».
Da qui il discorso si allarga inevitabilmente a una riflessione sul presente: oggi si parla spesso di cantautori, ma figure come Guccini possono ancora nascere? Cosa rischiamo di perdere con la scomparsa di artisti come lui? «Perdiamo tanto. Io me lo chiedo spesso se ci saranno ancora dei Guccini, ma anche tanti altri. Onestamente penso di no, non perché non ci siano, ma perché oggi non c’è posto per questo genere di cantautori, le radio non danno più quello spazio e me ne rendo conto ogni volta che le ascolto. Sento la musica che trasmettono e mi dico che però, in fondo, è meglio così. Trasmettendole, forse si perderebbero in mezzo a tutto quel ritmo, perché oggi tutto deve essere ritmo, non ascolto. Ma le canzoni vanno ascoltate». Un ascolto che nasce anche dal mantenere una narrazione, un’anima unica per ogni brano: «L’anima dei brani di Guccini cercavamo sempre di mantenerla, altrimenti non sarebbe stato bello per nessuno. Casomai potevamo cambiare una virgola, ma non di più. Le canzoni che ci proponeva le abbiamo sempre fatte nostre, non abbiamo mai controllato il pelo nell’uovo, sempre però rispettando il suo spirito. Le sue non erano canzonette, erano canzoni di impegno sociale e civile: pensa a Il vecchio e il bambino, alla poesia che si portava dietro, non era possibile cambiare nulla». E ora, come commemorarlo? «A settembre – conclude – faremo qualcosa per ricordarlo, ma in verità lo facciamo ogni sera quando suoniamo le sue canzoni. Non abbiamo bisogno di ricordarlo in altro modo che non sia cantandolo e proseguendo questa storia incredibile».

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