Guccini, la nostra ballata
del Novecento

Ero semplicemente una ragazza senza alcuna certezza. Amavo Guccini perché, benché fosse molto più grande di me, ritrovavo nelle sue canzoni questo smarrimento
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August 7, 2026
Guccini, la nostra ballata
del Novecento
Francesco Guccini nel 1990/ ANSA
Il Re di Spagna fece vela cercando l'isola incantata
però quell'isola non c'era e mai nessuno l'ha trovata:
svanì di prua dalla galea come un'idea
come una splendida utopia, è andata via e non tornerà mai più...
Il registratore a cassetta girava, era notte ormai, sulla scrivania c’erano i libri abbandonati sulle pagine che non avevo studiato. Dalle fessure delle tapparelle filtrava la luce della piazza, saliva il clangore metallico dei tram diretti verso il deposito. Non avevo ancora 18 anni ma ero già malinconica. Le giornate mi parevano fuggirmi via fra le mani. Ascoltavo i Rolling Stones e Dylan, ereditati da mio fratello, e andavo scoprendo Guccini. Mi dicevano: allora sei di sinistra (era una fissazione, a fine anni ’70: dovevi essere di destra o di sinistra, o altrimenti eri un qualunquista, cioè un nulla).
Io, non ero proprio niente. Ma la voce profonda di Guccini, il suo accento emiliano, mi suonavano familiari (mio padre era di Parma). E il mondo che cantava, mi pareva di averlo anche io nelle radici. Radici che affondavano nella grande pianura, generazioni di contadini e allevatori alle spalle, grandi aie piene di bambini e animali, estati torride e inverni sepolti nella nebbia. Dentro una gran nebbia in cui si può immaginare, da piccoli, un’isola che non c’è , come quella della canzone. E continuare poi magari da grandi a pensarci, a quell’isola, ogni volta che stringi in mano qualcosa che hai desiderato e subito scopri che no, nemmeno quello ti basta; che hai addosso una nostalgia e un desiderio, cui non basta niente. Ora questa mancanza la chiamerei nostalgia di Dio, ma allora non ero credente. Ero semplicemente una ragazza senza alcuna certezza. Amavo Guccini perché, benché fosse molto più grande di me, ritrovavo nelle sue canzoni questo smarrimento.
O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale
La mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
,
diceva la Canzone per i dodici mesi. Anche a me lo scorrere del tempo affascinava e spaventava.
Anche io, come Guccini in Radici, potevo starmene a guardare una grande casa dove le generazioni si erano succedute, in un silenzio quasi devoto. E quando anche noi ce ne saremo andati?
Io, l’ultimo, ti chiedo se così sarà
Per un altro dopo che vorrà capire
E se l’altro dopo qui troverà
Il solito silenzio senza fine
E se l’altro dopo troverà
il solito silenzio senza fine.
Una domanda, cui viene opposto un impenetrabile nulla. Quante volte, da adolescente, mi è accaduto. Poi però amavo il Guccini vigoroso e popolare de La Locomotiva, che racconta di un anarchico che un giorno, preso da una furia di giustizia contro tante oppressioni, sale su una locomotiva e si dirige contro un treno “di signori” proveniente dalla direzione opposta. L’attentato fallisce, ma è un’epopea La Locomotiva, intrisa di vecchie canzoni anarchiche e passione per una apparentemente impossibile giustizia sociale. C’è il sapore in quelle note di tempi in cui non si viveva o moriva solo per sé, ma anche per gli altri, e in queste passioni si poteva giocare la vita. La canzone mi faceva venire in mente il nonno Ferdinando, anarchico a Parma negli anni Venti. Non rubò locomotive ma, credo, agli albori del fascismo e delle spedizioni punitive, rischiò parecchio. Così che La Locomotiva mi è tanto cara che l’ho insegnata ai figli bambini, e poi ai nipoti. Perché c’è un humus profondo in quelle parole. Cose ormai rare a trovarsi.
E tutte le canzoni di Guccini mi sembrano, ora, una ballata del Novecento. Tessuta non da un cantautore, ma da uno schivo poeta.

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