Il cardinale Zuppi: nessuno sia escluso a scuola. Sul fine vita non si giochi al ribasso

Il presidente della Cei apre il Consiglio episcopale permanente a Roma. Il richiamo alla politica prendendo spunto da san Francesco: è tempo di «negoziare con il lupo, quello che così poco i responsabili delle nazioni cercano di fare». La pace «non è un sogno: è l’unica via possibile». «L’Italia è un Paese da evangelizzare»
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September 21, 2026
Il cardinale Zuppi: nessuno sia escluso a scuola. Sul fine vita non si giochi al ribasso
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, apre il Consiglio episcopale permanente / ANSA
C’è bisogno di una scuola che sia «autenticamente inclusiva» dove «nessuno si senta escluso». Ed è compito «delle istituzioni rispondere alla sofferenza umana con soluzioni concrete – a partire dalle cure palliative – e con politiche di autentica solidarietà, non con forme di compassione illusoria come l’eutanasia». Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, apre il Consiglio episcopale permanente che torna a riunirsi a Roma per la sessione autunnale. E chiama in causa la politica su tre temi che stanno a cuore alla Chiesa italiana: l’istruzione e il fine vita, ma anche la guerra. Temi che anche in queste ore vengono cavalcati dai partiti e che spingono Zuppi a lanciare un monito: «Auspichiamo che non ci siano polarizzazioni né giochi al ribasso – afferma riferendosi al fine vita – ma sia custodita la dignità della persona che non diminuisce con la malattia, con la fragilità o con la dipendenza dagli altri. È proprio nella cura di chi è più debole che una comunità civile misura la propria umanità. Nessuno sia lasciato solo, nessuno si senta un peso: è questo l’impegno che chiediamo alle istituzioni e che, come Chiesa, continuiamo a vivere ogni giorno». Altro ambito caro alla comunità ecclesiale è quello della pace. Pace che «non è un sogno: è l’unica via possibile», ripete Zuppi. E, parlando di san Francesco e del lupo di Gubbio, ricorda che «negozia lui con il lupo, quello che così poco i responsabili delle nazioni cercano di fare, cedendo alla tentazione di risolvere i conflitti con le armi. Negozia perché ama la pace, conosce le cause della violenza e cerca le soluzioni, le crede possibili, le rende praticabili». E aggiunge: «Non è facile, scontato. Può apparire pericoloso, incauto, qualcuno facilmente lo giudica ingenuo o peggio ancora traditore di Gubbio e dei suoi valori. Dialogo è superare le ragioni unilaterali per accogliere la ragione comune». Quindi tiene a precisare: «Pace, per san Francesco, non è vivere senza l’altro, ma finalmente insieme. Infatti, non porta il lupo lontano, pensando che questo dia sicurezza a Gubbio e in fondo anche al lupo. Sarebbe stata la soluzione più facile e accettata, ma premessa sempre per nuove violenze». Richiamo dietro cui si può leggere la ritrosia internazionale, a partire da quella europea, a favorire una mediazione fra Russia e Ucraina. Alla politica italiana Zuppi ricorda anche la sentenza della Corte di Cassazione di fine agosto che ha «riconosciuto la piena autonomia e indipendenza della Chiesa cattolica nella gestione delle somme derivanti dal sistema dell’otto per mille».
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, apre il Consiglio episcopale permanente / ANSA
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, apre il Consiglio episcopale permanente / ANSA

La scuola e il no alle «disuguaglianze educative»

Tre giorni di lavori per i vertici dell’episcopato italiano. Nelle settimane in cui riprendono le lezioni in aula, la Cei torna ad affrontare la questione educativa che «non è un tema tra gli altri», ma «tocca il cuore della nostra convivenza», dice Zuppi nell’introduzione che questo pomeriggio ha aperto l’appuntamento. E richiama la cronaca. «I recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente e devono spingerci a una presenza rinnovata nel mondo educativo». Un ruolo decisivo viene svolto dalla scuola che il cardinale presidente definisce «un cantiere decisivo del nostro futuro comune» e una comunità a «generare fiducia, passione e responsabilità». Una sfida è quella delle «disuguaglianze educative». «Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace», sottolinea il cardinale arcivescovo di Bologna mentre una parte della politica propone classi separate o “contingentamenti” in base alla nazionalità. In classe entra anche il cambiamento tecnologico. «L’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma non sostituisce l’opera educativa. La scuola non compete con le macchine nel fornire risposte rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna». Infine l’urgenza di «custodire la capacità di pensare. In un mondo saturo di stimoli, informazioni e connessioni, servono luoghi dove imparare a sostare, ad approfondire, a distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superficiale». Sottolineando la necessità della «prossimità», il cardinale presidente fa sapere che essa «deve trovare espressione nella cultura, nelle leggi, nelle scelte politiche ed economiche. La dignità delle persone chiede risposte comuni e lungimiranti, capaci di superare la paura e l’indifferenza alla sofferenza altrui».
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, apre il Consiglio episcopale permanente / SICILIANI
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, apre il Consiglio episcopale permanente / SICILIANI

Sul fine vita la «sofferenza» per il «ritardo» del Parlamento 

Zuppi ammette che la Chiesa italiana segue «con preoccupazione» il «dibattito sul fine vita». Cita indirettamente gli strappi dei Consigli regionali che hanno varato leggi controverse sul suicidio assistito (Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto) per sollecitare «un confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie su quello che sta avvenendo nei territori». Infatti, osserva, «tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri: quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver. È un ritardo, questo sì, che produce tanta sofferenza, ineguaglianza, smarrimento e priva della dignità e della certezza di essere curati e accompagnati». Il presidente della Cei richiama i recenti pronunciamenti di Conferenze episcopali regionali (quelli del Triveneto e della Puglia) che, «come altre in passato, hanno ribadito che non può esistere un “diritto a morire”, ma il diritto di essere curati, assistiti e mai lasciati soli, evitando di trasformare “un tema così delicato in terreno di scontro elettorale o ideologico”. Continuiamo a ritenere che la vera conquista di civiltà non sia la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza».
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, apre il Consiglio episcopale permanente / ANSA
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, apre il Consiglio episcopale permanente / ANSA

San Francesco e le «scelte coraggiose» di fronte alla «cultura violenta della potenza»

Gli ottocento anni della morte di san Francesco, patrono d’Italia, che saranno celebrati il 4 ottobre ad Assisi, sono l’occasione per riflettere sull’«incredibile attualità» del Poverello che ha fatto breccia per la «semplicità evangelica delle sue parole». Del resto, aggiunge Zuppi, «tra Francesco e il popolo italiano c’è qualcosa di profondo». Un santo che «spinge in una dimensione universale e non localista, di apertura e non di chiusura, di superamento delle frontiere e non di costruzione di muri perché ci fa vedere nel prossimo, chiunque, il nostro fratello». Alla sua scuola è possibile essere «ogni giorno persone di pace, che rispettano l’altro, accolgono i poveri, curano la formazione propria e altrui, custodiscono il bene comune e soprattutto la vita dal suo nascere sino alla fine». La sua testimonianza è anche sprone alla pace in uno scenario internazionale che rischia di «sfuggire di mano a quei leader che si sentono padroni della situazione». Il cardinale chiama a favorire il dialogo. Vale per la politica, esortata all’urgenza della mediazione con il “nemico”. Vale per le religioni. «Il Poverello mostra che il compito della Chiesa è l’evangelizzazione e non la crociata – dice Zuppi –. Superare la logica del nemico ci fa riconoscere nell’unica famiglia umana. Siamo davvero “fratelli tutti”: è un grave errore strumentalizzare le religioni per giustificare persecuzioni e violenza». Alla Chiesa italiana chiede di «convertire le nostre comunità in case di pace e di riconciliazione» perché «anche i nostri ambienti soffrono divisioni e conflitti irrisolti che si trascinano nel tempo. La nostra credibilità è un tassello per la pace nel mondo». E a tutti propone «scelte coraggiose per l’umanità che sta scivolando nella cultura violenta della potenza». Da qui l’appello: «Diventiamo costruttori di pace, discepoli autentici di Cristo “nostra pace”».
In quest’ottica può essere letto l’anniversario dei 40 anni dell’incontro per la pace fra i leader religiosi ad Assisi voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986. Una «profezia» che «ci chiede più forza nel dialogo». La Cei lo ha dimostrato firmando quest’anno il patto “La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”, un testo che «nasce dalla convinzione che l’ascolto e la conoscenza reciproca, liberi da pregiudizi e luoghi comuni, contrasti tutte le forme di persecuzione antireligiosa (cristianofobia, antisemitismo, islamofobia…), valorizzino il patrimonio umano e spirituale di ogni tradizione, offerto a una società segnata da polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro un nemico». Perché, chiarisce il cardinale presidente, «l’incontro vero rafforza, non sbiadisce, l’identità di ciascuno».

«L’Italia è un Paese da evangelizzare»

Il cardinale Zuppi richiama i 50 anni del primo Convegno ecclesiale nazionale celebrato a Roma nel 1976 su “Evangelizzazione e promozione umana”. «L’Italia è un Paese da evangelizzare», dice il presidente della Cei citando l’affermazione di mezzo secolo fa, ma che è più che attuale. Il porporato incoraggia a non scivolare nel «pessimismo che porterebbe a giustificare l’inerzia o la chiusura nei nostri ambienti», ma precisa anche che, «senza nascondere le difficoltà, la storia spirituale del popolo italiano non si fa con le misurazioni di efficacia». D’altro canto, «non è più rinviabile una riflessione sulle nostre strutture, secondo quanto emerso dal Cammino sinodale. Questo vale per le funzioni della Conferenza episcopale italiana e delle Conferenze episcopali regionali e per il nostro Statuto». Secondo Zuppi, serve anche «allargare il nostro sguardo oltre le strutture parrocchiali, senza mai trascurarle, accogliendo con favore tanti e diversi percorsi di evangelizzazione, di comunità cristiana». Infatti, evidenzia, «in una grande missione c’è bisogno di tutti». Il lascito del Cammino sinodale delle Chiese in Italia è una risorsa: il presidente della Cei rimarca che è «prioritario dare continuità e attuazione alle proposte del Documento di sintesi del Cammino sinodale, “Lievito di pace e di speranza”, che in parte sono già in cantiere nelle singole diocesi e in parte allo studio della Cei, compresa la riforma dello Statuto». Tutto ciò per «aiutarci a essere una Chiesa libera di annunciare, perché radicata in Lui e vicina alla vita delle persone». Poi il cardinale avverte che «la fede non ha paura della ricerca della verità e del dialogo. Il dialogo non ha valore in sé, ma senza il dialogo diventiamo muti, ripetitivi, distanti dalle persone ma anche dall’amore di Dio».
Con affetto e riconoscenza Zuppi ricorda il cardinale Camillo Ruini, prima segretario generale e poi presidente della Cei, morto lo scorso 16 giugno. «Egli poneva al centro la questione della presenza della Chiesa nel mondo. Di fronte all’indebolimento dell’identità culturale del Paese e alla crescente marginalizzazione del cristianesimo, la sua preoccupazione consisteva nell’evitare che la fede fosse confinata nell’ambito della sola esperienza privata. Nel suo ministero abbiamo conosciuto l’amore alla Chiesa e al successore di Pietro, la passione per una fede pensata e vissuta, capace di dialogare con le domande del nostro tempo e produrre cultura cristiana e umanesimo».

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