L’irrisolta memoria del Giappone tra il dolore di Hiroshima e l'epica dei kamikaze
Le domande aperta dalla nostra visita al museo di Chiran, 300 chilometri da Nagasaki, dedicato ai piloti delle unità d'attacco. Se il ricordo dell'atomica porta al ripudio della guerra, non altrettanto fa la celebrazione delle gesta dei giovani che si immolarono

Oggi e domenica il Giappone tornerà, come ogni anno, davanti alle sue due ferite più esposte. A Hiroshima e Nagasaki il rito è collaudato e si ripeterà una memoria che sa dove guardare e cosa dire: campane, minuti di silenzio, discorsi che condannano la bomba e invocano un mondo senza armi nucleari. C’è un altro museo, però, meno noto, che quella stessa memoria la mette in crisi. Si trova a Chiran, nel Kyûshû, trecento chilometri a sud di Nagasaki, ed è dedicato ai piloti tokkô, le unità d’attacco speciale che l’Occidente chiama kamikaze. Da questa base aerea, tra il 1944 e il 1945, partirono oltre mille giovani, molti appena maggiorenni. Nessuno tornò. Vi sono arrivato da Kagoshima, aspettandomi qualcosa di simile a Hiroshima o Nagasaki: dolore elaborato, guerra come monito. Ho trovato invece qualcosa di più ambiguo, di più vivo di quanto avrei voluto.
Se i musei di Hiroshima e Nagasaki raccontano ciò che una bomba può fare a una città; quello di Chiran racconta ciò che una guerra può chiedere a un ragazzo di vent’anni, e come una nazione, decenni dopo, ancora non sappia bene come raccontarlo. Nel tempio adiacente si commemorano, insieme ai tokkô, i caduti delle guerre contro Qing e contro la Russia, e persino i samurai morti combattendo contro il governo Meiji, nemici di quello Stato che, ottant’anni dopo, avrebbe mandato i loro nipoti a morire. Eroi e ribelli, affiancati nella memoria collettiva, uniti dall’unico merito che il nazionalismo riconosce: essere morti in battaglia. La storia, qui, si morde la coda: i vinti di ieri diventano gli eroi di oggi, a patto che siano caduti con la spada, o il timone di un aereo, in mano. Il museo dichiara, con una solennità che nel Giappone contemporaneo non è affatto scontata, che quei ragazzi “sono morti per nulla”. Una frase coraggiosa, quasi una promessa di verità. Ma le didascalie sotto le fotografie raccontano altro. Ventenni che sorridono prima di salire in cabina, lettere alle madri, alle fidanzate. Il tono si fa riverente, poi epico, infine orgoglioso: le parole condannano, le immagini celebrano. C’è poi la Statua della Madre, in kimono da guerra, che guarda in silenzio il pilota che non tornerà. Dietro, un’iscrizione promette che madre e figlio saranno insieme per sempre. È forse l’unico punto onesto del percorso, eppure resta sospesa anche qui la domanda: è il monumento di un lutto o di un’approvazione?
Non credo si tratti di malafede. Credo che Chiran mostri, senza volerlo, quanto la memoria pubblica sia sempre negoziata, e quanto il confine fra commemorazione e nazionalismo non sia mai stato una linea diritta, in Giappone come altrove. Perché ricordare è già un atto politico, e il nazionalismo, come certi fiori, cresce meglio vicino alle tombe. Mentre a Hiroshima e Nagasaki si ripete che «questo non deve accadere mai più», a Chiran si allestiscono vetrine dove l’uniforme è stirata con cura quasi liturgica e la lettera d’addio che loda l’Imperatore diventa reliquia. Sono le due facce della stessa memoria nazionale: una condanna la guerra come evento, l’altra continua a onorarne, in silenzio, gli attori. La domanda che Chiran lascia aperta è la stessa che ogni memoriale dovrebbe porsi, il 6 e il 9 agosto come ogni altro giorno dell’anno: stiamo ricordando per non ripetere, o stiamo ripetendo proprio nell’atto di ricordare?
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