I deficit del "modello Albania"
e quella rischiosa scommessa sugli "hub"

L'Italia e altri Stati Ue premono per esternalizzare la gestione dei flussi migratori, realizzando centri per migranti nei Paesi extraeuropei. Ma l'esperimento albanese finora ha generato costi eccessivi e scarsa utilità. E così i dubbi (anche rispetto alla tutela dei diritti umani) crescono.
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August 5, 2026
I deficit del "modello Albania"
e quella rischiosa scommessa sugli "hub"
Il Centro migranti di Gjader in Albania /Ansa
C’è un filo che lega il cosiddetto «modello Albania» alle ipotesi messe sul tavolo del primo vertice dei ministri dell’Interno dell’Ue nel dopo Ceuta. Quel filo si annoda attorno alla convinzione che, nella complessa gestione dei flussi migratori, basti spostare il potenziale “problema” oltre i confini europei per stimarlo in via di soluzione. Il ministro italiano Matteo Piantedosi ha additato così ai colleghi la possibile exit strategy: «È tempo di mettere in pratica i nuovi modelli di hub per la gestione esterna delle procedure d’asilo e per i rimpatri in Paesi terzi sicuri, superando i vecchi tabù ideologici del passato».
I «return hubs» come scommessa, dunque, su cui puntare le fiches dell'Unione dei prossimi anni, con l’Italia che - rivendica Piantedosi - «ha fatto da apripista col Protocollo Italia-Albania». Nei fatti, però, ad oggi l’accordo con Tirana è il simbolo di un’operazione che non decolla, con 700 persone trasferite dal 2024 (a fronte di una stima di 36mila l’anno) e costi per 800 milioni di euro. Non esattamente un «modello», dunque. Se comunque l’Ue lo volesse replicare altrove, servirebbero fondi cospicui e intese con gli Stati scelti per gli hub.
Ma il caso Ceuta e la crisi tra Spagna e Marocco mostrano una volta di più la fragilità della cooperazione legata ai flussi di migranti, soggetta a bracci di ferro commerciali o a cambi d’umore politico. Inoltre, esternalizzare ha i suoi rischi: senza accordi di riammissione vincolanti coi Paesi d’origine, i nuovi hub potrebbero diventare parcheggi (o, peggio, galere) per i migranti a tempo indefinito, con incognite sul rispetto dei diritti umani.
Tre anni fa il milionario Piano Rwanda del Regno Unito fu sonoramente bocciato dalla Corte suprema britannica. Tuttavia, anziché tenerlo a mente, si preferisce sventolare il miraggio di nuovi hub, in una fase in cui la questione migratoria è terreno permanente di scontro politico e ogni iniziativa vale consensi elettorali. Ma la gestione dei flussi migratori non si risolve con operazioni simboliche: richiede approcci multilaterali, ampi canali legali d’ingresso, cooperazione efficace e volontà d’affrontare le cause profonde degli esodi di massa. Altrimenti si scivola nella propaganda, travestita da strategia. E la propaganda è come la marea: prima o poi si ritira, lasciando sulla spiaggia solo i rottami di logore promesse.

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