Nuove fosse comuni in Kosovo. È scontro aperto con la Serbia
Dopo il ritrovamento di resti umani a Zubin Potok, la Procura speciale ha arrestato tre serbi per crimini di guerra. Belgrado: «Un’intimidazione». Pristina pubblica un primo elenco ufficiale delle vittime della guerra del 1998-1999

Proprio mentre sembrava aprirsi uno spiraglio nel difficile dialogo tra Pristina e Belgrado, mediato dall’Ue, la scoperta di due nuove fosse comuni nel nord del Kosovo e l’arresto di tre uomini di origine serba accusati di crimini di guerra hanno riportato l’attenzione sulla questione irrisolta delle persone scomparse. A oltre venticinque anni dalla fine del conflitto del 1998-1999, la ricerca dei dispersi resta infatti uno dei nodi più sensibili nei rapporti tra Serbia e Kosovo, dove memoria, giustizia e politica continuano a sovrapporsi.
Al centro della vicenda c’è il comune di Zubin Potok, una delle aree a maggioranza serba del nord del Paese. Qui, in base a un’ordinanza del tribunale di Pristina, sono infatti iniziati gli scavi nel villaggio di Kalludër, in un sito che in precedenza non era mai stato esaminato nell’ambito delle indagini sui crimini di guerra. Gli esperti forensi hanno confermato il ritrovamento di resti umani definiti di rilevanza investigativa, anche se al momento non è ancora stata stabilita l’identità delle vittime. Nelle ultime ore la Procura speciale del Kosovo ha annunciato la scoperta di una seconda fossa comune nel vicino villaggio di Jabukë, a circa dieci chilometri di distanza dall’altra, in cui al momento sono stati rinvenuti i resti di almeno quattro persone, anch’esse ritenute vittime della guerra. Secondo il primo ministro kosovaro Albin Kurti, i siti possono essere collegati al caso di ventitré civili albanesi di Mitrovica – tra cui diversi intellettuali e professionisti – che il 19 aprile 1999 furono rapiti dalle forze serbe e da allora risultano scomparsi. Parallelamente agli scavi, la polizia kosovara e la Procura speciale hanno esteso le indagini sui presunti crimini di guerra. Dopo l’arresto di due uomini di origine serba identificati con le iniziali M.J. e M.B., sospettati di crimini di guerra contro la popolazione civile, è stato fermato anche un terzo sospettato, identificato con le iniziali J.R., arrestato sempre su ordine della Procura speciale. Il governo di Belgrado ha reagito definendo gli arresti un atto di «terrorismo, vendetta e intimidazione» contro la comunità serba del Kosovo, e accusando le autorità di Pristina di esercitare pressioni politiche sulla minoranza serba per alimentare un clima di insicurezza nel nord del Paese. Pristina, invece, difende l’operato della magistratura sostenendo che le indagini siano parte di un processo necessario per accertare le responsabilità sui crimini commessi durante la guerra, e torna ad accusare la Serbia di non collaborare con le autorità investigative e di ostacolare l’accesso agli archivi.
La questione delle persone scomparse durante la guerra del 1998-1999 rappresenta da anni uno dei principali ostacoli alla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. Gli accordi raggiunti nel 2023 nel quadro del dialogo sostenuto dall’Ue prevedevano l’impegno di entrambe le parti a chiarire il destino di quelle persone. Ma i progressi sono rimasti sinora limitati e il tema continua a essere uno dei punti di maggiore diffidenza reciproca.
Gli scavi di Zubin Potok si inseriscono inoltre in un momento in cui il Kosovo sta cercando di consolidare una ricostruzione istituzionale della memoria del conflitto. Proprio alcuni giorni fa, l’Istituto kosovaro per i crimini commessi durante la guerra ha pubblicato il primo elenco preliminare ufficiale delle vittime. Secondo il rapporto, sarebbero 13.227 le persone uccise, fatte sparire con la forza o morte in conseguenza della guerra. Di queste, 1.578 risultano ancora disperse. L’eventuale identificazione dei resti rinvenuti nei due siti di Kalludër e Jabukë potrebbe rappresentare un passaggio importante per molte famiglie che da decenni attendono risposte.
Ma il caso ha anche un evidente peso politico: ogni nuova scoperta legata ai crimini della guerra riapre il confronto sulle responsabilità del conflitto e mette alla prova il fragile percorso di dialogo tra Pristina e Belgrado. A oltre un quarto di secolo dalla fine della guerra, la questione delle persone scomparse rimane dunque non solo un problema umanitario e giudiziario, ma anche uno dei principali fattori che condizionano il futuro delle relazioni tra Kosovo e Serbia.
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