La storia di Juan Alberto e dei suoi tre anni dentro le carceri russe

La testimonianza di Leyva, 28 anni, catturato nel 2022 dopo aver partecipato alla difesa di Mariupol: «Venivo picchiato due volte al giorno»
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August 5, 2026
Una giovane donna bionda avvolta in una bandiera gialla e blu con la testa appoggiata contro un muro al quale sono attaccati manifestini con volti di giovani in divisa
Un'ucraina inginocchiata davanti alle foto di soldati prigionieri in Russia / ANSA
Su quattro anni e quattro mesi di guerra, Juan Alberto Leyva, madre ucraina e padre cubano, ne ha trascorsi oltre tre nelle carceri dei russi, per otto mesi è stato in riabilitazione e per quattro mesi al fronte. Eppure il 28enne cresciuto a Mariupol, dove i genitori si erano conosciuti durante un programma studentesco fra Paesi socialisti prima di trasferirsi a Odessa, ritiene di essere stato «fortunato». «La prigionia non mi ha causato malattie troppo gravi o ferite eccessivamente profonde come ad altri. Certo, ho perso più di trenta chili. Ma mi sono ripreso in un tempo meno lungo. E sono potuto tornare in servizio. Non ero obbligato. È stata una mia scelta». Da qualche settimana, Juan è di nuovo attivo nelle forze armate dopo aver partecipato, con la 36esima brigata della Marina, alla difesa di Mariupol poco dopo l’invasione. Per quaranta giorni è stato barricato nell’acciaieria Azovstal da cui è uscito il 20 maggio 2022 con gli ultimi dei 2.460 presenti, al termine di un faticoso accordo con le forze armate di Mosca. «Non l’hanno rispettato, però. Dovevano tenerci quattro mesi. Sono rimasto dentro quasi dieci volte di più e un migliaio di compagni è ancora in cattività», racconta in perfetto inglese e con tono apparentemente neutro il giovane, liberato grazie a uno scambio il 14 agosto scorso.
«Ce l’hanno detto all’ultimo, quando siamo atterrati a Gomel, in Bielorussia, e ci hanno fatto togliere le bende dagli occhi, poco prima di oltrepassare il confine con l’Ucraina. Fino ad allora pensavo fosse l’ennesimo trasferimento». Dopo meno di un mese nel campo di Olenivka, nella regione del Donesk, il soldato è stato portato a Dovzhansk, in quella del Lugansk, dove è rimasto diciotto mesi prima di essere trasportato in Russia. Là è stato recluso per nove mesi nel famigerato penitenziario di Taganrog. «Ovunque le condizioni erano crudeli, disumane, umilianti, ancor più per chi come me aveva partecipato alla resistenza dell’Azofstal. Oltretutto, sono mezzo cubano. Ma il periodo a Taganrog è stato, forse, il più duro. Ci picchiavano a ogni controllo, due volte al giorno. Il cibo era pochissimo e disgustoso, i prodotti per l’igiene inesistenti. Dovevamo fare salti mortali per provare a mantenere un minimo di pulizia».
L’ultimo anno, il militare l’ha passato negli Urali, in una struttura della regione di Perm, sottoposto a un regime più rigido della massima sicurezza. «Eravamo sorvegliati 24 ore al giorno dalle telecamere. Dalle 6 del mattino alle 6 di sera non ci era consentito di muoverci all’interno della cella né di parlare. Per andare in bagno o bere un bicchiere d’acqua, dovevamo avere l’autorizzazione della guardia, comunicata attraverso l’altoparlante. Alla minima infrazione eravamo puniti. Nel migliore dei casi, ci obbligavano a fare centinaia e centinaia di flessioni. Più spesso, semplicemente, ci pestavano». La voce di Juan resta ferma mentre parla. È abituato a trattenere le emozioni. «Non è facile tornare a una vita normale – ammette –. I ricordi, a volte, saltano fuori, giorno e notte». Per un istante, il tono sembra avere una minima incertezza quando descrive la sensazione nell’avere a che fare di nuovo con i russi nell’esercito. «Non dovrebbero stare qui. Sono venuti come invasori per distruggere la mia casa. Gli ucraini fanno, però, di tutto per catturarli vivi in modo da scambiarli con i nostri prigionieri. È il loro presidente ad averli mandati in battaglia per farsi ammazzare – conclude secco –. La loro morte è colpa sua».

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