In Cisgiordania ci sono anche i coloni "pentiti": ecco cosa ci hanno raccontato

Gli abitanti degli insediamenti non sono un blocco unico. Accanto ai sostenitori della "frontiera messianica" ci sono famiglie attratte dal basso costo delle case: «Se avessi un indennizzo me ne andrei»
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August 4, 2026
In Cisgiordania ci sono anche i coloni "pentiti": ecco cosa ci hanno raccontato
Alcuni soldati israeliani
proteggono
un gruppo
di coloni che passeggiano
nel centro
di Hebron,
nel sud della Cisgiordania / Reuters
Per molti è una frontiera messianica. Altri dicono che è solo un modo per arrivare alla fine del mese: case meno care, scuole, servizi, sovvenzioni, sorveglianza armata. Gli insediamenti e la galassia violenta dei coloni tengono in ostaggio il futuro di Israele e della Palestina. È dentro questo sistema che pesano le testimonianze di chi ha rotto con il movimento dei coloni. Shabtay Bendet contribuì alla fondazione dell’avamposto di Rehelim. Oggi dirige “Settlement Watch”, il programma dell’organizzazione israeliana “Peace Now” che documenta l’espansione degli insediamenti. «Volevamo creare qualcosa che non potesse essere smantellato», dice Bendet di quella stagione di avamposti e radicalizzazione: «Vedevamo i palestinesi come un nemico». Lia Tarachansky, cresciuta ad Ariel, nel cuore della Cisgiordania occupata, racconta un’infanzia con il lessico della paura. Il cambiamento è avvenuto lontano da Israele, in Canada, incontrando un ragazzo palestinese: «Sa che sono ebrea e non sta cercando di uccidermi». Dagli “Hilltop Youth”, la galassia radicale e informale dei giovani coloni delle colline, proviene Dov Morell. Anche lui ha voltato le spalle ai fanatici, e oggi opera nel campo dei diritti umani. Di quella vita non resta quasi nulla da rivendicare. A parte la fuoriuscita.
Dall’interno degli insediamenti affiorano poche voci di dissenso. Alcuni coloni se ne sono andati. Altri partirebbero domani, in cambio di un indennizzo. Molti considerano invece la terra non negoziabile e uno Stato palestinese inaccettabile. Nelle frange più radicali, la separazione diventa espulsione: Gaza svuotata dei palestinesi, la Cisgiordania ridotta a enclavi, l’occupazione trasformata in sovranità permanente. Elizabeth Tsurkov, ricercatrice israelo-russa cresciuta a Kfar Eldad, un insediamento a sud di Gerusalemme, ricorda la scuola Achi Tekoa e le “escursioni” che non entravano mai nei villaggi palestinesi dell’Area C, «per non parlare delle Aree A o B». È una frase che pesa come una mappa, soprattutto dopo lo scontro del 24 luglio a Tal, alle porte di Nablus, in Area A: quattro palestinesi e due militari israeliani uccisi. L’Area C, circa il 60 per cento della Cisgiordania, resta sotto pieno controllo israeliano. Qui insediamenti e avamposti sorgono accanto a villaggi palestinesi e comunità beduine. Stessi chilometri, mondi separati. L’altro, il biblico “prossimo”, è soprattutto una presenza rimossa.
Tornata libera dopo 903 giorni di prigionia in Iraq, Tsurkov ha ripreso a interrogare anche l’ambiente israeliano nel quale è cresciuta. Commentando sui social le incursioni nei villaggi palestinesi, parla di «una politica deliberata dei coloni violenti: entrare nei villaggi per colpire o provocare una reazione che giustifichi un abuso maggiore».
Intanto il territorio cambia. Tra il 14 marzo e il 12 giugno 2026, secondo il Segretario generale dell’Onu, Israele ha autorizzato 4.750 nuove unità abitative in Cisgiordania e Gerusalemme Est e approvato 34 insediamenti. Tra marzo e aprile 9 comunità palestinesi sono state costrette ad abbandonare il territorio dopo ripetute aggressioni. Dal gennaio 2023 sono 45 quelle svuotate dopo assalti, intimidazioni e distruzioni. Sul villaggio beduino di Khan al-Ahmar pende ancora la minaccia della demolizione. Si trova nel corridoio E1, tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, dove Israele vuole saldare gli insediamenti alla propria area urbana. Nel progetto E1 sono previste 3.401 abitazioni e la “Sovereignty Road”, la strada della sovranità. Secondo l’Unione europea, separerebbe il nord dal sud della Cisgiordania, isolerebbe Gerusalemme Est da un futuro Stato palestinese e renderebbe quasi impraticabile la soluzione dei due Stati.
Bruxelles definisce il 2025 un anno di «accelerazione senza precedenti»: 54 nuovi insediamenti ufficiali, 86 avamposti e 63.311 alloggi pianificati. Nei Territori occupati vivono oltre 750 mila coloni. Il rapporto europeo parla di «annessione de facto». Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 afferma che Israele è tenuto a cessare immediatamente ogni nuova attività di insediamento, evacuare i coloni e porre fine quanto prima alla propria presenza illegale nei Territori occupati. Sul terreno accade l’opposto: le colonie si moltiplicano, gli avamposti vengono legalizzati, le terre registrate, le comunità palestinesi spinte altrove.
Non per tutti è una missione biblica. Un residente israelo-americano racconta che la scelta è stata di portafoglio: «Affitto calmierato, sicurezza garantita dai volontari armati, una rete di cooperazione tra vicini». Lavora nell’high-tech e, se il governo decidesse un ritiro con indennizzo, sarebbe pronto a trasferirsi «anche domani». La campagna elettorale verso il voto del 27 ottobre si misurerà con il consenso del popolo degli occupanti, in grado di decidere le fortune di singoli partiti e di un intero quadrante. Intervistato dalla Bbc nell’insediamento di Havat Gilad, il colono e avvocato di israeliani accusati di violenze contro i palestinesi Yehuda Shimon, ha sostenuto che la vita di un ebreo vale «dieci milioni» di vite palestinesi. Razzismo? «Dio ci ha scelti. E voi ne siete gelosi».

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