Marghera, Terni, Gela: ecco le "altre Ilva" d'Italia tra bonifiche e degrado

A due passi dalla Cascata delle Marmore, suolo e falde sono contaminate dall’amianto. A Marghera, previsto l’unico deposito per le materie prime critiche dell’Europa mediterranea. A Gela è crisi occupazionale
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August 4, 2026
Marghera, Terni, Gela: ecco le "altre Ilva" d'Italia tra bonifiche e degrado
Il polo industriale di Marghera
Mentre si complica la partita per l'ex Ilva di Taranto, nei principali siti industriali restano le contraddizioni tra le necessità produttive, la tutela ambientale e il diritto alla salute. Tra contenzioni e burocrazia, la sostenibilità si gioca sul tempo: Lievitano i costi, mentre le comunità chiedono più ascolto.

A Marghera nuovi investimenti: «Rinnovabili e terre rare»

Marghera, il futuro approdo delle terre rare. Ma intanto nell’area di via Bottenigo, vicino alla Nave de vero, i carabinieri forestali hanno accertato tracce di asbesto. Eppure, dicono i proprietari, «era stata bonificata». Le grandi contraddizioni di questa terraferma subito a ridosso della laguna: incalzano gli investimenti, segnano il passo bonifiche e riconversioni – come sottolinea Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente –, con grossi interrogativi sulla salute. Oltre un secolo di attività chimiche, petrolchimiche e metallurgiche che hanno contaminato suoli, falde e sedimenti con sostanze diverse (idrocarburi, metalli pesanti, diossine, PCB).
Ogni area richiede interventi specifici e tempi lunghi. Questo è un sito di interesse nazionale, vi sono coinvolti ministero dell’Ambiente, Regione Veneto, Comune di Venezia, Autorità portuale e soggetti privati. Il primo Accordo di Programma risale al 2012. L’intero programma pubblico di risanamento è costato oltre un miliardo di euro, a cominciare dalle opere di marginamento delle macroisole, cioè le barriere che impediscono agli inquinanti di raggiungere la laguna. Però numerose aree sono ancora in messa in sicurezza permanente o in fase di caratterizzazione. Gli esperti e gli enti coinvolti ritengono che, per completare l’intera bonifica del Sin di Porto Marghera e la piena riconversione industriale, serviranno ancora diverse centinaia di milioni di euro, oltre agli investimenti privati necessari per riutilizzare le aree dismesse. Il rovescio della medaglia è tuttavia incoraggiante.
È di questi giorni l’annuncio di una nuova unità di deossigenazione nella bioraffineria Enilive, gruppo Eni, investimento da 200 milioni. a Porto Marghera. La Bioraffineria Enilive, avviata nel 2014 è il primo esempio al mondo di riconversione di una raffineria tradizionale, ed è al centro di importati investimenti finalizzati ad aumentare l’impiego di materie prime di scarto e residui, tra cui oli vegetali esausti, grassi animali e altri sottoprodotti dei processi industriali, utilizzati per la produzione di biocarburanti. Nei giorni scorsi è stato inaugurato un nuovo stabilimento Sapio per la produzione di idrogeno verde: il combustibile verrà utilizzato anche dalla nuovo flotta di 90 autobus green del Comune di Venezia. Intanto Edison Energia ha sottoscritto con Sapio un contratto PPA (Power Purchase Agreement) off-site per la fornitura di energia 100% rinnovabile per l’impianto di produzione di idrogeno rinnovabile appena inaugurato. meccanico, con una capacità a regime di 20mila tonnellate/anno. Ebbene, Versalis ed Eco+Eco (società del Gruppo Veritas) hanno sottoscritto un accordo che concretizza l’intesa avviata a settembre 2025 per lo sviluppo del settore dei polimeri riciclati. Ma la svolta per Marghera arriverà – così ritiene il presidente della Regione, Alberto Stefani – dall’insediamento dell’unico deposito dell’Europa mediterranea per le materie prime critiche. L’implementazione nei dodici ettari di terreno bonificato dal gruppo Eni. Il ministro Adolfo Urso ha promesso di recente che «già a ottobre si vedrà l’apertura del primo cantiere». Diciassette le materie prime coinvolte. E già maturano le prime preoccupazioni.
«Davvero Porto di Marghera sarebbe candidato ad ospitare uno dei primi due depositi europei di terre rare e materie prime critiche, come litio, cobalto e manganese? Chiediamo ai ministri interessati di chiarire e di rendere noti i soggetti proponenti e lo stato dell’istruttoria e se siano previsti anche il trattamento e la lavorazione dei materiali – ha sollevato il tema la veneziana Luana Zanella, capogruppo Avs alla Camera -. La comunità è naturalmente preoccupata». «La verità? Resta il tema delle bonifiche. C’è sicuramente un impegno da parte della Regione per completare i lavori di messa in sicurezza, ma per quanto riguarda la riconversione non ci si può muovere soltanto nell’ottica dei grandi depositi. Bisogna insistere con iniziative ed investimenti sull’economia circolare, quindi sul riciclo, il recupero, il riutilizzo. Non vendiamo ancora un cambiamento strutturale. Le bonifiche devono presupporre la riconversione. E la conversione deve presupporre, deve coltivare qualche idea di sviluppo».
L'area industriale di Papigno
L'area industriale di Papigno

Terni dalla chimica all’acciaio all’illusione del cinema: Papigno nell’incuria

L’area Sin di Papigno è il simbolo dell’abbandono: nonostante l’acronimo (sito di interesse nazionale) del suo destino sembra interessare a pochi. Oltre 6 ettari alla periferia di Terni a due passi dalla Cascata delle Marmore oggi mangiati dall’incuria. Eppure fino al 1973 l’area ospitava uno stabilimento elettrochimico fra i più grandi al mondo: produceva carburo di calcio. Poi intervenne l’acciaieria. Infine, dalla chimica si passò al cinema. Quando il Comune acquistò l’area nel 1997 per fermare il già avanzato degrado, Roberto Benigni se ne innamorò e con la sua società Spitfire ottenne l’uso degli spazi: fu lì che girò capolavori come “La vita è bella” e “Pinocchio”. Il sogno di farne una nuova Cinecittà però svanì sotto i costi di gestione. Quando subentrò la vera Cinecittà, il sito era già stato inserito dallo Stato nel Sin a causa della gravissima contaminazione dei suoli lasciata da 70 anni di attività chimica e così anche quel progetto naufragò, aprendo la strada all’abbandono.
Dopo un lungo contenzioso legale, la struttura è tornata interamente nella piena disponibilità del Comune solo nel 2019. Nel frattempo però si è assistito ad una doppia erosione: quella del lavoro, con oltre 10.000 posti persi nel tempo dalle aziende limitrofe e quella del territorio. Ad oggi le bonifiche hanno interessato appena l’1 per cento del territorio, bloccate da burocrazia, rimpalli di responsabilità e fondi congelati. La sola area degli ex Studios è stata trasformata appena pochi mesi fa nel centro di allestimento dei carri allegorici per la festa di primavera.
«Per il resto però non c’è più niente – sottolinea Melody Enehizena, presidente dell’associazione Il Castello di Papigno – il campo di calcio è nel degrado, mancano spazi per la socialità. Alcune persone che hanno preso parte alle nostre iniziative per il borgo sono rimaste stupite nello scoprire che è abitato, pensavano non ci vivesse più nessuno. Bisogna fare in fretta, perché abbandono chiama abbandono».
Anche per questo Papigno e l’area Sin sono stati la tappa umbra della campagna Ecogiustizia a cura di Legambiente, Arci, Acli, Agesci, Azione Cattolica e Libera: «Quello che noi chiediamo – sottolinea Tommaso Sabatini, presidente di Arci Terni – è un tavolo che definisca in fretta responsabilità, tempistiche e chi fa cosa. Questo territorio non può più attendere, sta morendo lentamente». Perché è anche – se non soprattutto – una questione di tutela della salute. Suolo, aria e falde sono contaminate da amianto, pcb, polveri e metalli pesanti. Il Comune, di concerto con Arpa ha attivato in tutta l’area i “fitorimedi” ossia l’uso di piante capaci di assorbire i metalli pesanti: «Ma è un trattamento che non va bene, perché ogni zona ha caratteristiche diverse e richiede soluzioni diverse – dice Gianni Di Mattia di Legambiente Terni – Bisogna fare chiarezza su tempi e azioni. Quello che invece vediamo è che non c’è un cronoprogramma né sulla bonifica, né sul recupero degli spazi. Per esempio, il campo di calcio è chiuso da 20 anni e nessuno sa se e quando riaprirà». Il Comune dal canto suo, fa sapere di avere chiesto al Mase fondi a questo scopo, ma di essere ancora in attesa del riscontro.
Il monitoraggio annuale dei dati sulla salute dei residenti è una delle richieste sul piatto. «Ma non c’è solo questo – dice ancora Sabatini – noi vogliamo che i cittadini vengano coinvolti attivamente nelle varie fasi del progetto di bonifica e sul futuro del sito». Riccardo Marcelli, segretario regionale della Cisl è netto. «Rigenerare quell’area significa restituire futuro al territorio: creare nuove opportunità produttive, garantire sicurezza alle comunità e trasformare una ferita industriale in un bene comune».
Il progetto che è sul tavolo delle istituzioni è la riconversione industriale del sito nell’ottica della transizione ecologica, con l’incentivazione di green jobs. Ma è legato all’accordo di programma da 1,2 miliardi con Ast, che ancora non ha trovato attuazione per via della questione energetica. Intanto però il tempo passa e il declino di Papigno avanza.
La zona industriale di Gela, in Sicilia
La zona industriale di Gela, in Sicilia

A Gela tra i vecchi impianti territorio in spopolamento

A Gela, in Sicilia, la sostenibilità ambientale si gioca sul tempo. Il 2029 è il traguardo indicato dagli impegni di Eni, ma anche la scadenza su cui pesano i ritardi denunciati in tema di sviluppo ambientale e bonifica del sito industriale. Dieci anni fa la firma del protocollo tra il colosso del cane a sei zampe e il ministero dell’Ambiente per la riconversione del polo petrolchimico e a poco meno di tre anni dalla scadenza degli accordi, la partita è pienamente nel vivo. Eni assicura che le attività di bonifica su Gela «proseguono in linea con i decreti emessi e le autorizzazioni rilasciate dagli enti» e ad oggi sono implementati da «un mix di diverse tecnologie di bonifica, alcune delle quali innovative, progressivamente adattate alla complessità del sito». Nelle falde prosegue «la rimozione selettiva degli idrocarburi dalle acque sotterranee» oltreché con «l’installazione di un pozzo a ricircolo per accelerare la rimozione del contaminante arsenico».
Alcuni moduli di bonifica con tecnologia multifase inoltre usano il vuoto per estrarre insieme vapori, acqua di falda contaminata e prodotti liquidi liberi da sottosuolo e falda in quattro isole dell’area industriale e «sono in corso gli ulteriori processi di gara d’appalto, per ciò che riguarda altre caldaie, serbatoi, fabbricati e impianti». Eni conferma la conclusione ed il collaudo, tra un corposo elenco di lavori, della sub-area ex lavaggio gas e dell’ex area di stoccaggio di petcoke con la realizzazione di un capping superficiale che guarda alla futura realizzazione di un impianto fotovoltaico. Interventi che restano sotto la lente di ingrandimento di cittadini, associazioni, ambientalisti locali. Come Pietro Lorefice, oggi anche senatore al secondo e componente della commissione bilaterale eco-reati.
«La questione ambiente resta aperta ed è necessario fare il punto sullo stato di attuazione degli impegni assunti dieci anni fa», dice. «Serve un aggiornamento puntuale che chiarisca quali interventi siano ancora in corso e quali abbiano subito ritardi, indicando per ciascuno tempi e responsabilità. Ad esempio la demolizione del quadricanne che doveva andare già due anni fa ed è ferma poiché all’interno della struttura sono stati accertati quattro camini collassati e amianto». Un altro tema è la restituzione di alcune aree dove erano insediati vecchi impianti, messi in conservazione sotto flusso d’azoto. Resta aperto il tema delle prescrizioni ambientali connesse al progetto Argo-Cassiopea, i giacimenti di gas naturali del golfo di Gela, «dalla mappatura degli habitat marini, agli interventi antistrascico e di ripopolamento». Si punta a ridefinire l’area Sin. «C’è la richiesta di ampliamento», conferma il senatore che ha partecipato a conferenze di servizio anche con Regione e Arpa.
Intanto che il dibattito ambientale tiene banco, a Gela c’è una comunità che da anni affronta sulla propria pelle le conseguenze di una storia industriale complessa. È un mondo spesso invisibile, fatto di famiglie, associazioni, volontari. Una rete di solidarietà e impegno come quella rappresentata da Angela Lo Bello della Farc, un’associazione di mutuo aiuto si occupa di realizzare turbanti per le pazienti costrette alla chemioterapia. «Un lavoro di squadra, grazie ad oltre 50 volontarie ed ex pazienti che nei reparti dell’ospedale si occupano del make-up delle donne che stanno affrontando la malattia e provvedono alla bonifica delle parrucche realizzate grazie alle trecce donate». Le battaglie dei comitati proseguono, anche nelle aule dei tribunali. Le sentenze riportano che non c’è nesso tra inquinamento, tumori e malformazioni. La lista dei morti di cancro si allunga ogni giorno e non c’è un registro ufficiale di chi si ammala. E la città si svuota. Dall’avvento della riconversione ad oggi la crisi occupazionale ha amplificato lo spopolamento di Gela. Per ogni operaio che va via, ci sono dietro intere famiglie che chiudono le porte delle abitazioni o abbassano le saracinesche delle attività commerciali. «Dal 2013 in poi, abbiamo perso circa 350 unità come diretto sul territorio», afferma Rosario Catalano, segretario dei chimici della Cgil. «La cifra è frutto del computo tra chi era impegnato nella raffinazione tradizionale e chi oggi è stato specializzato, dopo avere frequentati corsi di formazione, nella bio-raffinazione e nelle attività di bonifiche, sicurezza e gestione delle acque. Nell’indotto sono invece circa 400 le unità che si sono perse. In questi dieci anni molti operai sono andati in pensione e non sono stati rimpiazzati, complici anche gli ammortizzatori sociali».

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