AstraZeneca e Bristol Myers Squibb, prove di fusione
Il matrimonio tra l'azienda farmaceutica britannica e quella americana varrebbe 400 miliardi di dollari e darebbe vita al quarto gruppo al mondo per capitalizzazione

Solo una settimana fa, l’amministratore delegato di AstraZeneca, Pascal Soriot, incontrando i giornalisti, aveva affermato che l’azienda farmaceutica britannica non ha bisogno di fusioni e acquisizioni per raggiungere l’obiettivo di fatturato previsto per il 2030. Secondo il Financial Times però, il manager sta trattando da mesi la maxifusione con la rivale statunitense Bristol Myers Squibb (Bms). Si tratterebbe di una delle più grandi operazioni di sempre in ambito farmaceutico: si creerebbe il quarto gruppo al mondo di Big Pharma per capitalizzazione di mercato, a ridosso dei 400 miliardi di dollari. Quella del Regno Unito è una società che capitalizza 196 miliardi di sterline (260 miliardi di dollari), mentre Bms raggiunge 133 miliardi di dollari.
Non c’è ancora nulla di certo e i vertici delle due società non commentano. Ma l’azienda inglese è pur sempre la seconda società quotata in Borsa più preziosa del Regno Unito e ogni suo movimento provoca facili entusiasmi o repentine preoccupazioni, a seconda da dove lo si guardi. Perché l’eventuale fusione, ampliando la presenza dell’azienda sul mercato statunitense (cosa ovviamente apprezzata oltreoceano), accrescerebbe i timori britannici sulla tendenza ad abbandonare il Paese da parte di numerose multinazionali del Regno. Del resto, proprio AstraZeneca, società quotata nell’indice Ftse 100, all’inizio dell’estate ha assestato un duro colpo alla Borsa di Londra, completando la sua quotazione a New York.
C’è dunque una questione politica che investirebbe le due sponde dell’Atlantico (Londra in particolare), visto che esiste la possibilità che AstraZeneca utilizzi l’accordo per trasferire la propria sede legale negli Stati Uniti. Ma c’è anche un altro nodo tutto da valutare e niente affatto scontato, ed è il giudizio dell’antitrust. Sotto la guida di Sir Soriot AstraZeneca è cresciuta fino a diventare una potenza con un portafoglio leader nei farmaci oncologici. Ma anche Bms possiede un’agguerrita divisione dedicata alla cura del cancro. A detta di Evan Seigerman, analista di Bmo Capital Markets, la «significativa sovrapposizione di attività» tra i portafogli di farmaci oncologici dei due gruppi «potrebbe ridurre le probabilità di successo della fusione». Seigerman ha citato ad esempio i farmaci Opdivo di Bristol e Imfinzi di AstraZeneca che sono diretti concorrenti nel trattamento del carcinoma polmonare. C’è anche da aggiungere, però, che l’operazione avverrebbe in un momento in cui l'amministrazione del presidente Donald Trump ha mostrato un'apertura alle fusioni e le acquisizioni, contribuendo a spingerle verso livelli quasi record negli Usa. Le azioni di Bms sono aumentate del 21% dall'inizio dell'anno, ma quelle di AstraZeneca sono diminuite dell'8% nello stesso periodo. E nelle ultime ore, i mercati sembrano bocciare l'ipotesi di fusione, secondo lo schema riportato dal Financial Times. Il colosso farmaceutico britannico infatti ha ceduto in Borsa il 7,8 per cento, scivolando ai minimi degli ultimi 10 mesi, mentre il gruppo americano ha registrato un progresso di quasi il 2%.
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