Sciopero all'ex Ilva: a Taranto futuro appeso tra lavoro e salute
Otto ore di stop, assemblea e blocco della statale davanti allo stabilimento. La protesta arriva dopo il decreto della Corte d'Appello di Milano che impone la chiusura dell'area a caldo entro il 28 ottobre. Da domani il confronto con il governo su occupazione, bonifiche e rilancio industriale.

A Taranto torna a prevalere l'incertezza. L'incertezza di migliaia di lavoratori che vedono avvicinarsi lo stop dell'area a caldo dell’ex Ilva disposto dalla Corte d'Appello di Milano, ma anche quella di una città che da anni aspetta una riconciliazione mai compiuta tra produzione industriale, tutela della salute e risanamento ambientale. Le bonifiche procedono a rilento, gli interventi di risanamento non hanno mai chiuso definitivamente la stagione dell'emergenza e il futuro della più grande acciaieria d'Europa resta sospeso. Da domani fino a giovedì il Governo proverà a riunire tutte le parti al tavolo tecnico convocato dal ministero delle Imprese e del Made in Italy. Intanto oggi gli operai dell'ex Ilva hanno risposto con otto ore di sciopero, un'assemblea e il blocco della statale 7 davanti allo stabilimento.
Il provvedimento della Corte d’Appello di Milano nasce dalla valutazione secondo cui il rischio di emissioni inquinanti non può essere considerato superato e che le misure previste per eliminare le criticità ambientali, come la presenza di amianto, non sono state completate nei tempi stabiliti. Una decisione destinata a cambiare radicalmente il destino dello stabilimento e a imprimere una brusca accelerazione a una crisi che dura ormai da oltre un decennio.
La mobilitazione di oggi coinvolge i dipendenti di Acciaierie d'Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria, insieme ai lavoratori delle imprese dell'appalto. È proprio questo il nodo che domani approderà al Mimit. Il Governo ha convocato una serie di tavoli che prenderanno il via con il confronto con i sindacati e proseguiranno nei giorni successivi con i soggetti interessati a investire nell'ex Ilva, con Confindustria, Federacciai e Federmeccanica, fino alle associazioni che rappresentano le imprese dell'indotto. L'obiettivo è individuare una soluzione capace di garantire continuità produttiva, occupazionale e il percorso di decarbonizzazione del sito. Ma la sentenza dei giudici milanesi ha ristretto drasticamente i margini di manovra e reso il fattore tempo decisivo.
Intanto resta aperta anche la partita industriale. Il gruppo indiano Jindal ha confermato la disponibilità ad acquisire l'intero perimetro produttivo nonostante il provvedimento della Corte d'Appello, ribadendo di voler proseguire il confronto con il governo. Una disponibilità che testimonia come il dossier resti aperto, ma che dovrà misurarsi con il nuovo quadro giudiziario e con l'urgenza di definire il futuro degli impianti. Per le organizzazioni sindacali il punto di partenza resta uno solo: garantire contemporaneamente lavoro, ambiente e salute. "È giunto il tempo di prendere decisioni che restituiscano ai lavoratori e alla città un futuro certo, garantendo tutti i diritti costituzionali, dal lavoro all'ambiente e alla salute senza che alcuni vengano esclusi a discapito di altri", affermano Fim, Fiom, Uilm e Usb. Durante l'assemblea di stamane, il segretario della Fim Cisl Taranto Brindisi, Biagio Prisciano, ha ricordato come "dal 2012 i lavoratori non hanno mai diviso le questioni ambientali da quelle occupazionali, né quelle sanitarie da quelle sociali". Per il sindacalista, in questi anni "ognuno ha pagato questa vertenza a proprie spese, nello stabilimento, in famiglia e con il proprio reddito". Un bilancio severo che si traduce in un'accusa alla politica: "In quindici anni tutti hanno fallito. Ogni governo è arrivato con la propria idea e ci ritroviamo sempre al punto di partenza".
Prisciano ha anche respinto l'idea che la chiusura dell'area a caldo possa essere considerata inevitabile. "La magistratura interviene perché la politica ha creato dei vuoti. Quello di oggi non è uno sciopero contro i giudici", ha detto, chiedendo invece "un piano straordinario per ambientalizzare" gli impianti e mettendo in guardia il governo dal limitarsi a prospettare future ipotesi di reindustrializzazione. "Un conto è collocare i lavoratori sulla carta, un conto è creare davvero nuovi posti di lavoro", ha osservato, ricordando le occasioni industriali perse negli ultimi anni sul territorio tarantino.
Il tavolo tecnico al Mimit
Le richieste avanzate a Palazzo Chigi restano tre: misure straordinarie per i dipendenti di Acciaierie d'Italia, Ilva in amministrazione straordinaria e dell'appalto; un intervento pubblico capace di garantire continuità occupazionale durante la transizione; una clausola sociale che tuteli i lavoratori dell'indotto, considerati tra i soggetti più esposti alle conseguenze di un eventuale ridimensionamento della produzione. Domani è previsto il primo dei quattro incontri al ministero delle Imprese e Made in Italy, riservato ai sindacati. Mercoledì si terrà alle 10 il Tavolo Taranto con i soggetti che hanno manifestato interesse a realizzare nuovi investimenti nell'area e alle 12 il tavolo con Confindustria, Federacciai e Federmeccanica. Giovedì è atteso invece il confronto con le associazioni che rappresentano le imprese dell'indotto.
La manifestazione di oggi ha assunto anche un forte valore simbolico. In testa al corteo campeggia uno striscione che riprende lo slogan dei prossimi Giochi del Mediterraneo, "Embrace the Future", trasformandolo in una domanda: "Anche per i 20.000 lavoratori AdI As, Ilva As e appalto?". Un richiamo diretto a una città che si prepara a ospitare dal 22 agosto un grande evento internazionale, mentre resta sospesa sull'incertezza del proprio principale insediamento industriale. È questo lo scenario con cui si aprirà domani il primo confronto al Mimit. Per i sindacati non si tratta soltanto di gestire un'emergenza occupazionale, ma di decidere quale modello industriale dovrà avere Taranto nei prossimi decenni. Dopo anni di decreti, commissariamenti, cambi di proprietà e promesse di rilancio, la vertenza dell'ex Ilva è arrivata probabilmente al suo passaggio più delicato.
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