Uscire dai conflitti permanenti: immaginare
l’alternativa

I diversi focolai di guerra stanno progressivamente saldandosi tra loro in un unico scenario globale. Le Nazioni Unite restano l'unica istituzione dotata di legittimità universale. La Santa Sede può favorire l'apertura di uno spazio di dialogo allo scopo di interrompere l'escalation
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August 2, 2026
Uscire dai conflitti permanenti: immaginare
l’alternativa
/Foto Siciliani
La cosiddetta “Terza guerra mondiale a pezzi”, come la chiamava papa Francesco, ha ormai raggiunto un nuovo stadio evolutivo. Per anni i diversi focolai di conflitto sono rimasti relativamente separati, pur dentro una crescente competizione geopolitica. Oggi, invece, si ha l’impressione che quei pezzi stiano progressivamente saldandosi tra loro in un unico scenario globale. La guerra tra Russia e Ucraina non è più un conflitto confinato all’Europa orientale ma coinvolge direttamente la competizione tra Mosca, Washington e l’intera Nato. Il confronto tra Israele e Iran trascina con sé gli Stati Uniti, mentre Teheran continua a ricevere sostegno politico e strategico da Russia e Cina. Gli attacchi alle basi americane in Medio Oriente, le tensioni nel Mar Rosso e nel Golfo, il ruolo degli Houthi nel minacciare le principali rotte commerciali, i ripetuti sconfinamenti dei droni in Polonia e Romania, l’attivismo della Cina nell’Indo-Pacifico, la crescente assertività della Turchia nel Mediterraneo e nel Nord Africa, fino ai continui annunci bellicosi della Corea del Nord, le interferenze delle grandi potenze in Africa e Sud America: tanti focolai sempre meno indipendenti. Ogni teatro di guerra alimenta gli altri, ogni crisi modifica gli equilibri delle altre.
Naturalmente, ciascun conflitto conserva una propria storia e proprie motivazioni. Sarebbe sbagliato ridurre tutto a un unico disegno. Tuttavia è difficile non cogliere l’intreccio crescente tra piani differenti che finiscono per rafforzarsi reciprocamente. In questo scenario, i vari attori si muovono con obiettivi diversi. Sullo sfondo vi è la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, le due potenze che si contendono la leadership del XXI secolo. Esiste poi un livello regionale, nel quale diversi Paesi perseguono obiettivi di sicurezza, influenza o espansione della propria sfera geopolitica. La Russia cerca di ricostruire un’area di controllo nello spazio ex sovietico; Israele considera prioritario neutralizzare le minacce provenienti dall’Iran e dai suoi alleati; la Turchia punta ad accrescere il proprio peso nel Mediterraneo, nel Caucaso e nel Medio Oriente. Infine vi è il livello nazionale. Molti governi utilizzano il conflitto anche per consolidare il consenso interno, rafforzare il proprio potere, distogliere l’attenzione da difficoltà economiche e sociali o liberarsi dalle minoranze etniche o religiose. In tempi di forte polarizzazione, la mobilitazione patriottica diventa spesso uno strumento di stabilizzazione politica.
La combinazione di questi diversi livelli produce una miscela pericolosa. Nessun attore controlla davvero il quadro complessivo, ma ciascuno contribuisce ad alimentarlo. Ogni risposta genera una contro-risposta, ogni deterrenza provoca una nuova escalation . È la logica della spirale: tutti dichiarano di agire per difendersi, ma il risultato complessivo è una crescita continua dell’insicurezza. In questa situazione colpisce la straordinaria povertà dell’immaginazione politica. Nessuno dei protagonisti sembra capace di concepire un ordine internazionale fondato su qualcosa di diverso dalla forza. Tutto viene interpretato attraverso il linguaggio della deterrenza, della superiorità militare, del prestigio nazionale, della capacità di dominare gli avversari. È come se il mondo fosse entrato in una sorta di delirio della potenza, nel quale l’unico orizzonte concepibile è la vittoria sul nemico.
Eppure la storia insegna che ogni volta che si è creduto di accrescere la sicurezza esclusivamente sull’accumulazione della forza, il risultato è stato maggiore instabilità. La potenza tende infatti ad autoalimentarsi: ogni rafforzamento dell’uno viene percepito dall’altro come una minaccia, innescando una rincorsa senza fine. Per questo il grido che sale dal cuore di tanti è: fermatevi. Non si tratta di un appello ingenuo, come spesso viene liquidato dai professionisti della geopolitica. Ma di un richiamo alla realtà. Perché ciò che viene presentato come “realismo” nasconde fantasie di onnipotenza, sogni di dominio, proiezioni ideologiche. È dentro a questi pensieri del tutto astratti, abilmente nascosti sullo sfondo, che le guerra può essere ridotta a un insieme di mosse su una scacchiera, dimenticando che ogni casella corrisponde a vite spezzate, famiglie distrutte, economie devastate e generazioni segnate dalla violenza.
La vera domanda è un’altra: come trasformare questo appello morale in un’iniziativa politica concreta? Le Nazioni Unite, pur se indebolite, restano l’unica istituzione dotata di legittimità universale. Perché allora non immaginare di promuovere un’iniziativa sulla sicurezza globale col sostegno di una vasta coalizione di Stati non direttamente coinvolti nei conflitti? In questa prospettiva potrebbe assumere un ruolo importante anche la Santa Sede. Proprio perché priva di interessi militari, economici o territoriali, essa conserva una credibilità morale che pochi altri soggetti internazionali possiedono. Insieme ad altre autorità religiose e civili potrebbe favorire l’apertura di questo spazio di dialogo allo scopo di interrompere l’ escalation in corso. Può sembrare un’ipotesi debole di fronte alla brutalità delle armi. Ma ogni processo di pace è sempre iniziato quando qualcuno ha avuto il coraggio di interrompere il linguaggio della forza e di immaginare una possibilità diversa. Oggi questo sforzo di immaginazione politica è forse la risorsa più urgente di cui il mondo ha disperatamente bisogno.

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