La richiesta di Zaia: «Fine vita da regolare,
il Parlamento si assuma la responsabilità»

L’esponente leghista: dalla politica grande ipocrisia sul tema, la Consulta ha dato non una, ma quattro mani ai legislatori. Da credente ascolto la Chiesa, con umiltà invito a conoscere le storie di chi vuole essere accompagnato alla morte
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August 1, 2026
Luca Zaia durante un'intervista all'arcivescovo di Bologna e cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, per il podcast 'Il fienile'
Luca Zaia durante un'intervista all'arcivescovo di Bologna e cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, per il podcast 'Il fienile'
Luca Zaia, tre volte governatore del Veneto e attualmente presidente del Consiglio regionale, ha avuto negli ultimi giorni due momenti di confronto sul fine vita: il primo con il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, nel podcast “Il fienile” che il leader veneto ha creato e conduce (circa 110 milioni di visualizzazioni); il secondo a distanza, con una lettera inviata al patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, dopo l’accorato editoriale di quest’ultimo sul settimanale diocesano “Gente veneta”. Una ricerca di dialogo che però il politico veneto leghista tiene separato dai suoi doveri da amministratore. Perciò conferma: «A settembre la proposta sul fine vita sarà discussa in Consiglio regionale, non perché lo decido io: c’è uno statuto che mi dice cosa fare quando ci sono leggi d’iniziativa popolare. E questo occorre capirlo: sono un credente, ma i credenti in politica applicano le leggi».
Zaia, è nota comunque la sua preferenza perché il Veneto abbia una sua legge e perché ci sia una legge nazionale.
Certo, è noto da anni. Io penso che in Italia bisogna uscire da una grande ipocrisia. Il fine vita è una realtà. È una condizione di nostri concittadini sofferenti. E c’è una sentenza della Corte costituzionale che ha dato non una mano, ma quattro mani ai legislatori. Ci ha detto che si può chiedere una morte assistita in presenza di una diagnosi infausta, di grave sofferenza fisica e psichica, del mantenimento in vita attraverso supporti vitali, della capacità di intendere e volere. Far finta che questo non esista, che la Corte non abbia parlato e ripetutamente sollecitato una legge, è una grande ipocrisia.
Il tema però, che la investe come massimo rappresentante del Consiglio veneto, è che il proliferare di iniziative legislative regionali non sta aiutando il Paese a venire a capo di un problema che interpella le coscienze…
Non sono d’accordo con chi dice che le Regioni stanno creando il caos. E voglio spiegarlo. La sentenza della Corte ha due problemi. Mancano i tempi di risposta rispetto all’istanza di un cittadino. E non stabilisce se la sanità pubblica debba fornire il farmaco. Le Regioni non stanno facendo leggi per autorizzare o negare il fine vita. Stanno facendo leggi su questi due punti. E dove eccedono, la Consulta sta intervenendo delimitando il campo.
Insomma lei dice: si puntano i riflettori sulle Regioni che stanno determinando delle procedure, mentre i riflettori dovrebbero essere sul Parlamento. Parlamento in cui oggi la maggioranza è del centrodestra, la sua parte politica.
In Parlamento su questi temi bisogna votare con libertà di coscienza. Nel centrodestra e nel centrosinistra ci sono sia contrari, sia dubbiosi, sia favorevoli. Quando il Consiglio veneto ha bocciato la legge dell’associazione Coscioni, io ho votato a favore, ma la proposta non è passata per un voto. Io non ho fatto una sola telefonata per convincere un consigliere a votare come me. Ci deve essere assoluta libertà di coscienza.
Prima ancora c’è il lavoro per avere un testo.
E sa perché non ci si arriva? Perché nessuno compie gli atti conseguenti alle proprie convinzioni. Sei contrario? Presenta una legge per vietare il fine vita. Sei favorevole? Presenta una legge secondo te adeguata. Sei dubbioso? Scrivi anche tu una legge con tutti i limiti e i vagli che vanno messi. Quando non si fa questo, ripeto, vuol dire che c’è ipocrisia.
Lei non teme un deragliamento, che brecce aperte diventino poi buchi enormi?
I dubbiosi sono coloro dei quali ho massimo rispetto. Però a loro dico che bisogna anche guardare la realtà. In Veneto ci sono state 20 richieste negli ultimi anni, ne sono state bocciate 17. Ripeto: la Consulta ha dato non una, ma quattro mani.
Lei dice di rispettare molto la posizione della Chiesa.
Ci mancherebbe. Sono un credente. Sottoscrivo quanto ha detto il Papa sull’accompagnamento. Quanto mi ha detto Zuppi sull’accanimento terapeutico. Comprendo perfettamente le parole da pastore del Patriarca. A loro ho detto, ho scritto, con massima umiltà, di andare a conoscere le storie delle persone che chiedono di essere accompagnate alla morte. Sono storie di lancinante dolore. Non sono persone che non comprendono il valore incommensurabile della vita.
E le terapie palliative?
Le rispondo dicendo, per esperienza, che spesso chi chiede di essere accompagnato alla morte non vuole le palliative per una questione di dignità. Vogliono andarsene con il volto che un figlio riconoscerebbe.
Un altro problema è il coinvolgimento della sanità pubblica, che probabilmente dovrebbe essere una scelta nazionale.
Anche qui io parlo di ipocrisia, per entrambi gli aspetti. Non è civile che una persona, dopo aver fatto richiesta, debba andare dall’avvocato per una risposta. E il discorso sulla sanità pubblica è il più ipocrita di tutti. Cosa diciamo oggi di fronte alla somministrazione dei farmaci che di fatto accompagnano i pazienti nella fase terminale della loro vita? Sono situazioni in cui la responsabilità è sempre lasciata in capo a medici, pazienti e familiari. Ma in generale, cosa diciamo di fronte a pratiche mediche che si muovono continuamente al confine tra la vita e la morte? L’intervento delle strutture pubbliche non indica che lo Stato istituisce il diritto alla morte.
Ne è sicuro?
Chi come me oggi sostiene questa posizione, sarà anche il primo a opporsi a ogni tentativo di scivolamento. Ma lo dico a costo di risultare noioso: seguiamo la Consulta e completiamo quella sentenza con le risposte tecniche che mancano. La Corte ha già alzato un muro a derive eutanasiche. E l’ha fatto più volte, con il contributo di giuristi di diversa estrazione culturale, anche cattolica.

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