Donna, nera e giovane: Alice Ball esempio classico dell’«effetto Matilda»
La chimica afroamericana elaborò nel 1915, a soli 23 anni, il principale rimedio contro la lebbra. Ma le fu sottratto il merito della scoperta perché altri ricercatori si intestarono la paternità del suo lavoro

Se oggi, negli Stati Uniti, sei donna, nera e giovane, sulla carta possiedi gli stessi diritti e puoi ambire alla medesima retribuzione di un coetaneo maschio e bianco. Nei fatti, però, la parità non è ancora raggiunta. Figuratevi com’era la situazione un secolo fa. E infatti. Una geniale chimica afroamericana, Alice Augusta Ball, poco dopo essere diventata docente a Honolulu, elabora un farmaco naturale che diventerà fino alla fine degli anni Trenta, prima dell’avvento dei sulfamidici, il principale rimedio contro la lebbra. È il 1915, Alice ha soltanto 23 anni. Ne dovranno passare altri sette prima che il medico Harry Hollmann, su una rivista scientifica, attesti il successo della giovane studiosa, parlando con entusiasmo di «una semplice iniezione che liberò decine di persone nel Territorio delle Hawaii da quarantene draconiane. Il metodo Ball non era una cura, ma era quanto di più vicino a una cura si fosse ottenuto fino ad allora».
Se ci occupiamo qui di Alice Ball è perché il suo rappresenta un caso emblematico. E perché a beneficiare delle sue formidabili intuizioni furono le persone più emarginate della storia. Alcuni fra i lettori forse ricorderanno Molokai, la isla maldita , un film del 1959 che ebbe un discreto successo anche da noi. Narrava l’eroica avventura di Joseph de Veuster, un sacerdote belga poi universalmente noto come “padre Damiano”; un esempio straordinario di solidarietà cristiana e di dedizione senza riserve, canonizzato da Benedetto XVI nel 2009. Molokai appartiene alle Isole Hawaii e Alice non poteva non conoscere la drammatica condizione dei lebbrosi che, su quella terra maledetta, venivano letteralmente isolati dal resto del mondo. Il grande merito della Ball è stato – scrive il New York Times ” dell’8 aprile 2023 – quello di intuire «il potenziale terapeutico dell’olio di chaulmoogra, originariamente un rimedio popolare contro la lebbra con antiche radici in India e Cina. Per secoli l’olio dell’albero di chaulmoogra era stato conosciuto come una medicina disgustosa: era così ripugnante che alcune persone si rifiutavano di assumerlo». Di qui la scelta di procedere all’iniezione: più sicura, più efficace. Successivamente, l’olio di chaulmoogra, modificato, ma sempre sulla base del metodo Ball, venne gradualmente distribuito in tutto il mondo.
Sebbene sia impossibile calcolare quante vite abbia salvato, l’umanità quindi dovrebbe essere eternamente grata a questa ragazza, che la foto della laurea ritrae con un sorriso appena accennato, quasi frenato dalla timidezza. Oggi la Ball è relativamente famosa (dal 2022 nelle Hawaii si celebra una Giornata a lei dedicata), ma a lungo non è stato così: «Per circa 20 anni, quando il metodo Ball era in voga, pochi al di fuori del piccolo College of Hawaii sapevano che era stato sviluppato da una donna nera, e quasi nessuno lo chiamava nemmeno “Metodo Ball”», sottolinea il Nyt. Sfortuna vuole che Alice sia morta nel 1916, all’età di soli 24 anni. Prima, purtroppo, di pubblicare i risultati dei suoi studi. Un professore emerito statunitense, in un’intervista, si è apertamente rammaricato di ciò, spiegando: «La maggior parte dei chimici raggiunge il massimo del proprio potenziale solo tra i trenta e i quarant’anni. Immaginate cosa avrebbe potuto fare se fosse vissuta più a lungo». Non lo sapremo mai. Quel che sappiamo, invece, è che, una volta diventata di dominio pubblico la sua ricerca, due uomini ne approfittarono per intestarsi la paternità della scoperta: il preside dell’università, il College of Hawaii, Arthur Dean, e un docente di chimica della medesima facoltà.
In un pezzo del 2021, il National Geographic non esita a bollare tutto questo come un esempio da manuale di “effetto Matilda”, binomio col quale si denunciano gli squilibri di genere all’interno del mondo della scienza, nel quale storicamente è avvenuta una riduzione sistematica – quando non una letterale eliminazione – dell’apporto femminile. «L’effetto Matilda descrive una violenza culturale più diretta: l’appropriazione da parte di uomini di risultati raggiunti nel campo della ricerca da una donna». L’espressione, coniata nel 1993, si deve alla storica della scienza Margaret W. Rossiter, a partire dal lavoro di un’attivista statunitense di fine Ottocento, Matilda Joslyn Gage. Quest’ultima aveva scritto un saggio intitolato Woman as an Inventor (La donna come inventrice), in cui citava numerosi esempi del contributo determinante ma non riconosciuto che le donne avevano dato in ambito scientifico, sia in termini di scoperte che di invenzioni.
Tornando a Ball: se sei donna, nera e giovane e muori troppo presto non solo ti ci vorrà ben mezzo secolo prima di essere ricordata, ma – ancor peggio – ti vedi scippare da due rappresentanti del “sesso forte” i frutti del tuo lavoro. Sempre nel citato articolo del New York Times , Sibrina Collins, una docente del Michigan, che ha un dottorato in chimica e ha scritto ampiamente su scienziati neri, afferma: «Hanno pubblicato un articolo nel 1920 e un secondo articolo nel 1922 con le sue ricerche, senza menzionarla né elencare i suoi contributi». Ma c’è altro: il più blasonato dei due, Arthur Dean – chimico con dottorato di ricerca conseguito a Yale – sfruttò la ricerca di Ball dando il suo nome alla tecnica, che da lì in poi si chiamò “Metodo Dean”. Produsse il farmaco in grandi quantità presso il College of Hawaii, esportandolo sia negli Stati Uniti che all’estero.
Ma come c’era arrivata Augusta alla chimica? Nata nel 1892 a Seattle in una famiglia della classe media, con ogni probabilità si era avvicinata ai “misteri” della camera oscura grazie alla madre, Laura Louise Howard, fotografa, a sua volta figlia di James Ball Sr., uno dei primi fotografi neri americani. Il padre, James Presley Ball, era avvocato e fotografo, nonché editore del giornale The Colored Citizen . Entrambi i genitori erano attivisti molto noti della comunità afroamericana e investirono negli studi della figlia che presto si era fatta nota per la sua passione per le materie scientifiche. Diplomatasi col massimo dei voti, all’università di Washington si specializzò in Chimica farmaceutica e poi in Scienze farmaceutiche. Una carriera decisamente fulminante, coronata dalla pubblicazione di un articolo scientifico sul Journal of the American Chemical Society . Dalla sua morte fino agli anni Settanta, Ball sarebbe caduta nell’oblio. Finché gli archivi dell’Università delle Hawaii non furono consultati adeguatamente, offrendo ai ricercatori le prove dell’autentica ideatrice del trattamento con l’olio di chaulmoogra. Il riconoscimento postumo probabilmente più prestigioso si deve alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, che nel 2019 ha aggiunto il nome di tre donne a un fregio nella sua sede principale. Da allora l’hawaiana Alice Ball figura accanto a stelle quali la britannica Florence Nightingale, fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, e la polacca (poi francese) Marie Curie, prima donna a vincere un premio Nobel.
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