A 40 gradi, tra i padri indiani che lavorano nei campi di meloni: «Diamo un futuro ai nostri figli»
di Marco Birolini, inviato a Mantova
Nelle campagne mantovane i braccianti sono tutti stranieri. Per mantenere le famiglie sopportano caldo, caporali e paghe basse. La Cgil: «Tanti non conoscono i loro diritti»

Gli invisibili hanno il volto indurito dal sole, gli occhi stanchi e le mani callose. Raccolgono meloni e angurie per 60 euro lorde al giorno, straordinari inclusi, sotto il sole cocente di quest’estate tropicale. Quando le Brigate del lavoro della Flai Cgil (in t-shirt rossa d’ordinanza) li avvicinano, balzando giù dai furgoni, loro arretrano tra le coltivazioni. Un po’ per comprensibile diffidenza, un po’ perché sul viottolo un tizio ha appena imbracciato il telefonino, forse per avvisare dell’arrivo di intrusi. Ma quando spuntano bottigliette d’acqua, cappellini e borse termiche la tensione si scioglie: i doni conquistano la fiducia, i braccianti allungano la mano riconoscenti. Siamo a Viadana, nel Basso mantovano, ma sembra di attraversare una pianura asiatica. E non solo per il suggestivo ponte di barche che tocca attraversare per scavalcare l’Oglio. I lavoratori sono quasi tutti indiani. Spuntano anche pakistani e marocchini, ma di italiani nemmeno l’ombra: anche qui, nei piccoli paesi che galleggiano tra le coltivazioni a perdita d’occhio, si preferisce fare altro. Faticando di meno e guadagnando di più.
I braccianti provengono da Paesi diversi e distanti, però un tratto in comune ce l’hanno: sono quasi tutti uomini di mezza età. I giovani si contano sulle dita di una mano. Alcuni ventenni marocchini sono stati avvistati vicino a Sermide, appollaiati in una piccola frazione. Molti senza lavoro, altri sottopagati. «Io glielo dico sempre di non abbassare la testa davanti al padrone, ma non mi danno retta» ha spiegato l’unico capace di esprimersi in italiano. Nei terreni vicini al Po lavorano invece molti padri di famiglia, che continuano a spaccarsi la schiena per garantire un futuro migliore ai loro figli. «Sono qui dal 2008, lavoro sempre per la stessa azienda – dice Satgur in un italiano stentato – a Mantova sto bene, e pure i miei ragazzi. Uno ha 14 anni, l’anno prossimo andrà a studiare in città. Vedremo se gli piacerà. L’altro ha 22 anni, fa il meccanico e frequenta anche l’università». Il lavoro nei campi è duro, ma dignitoso. «Ci pagano il giusto, ci lasciano fare le pause quando fa troppo caldo. Ma quest’anno ce n’è stato troppo, mai sentito così in 18 anni. Ormai è come in India…». Si fa capire più con i sorrisi che con le parole: la lingua resta una barriera difficilmente sormontabile. Molti braccianti sono in Italia da tempo, ma passano le loro giornate nei campi: resta troppo poco tempo per imparare l’italiano. Gli unici momenti di svago sono quelli della domenica, quando ci si trova al tempio sikh ricavato in un vecchio magazzino agricolo di Rodigo, e si mangia tutti assieme, sedendo per terra a gambe incrociate.
Per rompere il ghiaccio è fondamentale la presenza di una mediatrice-traduttrice. Sonia Kaur, 32 anni, della Cgil cremonese, conferma: «L’italiano lo parlano in pochissimi, con conseguenze importanti: non conoscono i loro diritti e spesso si affidano a personaggi che se ne approfittano…». Le piaghe sono note: il caporalato, i permessi di soggiorno ottenuti sborsando migliaia di euro all’intermediario di turno, le pratiche pagate almeno il doppio rispetto al dovuto, tra parenti truffatori e Caf improvvisati. «Negli ultimi anni si sono fatti progressi, ma resta ancora molto da fare» spiega Ivan Papazzoni, energico segretario della Flai mantovana. Verso Sermide, dove alcune imprese non brillano per il rispetto del contratto, è capitato di esser presi a male parole da un coltivatore. «Questi non hanno voglia di lavorare e voi gli date corda….», è stata la sintesi della sua sbrigativa analisi. Salvo ammansirsi quando i sindacalisti, pazienti, gli hanno spiegato le loro ragioni. Quelli della Flai cercano di far capire a tutti che non sono lì a fare proselitismo, ma semplicemente per cercare di rendersi utili. Mani tese e poche domande: nei campi la fiducia germoglia così.
«Io vivo in Italia da quando avevo 9 anni, fin da piccola mi sono resa utile traducendo per gli adulti – racconta Sonia -. Mio papà Sahota, quando arrivò, viveva per strada. Senza aiuto, non ce l’avrebbe mai fatta. E perciò mi ha insegnato ad aiutare tutti quelli che posso». È l’etica dei sikh, che offrono da bere e da mangiare a chiunque. Senza distinzioni e senza aspettarsi nulla in cambio.

Tra i tanti turbanti spunta il cappello di paglia di Mustafà, 46 anni. Viene da Beni Mellel, cittadina ai piedi dell’Atlante. Lui i figli li ha lasciati in Marocco, ogni mese gli manda i soldi. «Portarli in Italia? Adesso no, non è possibile. Ma speriamo di riuscirci presto» sospira allargando le braccia. In Italia era già arrivato nel 2007, ma poi era tornato in patria. «Lavoravo in una fonderia a Castelfranco, vicino a Bologna. Ma poi ha chiuso e mi sono ritrovato per strada. Sono tornato a casa, ma da noi c’è poco lavoro. Così due anni fa sono venuto qui: mi hanno detto che a Mantova cercavano gente per lavorare nei campi. Vivo a Borgo Forte con altri tre, qui si fatica ma ci trattano bene». Non è sempre così. Non tutti gli straordinari finiscono in busta paga. E anche se succede, parte dello stipendio viene “restituita” in contanti al caporale, o al datore di lavoro stesso. Pochi casi, nel Mantovano, ma i brutti vizi sono duri a morire anche nel profondo Nord. «È il fenomeno del “grigio” che purtroppo è ancora abbastanza diffuso – rimarca Papazzoni – ma ultimamente registriamo anche a un ritorno del lavoro nero. Alcuni imprenditori, specie in alcune zone, non badano troppo alle regole, diciamo così. Altri fortunatamente sì, e con loro si collabora volentieri». Un gioco delle parti, nel rispetto reciproco, condito anche da pungente ironia: «Tutti sanno che da giorni stiamo girando per i campi: la voce circola in fretta. Mi ha telefonato uno dei coltivatori più importanti e mi ha apostrofato: sei sempre nei miei terreni a rompere le scatole…. Ma gli ho risposto che ognuno fa il suo lavoro, ed è finita lì».
Non c’è tempo per le polemiche, del resto, in giornate in cui si contano i danni. Le recenti grandinate hanno spazzato via interi raccolti: a terra giacciono decine di meloni spaccati. Nei campi di Castellucchio spuntano i periti per verificare le crepe nelle angurie. «Ma l’assicurazione risarcisce solo se ci sono ammaccature profonde un dito – sbuffa un coltivatore – Il più delle volte buttiamo via tutto, perché se sono rovinate al supermercato non le compra nessuno…». Ci pensa Satgur a fare la selezione dei frutti rimasti intatti. Batte il falcetto sulla scorza per “sentire” se l’anguria è pronta: «Se suona bene è matura, se no meglio lasciarla stare perché è ancora acerba». Più che un parere, una sentenza inappellabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





