Gli aiuti del Papa nei villaggi dell'Ucraina devastati dagli attacchi russi
di Giacomo Gambassi, inviato a Kharkiv
In viaggio con i generi di prima necessità inviati da Leone XIV che a Kharkiv arrivano a sfollati di guerra e bambini rimasti senza padre ucciso al fronte: stop a un carico papale per il raid di Mosca sull'hub che lo doveva distribuire

Il messaggio era già stato inviato: «Fra due giorni arriveranno gli aiuti di Leone XIV». Firmato: Tatiana Oncirova, la responsabile dell’hub umanitario dell’abitato di Shevchenkove. A ricevere il testo attraverso WhatsApp o Telegram gli sfollati di guerra che hanno trovato un rifugio nella “cittadina degli evacuati”, fra le campagne dell’ultimo lembo della regione di Kharkiv. Il carico di viveri, medicinali e materiale per bambini che ha il nome del Pontefice impresso su ogni scatolone non ha fatto in tempo a raggiungere il presidio solidale. Perché l’edificio che si mostrava con le sue mura color arancione e il portico coperto dalla lamiera è stato devastato da un bombardamento a tappeto.
Cinque i razzi teleguidati lanciati dall’esercito russo sull’agglomerato che prima dell’invasione contava 6mila abitanti. E uno è finito accanto alla “casa della cultura”, eredità del regime sovietico, che dall’inizio della guerra è stata trasformata in un magazzino sempre aperto. E per tre anni, fino a qualche giorno fa, è stato un avamposto della “carità del Papa” in mezzo ai villaggi che guardano verso la linea di combattimento: prima di papa Francesco, adesso di Leone XIV.

«Un attacco che ferma la nostra distribuzione in una località dove gli aiuti non sono soltanto un sostegno per sopravvivere fra gli attacchi sempre più intensi, ma anche un modo per dire alla gente che non è abbandonata», spiega il vescovo greco-cattolico di Kharkiv, Vasyl Tuchapets. Erano la Caritas e le suore di San Giuseppe a portare fin qui e a consegnare alle famiglie i generi di prima necessità targati Santa Sede che la seconda città dell’Ucraina, a cinquanta chilometri dal confine russo, continua a ricevere attraverso la rete dell’Elemosineria apostolica e la Basilica di Santa Sofia, la chiesa degli ucraini a Roma. L’ultima consegna a fine giugno. «Una parte era pronta per Shevchenkove e per chi sta lasciando i villaggi sotto il fuoco russo», afferma il vescovo. Lo scrive anche in una lettera di ringraziamento al nuovo elemosiniere del Papa, l’arcivescovo Luis Marín de San Martín, in cui gli spiega che fra le priorità ci sono «gli sfollati interni provenienti dalle zone di combattimento e coloro che hanno la casa distrutta».

Il cratere lasciato da uno dei missili dà il benvenuto a chi si avvicina all’hub animato da un gruppo di donne. Dentro, vetri sul pavimento, porte divelte, scaffali a terra, Bibbie perforate dalle schegge. A testimonianza della furia russa che sta investendo la cittadina e che ne fa ormai un territorio in via di evacuazione. Da marzo a settembre 2022 era finita sotto il controllo russo: sei mesi d’occupazione; poi la liberazione. E la nuova missione: essere il paese che salva gli sfollati, il primo “porto sicuro” per chi fugge dall’esercito di Putin che attacca le località lungo i campi di battaglia. Adesso sono quelle della regione di Donetsk dove le truppe di Mosca tentano di avanzare puntando a conquistare le ultime due città rimaste ancora ucraine: Kramatorsk e Sloviansk; e quelle vicino a Kupiansk, la cittadina dell’estremo oriente dell’oblast di Kharkiv su cui il Cremlino vuole mettere le mani.

Ma nelle ultime settimane la Russia ha scelto di fare tabula rasa anche in un raggio di almeno trenta chilometri dalle sue postazioni. Decine di abitati ucraini - in una direttrice di almeno trecento chilometri - investiti dai missili che bombardano gli edifici uno ad uno e dai droni che colpiscono chiunque si muova. Ciò significa morti e feriti fra i civili ogni giorno. «Persino i volontari o le ambulanze impegnate nelle evacuazioni vengono seguite e bersagliate dai droni», racconta Oleksandr Pukhalskyy della ong East-West che “recupera” le famiglie dall’inferno russo. Il tutto unito a un pressing continuo dei battaglioni del Cremlino: settanta in media gli attacchi quotidiani nella regione di Donetsk, comunicano i dispacci di Kiev; cinquanta in quella di Kharkiv.

L’effetto è una nuova ondata di sfollati, accompagnato dagli ordini delle autorità locali di abbandonare le proprie case. «Shevchenkove ha resistito - sostiene Tatiana -. E ha continuato ad accogliere nonostante i bombardamenti». Anche con gli aiuti che la Chiesa ha fatto arrivare. Aiuti per le famiglie che «hanno perso tutto» o per gli anziani che «non hanno né la possibilità, né la forza di fuggire», sottolinea suor Oleksia Pohranychna, la “religiosa driver” che ogni due settimane ha sfidato i blitz di Mosca per portarli in prima persona. La responsabile dell’hub ha le lacrime agli occhi. «Putin vuole terrorizzarci. E soprattutto seminare distruzione». Lei si dice sicura che «i russi non arriveranno a Shevchenkove». Ma intorno sono state scavate trincee e allestiti campi minati. «Abbiamo aiutato migliaia di evacuati - sospira la donna -; ora siamo noi gli evacuati».

In una settimana, soltanto nella regione di Kharkiv, «sono state trasferite più di 700 persone dalle zone pericolose, di cui 170 bambini», dichiara il capo dell’amministrazione militare, Oleh Syniehubov. Poi ci sono tutti coloro che lo hanno fatto da soli. Nella cittadina di Zmiiv, mezz’ora di auto dal capoluogo, «l’asilo è stato appena trasformato in dormitorio per gli sfollati - spiega Yulia Chevneshova, fondatrice dell’associazione “Avamposto di Slobochanchyna” -. Un quarto degli abitanti è formato da rifugiati che continuano a crescere. Mancano gli alloggi e i posti di lavoro». Anche qui arrivano gli aiuti del Papa grazie alla Cattedrale greco-cattolica di Kharkiv che è un punto di riferimento per i “poveri” di guerra. Ogni giovedì in migliaia si mettono in coda quando vengono distribuiti i beni primari: compresi quelli di Leone XIV. La metropoli ospita già 300mila profughi. «Si fugge con due sacchetti in mano e poco altro. E, per ricominciare a vivere, serve tutto: dai materassi ai piatti», fa sapere suor Oleksia.

È ciò che ha chiesto Raisa Cupina quando ha bussato alle porte della chiesa. «“Scappate”, “scappate”, ci ripetevano i nostri soldati mentre i russi bombardavano», racconta. In fuga a piedi per dodici chilometri dal suo villaggio «ormai invivibile», Vilkhuvatka. «Ci sono persino i droni da terra: si alzano appena vedono un’auto o una persona per colpirla». Sessant’anni, è stata infermiera. Ha cercato di rimanere. «Però, quando la casa accanto alla mia è stata centrata da un razzo, ho detto basta». È a Kharkiv da una settimana.

Come Yulia Ogureieva: evacuazione a piedi anche per lei dal suo agglomerato a sette chilometri dalla Russia. Racconta l’annientamento e le uccisioni. «Una vicina è morta in un attacco. L’abbiamo seppellita nel giardino di casa perché nessuno veniva a prendere il corpo». Ha lavorato nell’orfanotrofio: distrutto anche quello. «Grazie, grazie», si commuove mentre le suore le consegnano le lenzuola dopo la sua prima notte da rifugiata. Quando si è registrata al centro sfollati, ha ricevuto dallo Stato 10mila grivnia, meno di 200 euro. Ne avrà 3mila al mese, 60 euro, come sussidio per vivere in una metropoli dove non ha niente: solo il letto nell’appartamento di un’amica.

Uno dei pacchi famiglia di Leone XIV entra nella casa di Kateryna Obukova, 25 anni e già vedova. Il marito Igor, arruolato ad aprile 2025 attraverso la mobilitazione forzata, è stato «ucciso con un colpo alla testa dai soldati russi» in uno scontro a Kupiansk dopo appena cinque mesi al fronte. «Ho saputo della sua morte il 23 settembre, giorno del compleanno di Artem», sussurra la ragazza di Kharkiv dalla pelle chiarissima. Lo indica: è il figlio di sei anni. Fra le braccia tiene Violetta. Ha dieci mesi. «Il 26 settembre abbiamo sepolto Igor. Il giorno dopo, ho partorito lei. Era stato mio marito a sceglierle il nome». Dopo quasi un anno, non ha ancora ricevuto l’indennizzo previsto dalla legge: «Mi dicono che stanno preparando i documenti». Poi riprende fiato: «Vorrei andarmene. La guerra ha già preso mio marito. Non voglio che prenda anche i miei figli. La pace? Prego sempre, come dice il Papa».
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