
La paura di perdersi. Sì, questa potrebbe essere una motivazione. Profonda. Ma non quella legata a un evento cui segue la perdita di Sé, come raccontano gli psicoanalisti. È la paura di perdersi nel mondo o di perdere il mondo, quando potrebbe scapparti di mano. È la risposta a un “naturale” sentirsi in bilico, accompagnato dalla continua percezione del rischio di non ritrovare più la patria personale dell’esistere. Credo sia un processo legato principalmente – e involontariamente – all’antropologia quello che porta Antonio Biasiucci a collezionare oggetti e frammenti, particolari e minuzie, all’apparenza insignificanti, e comporli in una sorta di continua riconquista del mondo, che questa volta mette in scena in una gigantesca e straordinaria esposizione organizzata alla Reggia di Caserta, “Archetipi”.
Con grande perizia e sapienza anche espositiva ha curato nei minimi particolari, nelle numerose sale del primo piano, una rappresentazione che ripropone, organizza, sistema molti dei suoi lavori, togliendo e aggiungendone di nuovi, offrendo una prospettiva inedita e mozzafiato del suo lavoro: cerchi scuri che da lontano appaiono indistinguibili e gli vai incontro per leggerli, ex voto che sbucano da archi inaspettati, sequenze di volti tutti femminili e molto vaghi che, come sirene oscure, ti attirano per chiederti la complicità del tuo sguardo…
Nelle prime c’è una Capri terragna e senza mare, fatta di reperti museali e di animali oramai eterni grazie alla formaldeide, ma a cui il fotografo dà nuova vita facendoli dialogare tra loro e mescolandoli con volti di marmo tagliati da foglie che li celano o da rami che li feriscono, dando vita a un mondo sommerso che racconta l’isola in modo inedito e inaspettato. Sono nature vive.
Biasiucci pare ci dica: attenzione, «c’è sempre sotto qualcosa». Il riferimento non è alle strategie e alle politiche, è uno scavo utile per intessere un dialogo con la storia dimenticata e per schierarsi sempre dalla parte di coloro che storia non hanno e a cui dà voce grazie a quelle parole non scritte che sedimentano nelle cose. E si stratificano. Per riconoscerla questa storia c’è bisogno della forza di un altro sguardo. Che ci mostra in tutta la sua forza.
Il salone centrale è un’esplosione di sette polittici, lo spettatore si trova esattamente tra terra e stelle: da una parte la forza materiale e dirompente dei vulcani che rappresentano il movimento e la ricreazione del mondo, e dall’altro corpi lattei che sembrano sospesi, come astri vaganti in una via lattea. I primi sono polvere e sassi, i secondi rappresentano il minuzioso lavoro fatto sulle mozzarelle immerse nel loro siero che si trasformano in una vorticosa creazione di paesaggi con lune che agiscono nell’intensità dell’attrazione. Così gli asteroidi, le pietre lunari, gli astri spaziali una volta fotografati perdono la loro riconoscibilità di semplici pani, innescano l’immaginazione e la fantasia, dimostrandoci che non dobbiamo accontentarci di uno sguardo ridotto a una dimensione, ma che possiamo invece moltiplicare le nostre possibilità, affinando le nostre percezioni.
Tra la terra e la sfera celeste, alcuni dei polittici più noti: il corpo delle vacche che si trasformano in paesaggi e panorami; i vapori dell’uccisione rituale contadina del maiale in cui il fotografo, anche in questo caso, si mette dalla parte della vittima, del maiale, riprendendo così gesti e movimenti del sacrificio. Ma tra tutti ne spunta uno ancor più rivelatore del suo pensiero e della sua sovrana pratica artigianale: un’aula universitaria, una lavagna su cui scrivere e cancellare, riscrivere e cancellare di nuovo… Ci sono tratti, la polvere del gesso crea movimenti, disegni che si sovrappongono grazie a mani che continuamente e involontariamente avranno tentato di sovrascrivere e di cancellare. Ma c’è sempre qualcosa che resta, che ancora parla e ci racconta: le superfici sono importanti perché ci permettono di andare oltre e di guardare cosa nascondono.
Girando e rigirando per la mostra, non posso non pensare a Ernesto de Martino quando scrive di poesia: «alla base della vita culturale del nostro tempo sta l’esigenza di ricordare una “patria” e di meditare, attraverso la concretezza di questa esperienza, il proprio rapporto col “mondo”». Ma in questo mondo per non essere provinciali «occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre e di nuovo».
E così Biasiucci torna continuamente al suo paese natale, Dragoni, e anche al padre fotografo, con un sentito omaggio: espone in una sorta di camera oscura i negativi dei suoi ritratti, che, anche qui, sono tutto quello che resta.
Nell’ultima parte l’elemento femminile si fa sempre più presente: il dolore e la meraviglia del parto ripreso in Uganda, confrontato con il vorticoso lavoro manuale che dalla farina fa nascere il pane. E poi il lavoro col filo e la seta, corpi di donne gravide, volti come assenti ma che guardano e richiamano il visitatore, fino a un calco del museo di anatomia, di un volto infantile di donna, che guarda in alto. Uno sguardo rapito che immaginiamo sia rivolto al cielo.
Un po’ come noi all’uscita: ci sentiamo come il pastore delle meraviglie davanti alla grotta, in estasi davanti all’infinita grandezza del mondo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






