Quando i giovani si mettono in pausa, va bene
Ritagliarsi un proprio spazio, staccare dal mondo che va di corsa, annoiarsi un po', sono attività necessarie. Hanno solo cambiato nome: chillare. Come capire quando invece è un problema

Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo
Chillare
[/chil-là-re/], v. intr.
Attestato in inglese dagli anni ’70, in italiano dai primi anni 2000, introdotto nel linguaggio giovanile negli ultimi 4-5 anni; riflessivi: chillarsi, chillarsela (sto c. un po’ sul divano). Viene usato in maniera colloquiale e giovanile, è comune nei social media. 1. Rilassarsi completamente, prendersi una pausa di svago e quiete, come una persona dopo aver mangiato abbondantemente, come un neonato che dorme nella sua culla. Es. Dopo l’esame voglio c. con gli amici. 2. Allentare tensione fisica o emotiva, distendersi come un cane che si rilassa nella sua cuccia dopo una lunga corsa o un adulto che torna a casa dopo una stressante giornata di lavoro. Es. Un bagno caldo aiuta a c. dopo una giornata stressante.
Alcune parole entrano in una lingua senza farsi notare e pian piano finiscono per raccontare qualcosa di preciso del tempo in cui vengono usate. Chillare è una di queste. Proviene da chillout, un genere di musica elettronica dai ritmi lenti e dalle atmosfere rilassanti, spesso associato ad ambienti lounge. Sembra quindi una parola leggera: rilassarsi, staccare, non pensarci troppo. Sotto questa superficie, come spesso accade nel linguaggio giovanile, si muove invece un’intera idea di vita. Chillare a prima vista potrebbe coincidere con il semplice riposarsi. Il riposo però tende a essere programmato, rientrare quasi in una sorta di dovere umano: dormire abbastanza la notte, fare pause durante il giorno, recuperare energie. Chillare esprime invece la scelta di sottrarsi, per un momento, a dover necessariamente dimostrare, rispondere, produrre.
Non fatichiamo a comprendere come mai questa parola abbia trovato tanto spazio negli ultimi anni. I ragazzi, e con loro molti adulti, vivono la giornata dentro una lunga serie di richieste che si stratificano una sull’altra: andare bene a scuola, riuscire nello sport, costruire un’identità riconoscibile e degna di ammirazione, apparire sempre sicuri e capaci. Persino il tempo libero rischia di diventare una prova, bisogna fare esperienze memorabili, non restare indietro rispetto a ciò che gli altri mostrano, in primis sui social e poi nella vita vera. Funzionalismo: ecco uno dei mali dei nostri tempi. Parte in prima battuta da noi adulti e arriva a colpire come un dardo l’animo dei più giovani. Secondo la tentazione funzionalistica, oggi sempre più in agguato, ogni atto, ogni istante acquisirebbe valore e senso solo se soddisfa la categoria del “servire” a qualcosa, anzi, con maggior precisione per i giovani, servire a preparare il futuro.
Dentro questo scenario, chillare può diventare, come una piccola rivendicazione, il tentativo di ritagliarsi uno spazio non produttivo. Dire “oggi voglio chillare” può significare “per qualche ora non voglio essere misurato e non voglio che ogni gesto porti necessariamente a un risultato spendibile in futuro”. È leggibile come una richiesta di tregua. Ogni generazione guarda con sospetto le parole che non appartengono al proprio lessico. Chillare alle nostre orecchie può parlare di pigrizia e indolenza, certo, ma, se ascoltiamo bene, anche di un bisogno di decompressione che non riesce a scovare parole più solenni. Effettivamente le pause che ci prendiamo non hanno tutte lo stesso significato, alcune rigenerano, altre svuotano. C’è un fermarsi che prepara a tornare alle cose con maggiore lucidità e un fermarsi che prolunga l’incertezza e l’inazione. Un pomeriggio senza fare nulla può essere un tempo prezioso di recupero, ma può trasformarsi anche in una nebbia dentro cui i giorni si assomigliano un po’ tutti e le possibilità sembrano restringersi.
In alcuni momenti “chillare” può assumere anche una funzione difensiva. In questo senso il giovane Holden Caulfield, protagonista del romanzo di J. D. Salinger, resta una figura ancora oggi vicina a noi e forse ciò spiega il successo inossidabile di questa storia. Anche Holden si sottrae, vaga, rimanda, si rifugia in incontri provvisori e in gesti privi di direzione e meta. Vive la fatica di esporsi a un mondo che gli appare insincero, falso, ostile. Lo suggerisce anche il titolo originale, The Catcher in the Rye, che nasce da una fantasia raccontata da Holden a Phoebe, la sorella minore a cui è profondamente legato. Holden immagina un grande campo di segale, pieno di bambini che giocano senza accorgersi del pericolo. Non ci sono adulti intorno, tranne lui. Sul bordo del campo c’è un precipizio, e Holden vorrebbe stare lì, pronto ad afferrare i bambini prima che cadano, quando corrono senza guardare dove vanno. È una fantasia di protezione, densa di simbolismo: trattenere per loro qualcosa dell’infanzia prima che venga raggiunta dalla falsità e dalla durezza dei grandi. Quella caduta può essere letta come l’ingresso nel mondo adulto, la perdita dell’innocenza e l’incontro con la falsità che Holden odia e attribuisce ai grandi. Il suo vagare mostra così che dietro certe forme di distanza può esserci ancora un desiderio vivo, anche se impaurito, nascosto, incapace di trovare un luogo in cui essere riconosciuto e accolto.
Holden ci torna utile per pensare il nostro “chillare”, per ricordarci che a volte un ragazzo si ferma proprio nella circostanza in cui non sa come avvicinarsi a ciò che più conta. La questione, allora, è aiutarlo a riconoscere quando una pausa lo riconsegna a se stesso e quando lo allontana da ciò che potrebbe nutrirlo. Sarebbe utile evitare di contrapporre troppo in fretta il chillare all’agire. Le macchine alternano attività e spegnimento. Le persone hanno bisogno di tempi morti, distrazioni, conversazioni senza scopo, musica ascoltata solo perché piace, attimi in cui non accade niente di memorabile. Una buona parte della crescita avviene nei momenti non organizzati, quando nessun adulto stabilisce obiettivi da raggiungere e nessun algoritmo suggerisce il prossimo stimolo dopaminergico. Il pensiero, a volte, arriva dopo che abbiamo smesso di inseguirlo. Lo riscontriamo anche nelle esperienze più semplici. Quante volte capita di intestardirci per ricordare qualcosa, non ci riusciamo e poi la risposta riaffiora all’improvviso proprio quando abbiamo smesso di cercarla?
Chillare con gli amici può essere molto diverso dal restare soli davanti a uno schermo per ore. Nel primo caso può esserci una forma di condivisione silenziosa in cui si sta insieme senza dover per forza rendere ogni istante memorabile. È un’esperienza che tende ad accadere sempre meno, perché molte relazioni vivono sotto la pressione di essere raccontate, fotografate, confermate. Stare con qualcuno senza produrre necessariamente un evento instagrammabile è diventata una delle forme più semplici di intimità. Per capire se una pausa fa bene o diventa una forma di isolamento non esistono criteri automatici. Ci sono ragazze e ragazzi che trovano sollievo nella compagnia e altri che, dopo una giornata in mezzo agli altri, hanno bisogno di stare da soli. Ci sono momenti in cui parlare aiuta e altri in cui le parole aggravano la confusione.
Quando però il bisogno di distanza diventa l’unico linguaggio disponibile, il ritiro può prendere le forme più dure della provocazione, del cinismo, della fuga, dell’ostentazione del disinteresse. Una dinamica simile attraversa anche la serie The End of the F*ing World, una storia aspra, volutamente disturbante, che va presa come rappresentazione forte del disagio. James e Alyssa, i due giovani protagonisti, trasformano la loro fuga in linguaggio. Dietro le battute sboccate, le provocazioni esagerate e i desideri violenti, si intravedono solitudine, rabbia e un ultimo bisogno di essere considerati. La serie mostra bene come il distacco possa diventare la lingua del dolore: dire che niente importa può essere un modo per proteggersi da ciò che importa così tanto da non saperlo affrontare.
Nella vita quotidiana, per fortuna, il disagio non prende sempre forme così estreme. Più spesso cerca parole meno esposte, meno definitive, più facili da pronunciare. Forse è una delle ragioni della fortuna del termine “chillare”, una parola poco drammatica per dire, talvolta, che si è arrivati al limite. Evita formule più scoperte come “sono sopraffatto” o “non ce la faccio più”. Per questo la risposta adulta non dovrebbe partire dal sospetto, come se ogni pausa fosse un crimine contro la produttività nazionale. Prima di chiedere che cosa un ragazzo stia evitando, conviene capire che cosa quella pausa gli sta permettendo di reggere. Fermarsi a volte è il modo più semplice per non lasciarsi travolgere, a condizione che quella quiete non diventi una rinuncia e una stanza chiusa dall’interno. Smettere di camminare può anche servire a ritrovare il proprio passo.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
(16 - continua) Leggi tutti gli articoli della serie «Atlante affettivo»
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