La "piccola storia ignobile" di Conegliano e la non vergogna del male
Due gemelli 14enni presi in trappola da una banda di minorenni e picchiati. E poi a Napoli l'aggressione a un anziano. In questa violenza di giovanissimi, la rottura del patto tra le generazioni

Come quasi ogni giorno, anche ieri sul web una piccola storia ignobile. A Conegliano, dove il Veneto è più dolce, terra un tempo profondamente cattolica, una banda di minorenni guidati da un compagno di poco più grande ha preso in trappola due gemelli quattordicenni, li ha portati nei campi, tra la vegetazione alta di luglio, e li ha costretti a spogliarsi, e poi li ha picchiati e derubati: ritenuti i due, a torto, spie di una bravata fatta su un muro di una chiesa. Per quattro lunghe ore i fratelli sono stati prigionieri della banda ‒ coetanei, finora compagni di scuola e di giochi, e uno di undici anni appena. Scherniti, e naturalmente ripresi in un video in cui le bestemmie coprono aspre le risate fanciullesche. I gemelli infine liberi, piangenti, hanno raccontato tutto, prima a casa e poi ai Carabinieri. Ma tutti, si è scoperto, tranne il capo sono minorenni i protagonisti di questa sevizia di gruppo, passatempo in una giornata troppo calda. Non è morto nessuno, grazie a Dio. Per questo diciamo “piccola storia ignobile”, ma piccola non è. Ancora una volta, e quasi ogni giorno, ragazzi violenti, risse senza ragione o stupri di gruppo, o, come oggi a Napoli, l’aggressione a un vecchio che ora è grave in ospedale. Anche qui, c’è un video. Una volta chi faceva del male si affannava a eliminarne le prove. Oggi si riprende con lo smartphone ogni particolare, e lo si mette orgogliosamente in rete: guardate, cosa abbiamo fatto. E giù migliaia di click.
Questo più di ogni altra cosa smarrisce: la non vergogna, anzi la fierezza del male. In figli di quindici anni, la foto del giorno della Cresima ancora sulla credenza. Un male senza ragione, immaginato per noia e poi per vantarsene, personalmente mi turba di più del ricordo degli anni di piombo. Lì almeno c’era un ‒ violento, intollerabile – pensiero. Qui c’è il nulla. C’è il primo, o spesso la prima che capita, trattato come una cosa, un niente da prendere a calci, se non peggio. Non scrivo per dire quali misure si possano prendere, che cosa possa servire. Penso però che almeno sia utile essere coscienti di qualcosa che tocca una parte minoritaria certo, ma non irrilevante degli adolescenti in Italia. Dei ricchi come dei poveri, dei nati qui come degli stranieri. Quasi mancasse in loro qualcosa di fondante, una architrave interiore che sostiene la persona: per cui si sa che ogni uomo merita rispetto e pietà, e che esistono limiti non superabili.
C’è in queste storie di violenza ormai quotidiane come l’orma di una corale dimenticanza. Un grandissimo poeta, Mario Luzi, in “Padre dei padri” afferma che esistevano un tempo dei patti fra le generazioni, non scritti, semplicemente tramandati: «Quei patti immemorabilmente stretti/ noncuranti di nominarli / di dirli, di dettarli/ ed essi come nuvole nel mezzogiorno dei morti riposavano in sé/ così si trasmettevano / così operavano essi di età in età... ». Certo, sempre sono stati trasgrediti quei patti, per gelosia, vendetta, rivalità, soldi. Ma non per noia. E non se ne faceva poi parola, e ci si nascondeva. Forse qualcuno se ne vergognava. Del male, si taceva. Ora vediamo con inquietudine che questa coscienza sembra, in tante storie di cronaca, dissolta. E proprio nei più giovani, come se davvero un senso, una ragione del vivere buono non fosse passata. Troppe queste storie perché si possa pensare a malefatte isolate. Qualcosa, in una parte dei nostri figli e nipoti, sembra non essere stato tramandato, raccolto, recepito. E amiamo tanto parlare di pace e esporre bandiere arcobaleno e fare cortei contro ogni guerra. Ma non è che forse la guerra, la voglia di violenza, l’abbiamo dentro di noi? In un oblio come di viandanti che hanno perso la strada. Quei patti. Si chiede Luzi: «Quali erano quei numinosi patti? Ne portano essi solo l'ombra e il cruccio di un tradimento... Davvero nessuno parla?». “Padre dei padri” si chiama la poesia. Versi da fare leggere a scuola, da un insegnante che ama i suoi alunni. Parole anche per i genitori. Forse, ragazzi, vi è stato dato tutto, ma non ciò che è più importante. Manca qualcosa. Manca l’architrave. “Davvero nessuno parla?”
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