Il Safe e la pagina bianca
della pace

La diplomazia dimenticata: fra impacci di governo e altre priorità trascurate (anche dall'Ue), sui fondi per la difesa si crea un'industria della paura e si rischia di farci del male
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July 29, 2026
Il Safe e la pagina bianca
della pace
Il dado sembra (sembrerebbe) tratto: il governo Meloni ha deciso di far ricorso ai prestiti europei cosiddetti Safe per nuovi armamenti. Probabilmente per almeno 7-8 miliardi di euro, la metà dei 14,9 assegnatici e che l’Italia ha prenotato un anno fa (non ieri, come ha detto il ministro degli Esteri, Tajani). Un annuncio giunto pochi giorni dopo che il titolare leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva detto alla Camera che sul tema «deciderà il Parlamento». E con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intento a precisare che i fondi Safe non sono spesa aggiuntiva per le armi (solo una scelta «tecnica» rispetto al finanziamento con titoli emessi dallo Stato) rispetto a quanto già in bilancio, al contrario dello scostamento che verrà chiesto nelle prossime settimane (e che all’inizio riguarderà i costi per l’energia).
Già questa confusione non pare di buon auspicio per una decisione così strategica per il futuro del Paese e dell’intero continente. E che verrà alimentata dalle divisioni nel fronte politico, trasversali alle due coalizioni e che vedono riemergere l’asse M5s (più Avs stavolta)-Lega, coi due partiti alleati come lo furono a suo tempo nell’opporsi al Mes per la sanità. Rimane una certezza di fondo: che sia programmata o aggiuntiva, la spesa per la difesa finirà per assorbire per anni le uscite ulteriori che invece sarebbero necessarie per sanità, scuola, investimenti, ricerca. Quando si cercheranno soldi per tali voci, sentiremo dire dai governi di turno che «le risorse sono pochissime», come già oggi avviene per i carburanti. Si dirà che è pur sempre una spesa necessaria, davanti all’insorgere del “nemico Russia”. E questo tocca il cuore del problema. L’annuncio di ieri non è una scelta meramente tecnica, come la si vuol catalogare, ma sottende una scelta di visione.
Una scelta che è poi quella che ha attraversato tutti questi anni travagliati: quale idea di sicurezza intende perseguire l’Italia, dentro il contesto Ue? Un passaggio che merita ancora un dibattito pubblico più ampio di quello finora visto. La guerra infinita in Ucraina, quella in Medio Oriente e il crescente clima d’instabilità rendono comprensibile l’esigenza di rafforzare le capacità difensive Ue, a partire soprattutto da uno scudo comune anti-missili contro un nemico “impazzito” che può sempre spuntare.
Ma la sicurezza non può coincidere col semplice aumento delle spese militari nazionali, in ordine sparso. È un concetto più ampio, che comprende la tenuta sociale, la cooperazione internazionale, la diplomazia, insomma quelle “armi” che finora hanno fatto dell’Europa un qualcosa che ci rendeva diversi dalla barbarie sovente presente nel resto del mondo. Spendere (e tanto) per le armi equivale a rincorrere il peggio, come ricorda sempre il magistero della Chiesa. E dire che è una lezione trasmessaci anche dagli stessi Stati Uniti: fu il presidente Dwight Eisenhower, nel discorso di commiato del gennaio 1961, ad avvertire, davanti al peso crescente della colossale macchina Usa industrial-bellica che si andava formando, che «dobbiamo vigilare (...) affinché non metta a repentaglio le nostre libertà o i nostri processi democratici». E se quella macchina continua a sviluppare tuttora il suo potenziale negli States, il paradosso europeo è che il nostro riarmo nasce invece dalla “industria della paura”, quella incentrata sulla Russia che oggi è sì nemica dell’Europa per aver invaso l’Ucraina, ma che resta anch’essa parte della storia e della cultura europea e con cui, prima o poi, bisognerà tornare a parlare (Meloni stessa ha espresso questo concetto di recente). Ed è un riarmo che, per di più, una volta insediato un tal apparato industriale-militare, sarà difficile da smantellare e dovrà essere alimentato a oltranza (proprio come negli Usa), come un mostro mitologico. Ci vorrebbe una procedura di trasparenza massima, per capire quali programmi saranno finanziati e con quali ricadute socio-economiche, ma di tutto ciò non c’è traccia. L’indicazione di un nemico alle porte diviene così anche la via più comoda per governanti che non ce la fanno a dare risposte ai veri problemi: la perdita di competitività, la fuga delle industrie, le enormi disparità nella ricchezza.
Inoltre la stessa Ue, così solerte a concedere un trattamento di favore sul riarmo, evita finora un duplice quesito: in primo luogo se non sia meglio allora un eurobond per la difesa, finalizzato a finanziare programmi davvero comuni, ben più di quanto si prefiggano i fondi Safe; e in seconda battuta se, riscoprendo l’esempio del Recovery plan, non sia il caso di prevedere un simile favore anche per programmi sociali più vicini ai bisogni quotidiani dei cittadini (che, peraltro, forse non a caso in questa stagione rispondono poi nelle urne scegliendo soluzioni ben più radicali).
La sfida oggi, insomma, non è solo scegliere tra difesa e pace, ma dimostrare concretamente che la prima rimane davvero al servizio della seconda. Per ora è chiaro che ci si voglia riarmare, ma in che modo si voglia contribuire alla pace è una pagina rimasta ancora bianca. Nella speranza che non si finisca (quasi) tutti più poveri, ma con un bel “Iron dome” sopra le nostre teste.

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