Noi, la nostra disponibilità a cooperare e la percezione di quella altrui

Gli studi mostrano quanto pesino le aspettative sul comportamento degli altri: se ci si attende un minore coinvolgimento, diminuisce anche la propensione a fare la propria parte
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July 31, 2026
Noi, la nostra disponibilità a cooperare e la percezione di quella altrui
/Foto Icp
In uno studio condotto in 125 Paesi, a più di centomila persone è stato chiesto se fossero disposte a rinunciare a una parte del proprio guadagno per contribuire, insieme a uno sconosciuto, a un progetto contro il riscaldamento globale. Il 69 per cento ha detto sì. Prima di scegliere, però, gli stessi partecipanti avevano stimato che lo avrebbe fatto soltanto il 47 per cento degli altri. La distanza tra questi due numeri racconta qualcosa di importante. Molte persone sono disponibili a cooperare per un obiettivo comune, ma questa disponibilità viene sistematicamente sottostimata. E questo errore non è senza conseguenze. Chi crede che gli altri non faranno la propria parte, infatti, trova meno ragioni per fare la sua. Lo studio di Peter Andre e colleghi sul cambiamento climatico si inserisce in un filone di ricerca che si concentra sulle misperceptions about others , l’imprecisione con la quale giudichiamo le intenzioni e le azioni degli altri. Nicholas Epley, nel suo bellissimo libro A Little More Social , osserva lo stesso problema dal punto di vista della vita quotidiana. Molte occasioni di contatto, riconoscimento e aiuto vengono lasciate cadere non perché manchi il desiderio di relazione, ma perché valutiamo male l’accoglienza che riceveremo. Non chiediamo aiuto perché pensiamo questo crei fastidio, non facciamo una telefonata ad un amico per la stessa ragione, spesso non diciamo neanche grazie per paura che venga mal interpretato. Le convinzioni sugli altri orientano così i gesti con cui allarghiamo o restringiamo il nostro ambiente sociale. Ciò che non tentiamo non può sorprenderci e ciò che non osserviamo difficilmente corregge le nostre aspettative.
Questa dinamica diventa particolarmente rilevante quando entra in gioco l’identità. In uno studio appena pubblicato assieme a Gabriele Ballicu e Valeria Concas, abbiamo studiato fiducia e cooperazione nel rapporto tra Nord e Sud d’Italia. L’esperimento ha coinvolto 2.405 persone. In alcuni casi i partecipanti non conoscevano la provenienza geografica della controparte mentre in altri casi sapevano di interagire con qualcuno del Nord o del Sud. Quando l’origine territoriale restava sconosciuta, non emergevano differenze sistematiche tra settentrionali e meridionali. Le distanze si manifestavano soprattutto quando l’identità veniva resa saliente. Il risultato più significativo riguardava le aspettative. Una parte dei partecipanti meridionali attribuiva ad altri meridionali una minore propensione alla fiducia e alla cooperazione.
Il dato invita a rovesciare una lettura consolidata. Il divario non deve essere interpretato necessariamente come il riflesso di disposizioni morali profonde e immutabili. Può dipendere anche dal modo in cui le persone anticipano il comportamento degli altri. L’identità condivisa, anziché rafforzare automaticamente il legame, può richiamare una reputazione collettiva negativa e trasformarla in una previsione sul singolo individuo. Qui le percezioni diventano istituzioni informali. Se una comunità viene rappresentata a lungo come scarsamente affidabile, quella descrizione può sedimentarsi anche all’interno del gruppo i cui membri la interiorizzano. Chi ne fa parte può finire per usare lo stereotipo come criterio prudenziale. Concede meno fiducia, si espone meno, interpreta con maggiore sospetto i segnali ambigui. Non perché possieda necessariamente preferenze meno cooperative, ma perché agisce in un ambiente nel quale la cooperazione sembra meno probabile, anche se non lo è. Il confronto tra questi lavori suggerisce una tesi comune. Una società non utilizza tutto il capitale morale di cui dispone quando i suoi membri non riescono a riconoscerlo negli altri.
Questa è anche una questione di politica pubblica e di comunicazione responsabile. Correggere le percezioni non significa diffondere messaggi edificanti o occultare i conflitti. Significa produrre informazioni credibili sui comportamenti reali, rendere visibili le pratiche cooperative e valorizzare le esperienze che contraddicono le narrazioni più stereotipate. Nel campo climatico, sapere che molti altri sono pronti a contribuire può aumentare la disponibilità individuale. Nei territori segnati dalla sfiducia, mostrare che la cooperazione esiste può impedirle di apparire come un’eccezione irrilevante. Le istituzioni hanno dunque anche un compito conoscitivo, quello di aiutare i cittadini a vedersi con maggiore precisione. Non soltanto sanzionare chi viola le regole o premiare chi le rispetta, ma rendere pubblicamente riconoscibile la parte di società che già funziona. La speranza contenuta in queste ricerche non è ingenua. Non afferma che gli esseri umani siano sempre generosi né che i problemi collettivi possano essere risolti con una campagna informativa. Suggerisce semplicemente che in molte circostanze non partiamo da zero. Esistono risorse di fiducia, responsabilità e disponibilità che rimangono inutilizzate perché non sappiamo quanto siano diffuse. Perché siamo preda di una sorta di pessimismo antropologico. In questo senso dunque, non si tratta di generare nuova cooperazione, ma di imparare a vedere quella che già esiste.

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