Il Giappone ha perso l’impero, non la sfida al mondo
Dall’apertura forzata all'Occidente alla nascita di una potenza militare, fino al primato tecnologico: una metamorfosi che oggi è messa alla prova dalla crisi interna e dall’ascesa cinese

Era l’estate del 1853 quando dal mare comparvero all’orizzonte quattro navi americane. Erano navi da guerra dai nomi inquietanti – i piroscafi armati Mississippi e Plymouth e i velieri Saratoga e Susquehanna - nere di fumo, di carbone, di acciaio, nere come le funeree vele di Teseo, che i giapponesi chiamarono kurofune. Si affacciarono al porto di Uraga nella baia di Tokyo. A bordo, il commodoro Matthew Perry. Ma quelle navi non erano venute a chiedere il permesso di commerciare, erano venute a imporlo. I cannoni del commodoro che sparavano devastanti bombe cave riempite di polvere pirica reclamavano la fine del sakoku, l’autarchico isolamento del Giappone proclamato dallo shogun Tokugawa nel lontano 1641, che limitava i contatti con l’Occidente ai soli mercanti olandesi, proibiva il cristianesimo, centellinando le visite degli stranieri.
Grazie alla Gunboat Diplomacy, la diplomazia delle cannoniere, l’imperialismo occidentale non conosceva frontiere. Pochi anni prima, la Cina era stata piegata nelle Guerre dell'Oppio e aveva ceduto alla Corona britannica l’isola di Hong Kong. il Giappone imperiale capì quale destino lo avrebbe atteso se avesse scelto di opporsi. L’era degli shogun e i duecento anni del periodo Edo erano conclusi. Era cominciata la Restaurazione Meiji, che innalzava l’imperatore a discendente diretto della dea del Sole, Amaterasu, una figura divina. Lo Stato, l'esercito e lo shintoismo furono progressivamente saldati in un'unica ideologia. Contemporaneamente Tokyo si apriva al mondo occidentale, imparando rapidamente a imitarlo. L'antica aristocrazia guerriera fu privata dei suoi privilegi, venne istituito un esercito di leva sul modello prussiano, ingegneri britannici progettarono ferrovie e arsenali, giuristi francesi contribuirono alla riforma dello Stato, centinaia di giovani funzionari furono inviati nelle università europee e americane per osservare, copiare e adattare ogni aspetto della civiltà occidentale, dalle banche ai sistemi scolastici, dalle fabbriche alle accademie militari. Una silenziosa rivoluzione correva impetuosa insieme a una vigorosa industrializzazione, con uno scopo che per un quarantennio l’altezzosa élite colonialista europea e americana - troppo occupata a spartirsi il mondo - non fu in grado di comprendere. Perché i giapponesi non volevano affatto diventare europei o americani, volevano imparare a superarli e a batterli, sapendo che l'Occidente - che rispettava solo la forza - non si sarebbe fermato davanti a culture più antiche o più raffinate. Stava nascendo un impero, il primo impero asiatico moderno. Il mondo se ne accorse nel 1895, con la prima guerra sino-giapponese, iniziata l’anno prima, che mostrò la rapidità della modernizzazione militare giapponese contro una Cina impreparata. Con le vittorie a Weihaiwei e l'avanzata verso le porte di Pechino, il governo cinese fu costretto a chiedere la pace e dovette rinunciare al proprio controllo storico sulla Corea, che entrò nell'orbita di influenza giapponese, e soprattutto consegnò ai vincitori del Sol Levante l’isola di Taiwan.
Per la prima volta nella storia moderna una potenza asiatica umiliava un grande impero orientale. Ma l’orgogliosa fiammata del neonato Giappone era destinata dieci anni dopo a un colpo di scena che sconvolse il mondo: la guerra russo-giapponese. L'impero degli zar e Tokyo si scontrarono per il predominio economico e militare in Manciuria e in Corea. La Russia voleva uno sbocco commerciale e militare sui mari caldi del Pacifico e ciò era considerato una minaccia diretta alla sicurezza dell’impero Meiji. Tokyo occupò parte della Manciuria e la base di Port Arthur, che si arrese dopo mesi di assedio terrestre e marittimo. Il colpo di grazia fu il disastro nello stretto di Tsushima: la flotta dello zar fu annientata. Per la prima volta dall'inizio dell'espansione coloniale europea una grande potenza asiatica aveva sconfitto uno Stato europeo in una guerra moderna. In India, in Persia, in Egitto e persino nelle colonie francesi dell'Africa occidentale la vittoria giapponese ribaltò un precetto fino allora indiscusso: il predominio europeo non era inviolabile. Molti futuri leader anticoloniali avrebbero ricordato Tsushima come il momento in cui avevano compreso che l'Europa poteva essere battuta. La hybris imperiale portò a Pearl Harbour. Il 7 dicembre 1941 il Giappone tentò ciò che pochi strateghi ritenevano realizzabile: distruggere in un solo colpo la flotta americana del Pacifico. L'attacco fu un capolavoro tattico, ma al tempo stesso un disastro strategico. Come aveva ben compreso l'ammiraglio Isoroku Yamamoto: gli Stati Uniti avevano perduto una battaglia, ma non avrebbero mai perso la guerra. Ingannevolmente, una carta geografica del 1942 mostrava l’Impero del Sol Levante allo zenit della sua potenza: Manciuria, Filippine, Corea, Taiwan, Indonesia, Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam, Birmania, Malayisia, Singapore, Borneo, Guam. Iwo Jima, Okinawa, mezza isola di Sakhalin. L’impero del Sol Levante pareva una forza inarrestabile.
Poi l’America lambì le coste dell’impero. Tokyo bruciava, Hiroshima e poi Nakasaki vennero spazzate via dalla potenza di “Little Boy”, la prima bomba atomica della storia. L’impero collassò. Il 15 agosto 1945 l’imperatore Hirohito parlò alla radio annunciando la resa. Finiva l'illusione che il Giappone potesse assicurarsi un posto tra le grandi potenze attraverso le conquiste territoriali. Il lutto collettivo travolse figure alte e insieme estreme come quella di Yukio Mishima, o quella del cattolico Shūsaku Endō, che osservava il crollo dell'impero da una prospettiva cristiana. Voci come quella di Yasunari Kawabata, Jun'ichirō Tanizaki, Kenzaburō Ōe, il cinema di Akira Kurosawa (Rashomon, I sette samurai), di Yasujirō Ozu (Tokyo monogatari), di Kon Ichikawa (L’arpa birmana) traghettavano il crepuscolo dell’impero nella ricerca di una nuova identità. Il Giappone tuttavia non perì. Dopo i manga, la Sony, la Toyota, Panasonic, lo strapotere commerciale degli anni Ottanta, nelle sue vene scorreva una febbre nuova, un soft power che convertiva quella che un tempo era stata la spinta imperialista in una sofisticata e ricca società tecnologica, solida quanto ipermoderna, capace di rinascere nelle viscere delle industrie altrui con robot, semiconduttori, componenti di altissima sofisticazione. Una rinascita? Con luci e ombre. Pochi giorni fa lo yen ha toccato i minimi sul dollaro dal 1986 e l’insonne premier Sanae Takaichi si domanda come arginare la caduta di consenso del suo governo e soprattutto come fronteggiare il costo della vita che erode le famiglie meno abbienti, costrette in molti casi a razionare il cibo, la luce elettrica, le cure mediche. Di fronte c’è l’aggressivo gigante cinese, che sta spingendo il Giappone da settant’anni disarmato a un riarmo obbligato a tutela dei propri mari e dei propri confini. Un’ennesima faccia dell’impero, dicono in molti. Quell’impero rimasto sepolto nel cuore di molti giapponesi. In attesa di una rivincita.
(5 - continua)
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