Tutti pazzi per l'Odissea: «Vi spiego perché Omero non tramonta mai»
Gioele Dix è in tour con uno spettacolo su Ettore e Andromaca, dopo aver affrontato la figura di Telemaco: «La guerra e la famiglia restano esperienze centrali»

«L’Odissea e l’Iliade continuano a parlarci perché raccontano gli uomini prima ancora degli eroi. Ci sono il desiderio di tornare a casa, la guerra, la nostalgia, il rapporto fra padri e figli, la paura, il destino. Finché esisteranno queste domande, Omero sarà nostro contemporaneo». Gioele Dix frequenta da tempo il poeta di cui l’Occidente continua a nutrirsi. Dopo aver dedicato a Telemaco e ai primi quattro canti dell’Odissea il fortunato Vorrei essere figlio di un uomo felice, l’attore e autore torna oggi all’altro grande poema omerico con Ettore e Andromaca che non volevano la guerra, debuttato in prima nazionale al Festival di Teatro Antico di Veleia, nella suggestiva cornice dell’area archeologica piacentina. La rassegna, diretta da Paola Pedrazzini, prosegue fino al 22 luglio tra Veleia Romana, Castell’Arquato, Vigoleno e Castelnuovo Fogliani. Lo spettacolo di Dix, destinato a proseguire il suo cammino anche in altri teatri, è un viaggio dentro uno dei vertici poetici dell’Iliade.
Quello con Omero è un dialogo che accompagna Dix fin dagli anni del liceo classico. «Con il greco antico ho sofferto parecchio, sono stato rimandato due volte. Poi un vecchio professore in pensione simpaticissimo mi diede ripetizioni durante l’estate. In realtà parlava più dei personaggi che della grammatica, ma mi fece innamorare definitivamente di Omero». L’anteprima di Veleia si è concentrata sull’incontro tra Ettore, Andromaca e il piccolo Astianatte davanti alle porte Scee. Un momento sospeso in cui la guerra, prima ancora che battaglia, diventa tragedia familiare e rivela il volto più umano degli eroi. «Ettore torna in città, il figlio si spaventa vedendo l’elmo del padre, Andromaca lo supplica di non tornare a combattere – spiega Dix –. Mi interessava raccontare una coppia divisa irreparabilmente dalla guerra e fare un viaggio non retorico su questo tema».
Il suo Ettore è lontano dalla retorica dell’eroe invincibile. «In fondo non vuole la guerra, anche se sa di doverla combattere. È costretto a difendere la sua città, la sua famiglia, la sua stirpe, pur intuendo che Troia è destinata a soccombere. È un uomo pieno di contraddizioni. Ed è proprio questa complessità a renderlo vicino a noi». Se Ettore incarna il dramma del dovere, Andromaca rappresenta quello di chi la guerra la subisce. «Lo prega di restare, ma sa che nessuna scelta potrà salvarli davvero. La guerra travolge tutti, ma sulle donne lascia ferite ancora più profonde. Possono essere uccise, ma anche violate. Andromaca sopravvive, diventa schiava, poi esule. Vivrà nella nostalgia della sua città perduta».
La riflessione sul mito si intreccia continuamente con la storia. «Racconto la guerra omerica, fatta di lance, spade, corpi dilaniati, ma poi faccio un salto nella Prima guerra mondiale attraverso Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. Anche quella era una guerra terribilmente fisica. Oggi abbiamo l’impressione che il conflitto sia più tecnologico, più distante, ma quando arriva un drone le persone muoiono allo stesso modo. Cambiano gli strumenti, non cambia il dolore». Nel suo spettacolo affiora anche un ricordo personale. «Penso spesso a mio nonno ebreo, di cui ho raccontato la storia nel libro Quando tutto questo sarà finito. Da bambino passeggiavo con lui ai giardini pubblici. Un giorno un signore gli disse: “Lei deve avercela a morte con i tedeschi”. E lui rispose: “No, non sono io che ce l’ho a morte con i tedeschi. Erano loro che ce l’avevano a morte con me”.
Mi torna spesso in mente quando penso alle vittime di tutte le guerre».Lo stesso principio vale, secondo lui, per trasmettere oggi i classici ai ragazzi. «Non bisogna banalizzare. Oggi si parla molto di divulgazione, ma non possiamo spiegare tutto. Anche il pubblico deve fare la sua parte. Basta fermarsi su pochi versi, su un dettaglio, su una scena come quella di Ettore e Andromaca: dentro c’è già tutto il poema. Dai particolari si arriva all’universale». Un’esperienza che aveva già vissuto con Vorrei essere figlio di un uomo felice, dedicato alla Telemachia, vale a dire i primi quattro libri dell’Odissea in cui al centro c’è il figlio Telemaco. «Mi affascinava un paradosso: il protagonista, Ulisse, non compare ancora, eppure domina tutta la vicenda. È il racconto di un padre ingombrante proprio perché assente. Quello spettacolo coincise con la malattia e la morte di mio padre, per questo mi è rimasto nel cuore». Per Dix è proprio questa la forza inesauribile di Omero: parlare all’oggi senza piegarsi all’attualità. «Faccio una distinzione netta: l’attualità è la cronaca, destinata a passare. La contemporaneità è lo spirito del tempo. Se sappiamo ascoltarlo, Omero non appartiene al passato. Continua a raccontare quello che siamo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





