Marinoni: «La mia Madre Coraggio affronta il mercato della guerra»

A Mittelfest a Cividale del Friuli l'attrice dà voce al personaggio di Brecht riletto da Michele Santeramo tra cinismo e speranza
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July 27, 2026
Marinoni: «La mia Madre Coraggio affronta il mercato della guerra»
Laura Marin0oni in "Una madre coraggio" a Mittelfest/Foto Luca D'Agostino
La guerra c'era ieri, c'è oggi e ci sarà domani. Perché siamo uomini, siamo fatti così». Meglio prenderne atto, adattarsi e trarne vantaggio. Tutto si può comprare, tutto si può vendere. Non c'è alcuna speranza, solo cinismo e freddezza, almeno in apparenza, nelle parole di Anna Fierling, la Madre Coraggio di Bertolt Brecht, la vivandiera che attraversa la Guerra dei Trent'anni facendo affari, spostandosi da un fronte all'altro con il suo carretto per vendere la propria merce ai soldati.
Oggi Anna ha gli occhi di fuoco e il magnetismo di Laura Marinoni, autentica mattatrice della scena italiana, che nella chiesa di Santa Maria dei Battuti, a Mittelfest, conquista il pubblico con l'affabulazione di una venditrice imbonitrice e truffaldina. Ma le parole non sono quelle di Brecht, scritte alla vigilia della Seconda guerra mondiale per denunciare gli orrori di ogni conflitto, bensì quelle di Michele Santeramo, tra i più sensibili drammaturghi italiani contemporanei. Una Madre Coraggio, con la regia di Gianluca Barbadori e la produzione di ArtistiAssociati, ha debuttato al festival diretto da Giacomo Pedini, che si conclude oggi a Cividale del Friuli, dedicato quest'anno al tema della paura.
Una paura che in questi giorni ha assunto molti volti. Quella rievocata nello studio di Paolo Valerio e Davide Rossi dedicato alla strage di Vergarolla, nel suo ottantesimo anniversario, e quella del terremoto del Friuli raccontata ieri sera al Teatro Verdi di Gorizia dalla voce di Alessio Boni in Era di maggio, dal romanzo di Flavio Santi, attraverso lo sguardo di un ragazzo. Stasera, infine, Manuela Mandracchia e Alvia Reale porteranno in scena la prima assoluta di John e Joe di Agota Kristof, ritratto feroce della solitudine nell'era del capitalismo.
Ma Madre Coraggio sembra non conoscere la paura. Confessa subito di avere perfino rinnegato il corpo di un figlio appena ucciso per evitare guai. «Chi mi giudica male è, nella migliore delle ipotesi, un ipocrita col sedere al caldo. Uno è buono solo fino a quando può permettersi di esserlo», provoca. Eppure, per un istante, il dolore trattenuto affiora nella straordinaria interpretazione della Marinoni.
«È un personaggio non personaggio, una Madre Coraggio 2.0», racconta l'attrice. «Ci siamo chiesti chi potesse essere oggi questa donna. Abbiamo immaginato una sopravvissuta a una delle guerre contemporanee, una persona segnata da lutti giganteschi e disposta a tutto pur di sopravvivere. La cosa interessante è che nel monologo, a un certo punto, smette di parlare Madre Coraggio e parla l'attrice, con la sua sensibilità. È come il controcanto della corifea nella tragedia greca. Dopo avere provocato il pubblico, arriva Laura a dire: io penso che la vita sia diversa, che ci sia ancora speranza e che si possa vivere in pace anche dentro la guerra».
Poi Anna Fierling torna implacabile. «Non è una poveraccia», osserva Marinoni. «Si è arricchita con la guerra. Ha sofferto, ma ha imparato a sfruttarla. Arriva a dimostrarci che tutto si può vendere e tutto si può comprare, che la nostra vita, consapevolmente o meno, obbedisce alle regole della guerra. Prima capiamo che non c'è speranza né onestà in nessuno di noi, prima riusciremo a vivere dentro questo orrore».
Ed è proprio questa lacerazione a rendere il testo di Santeramo così potente. «Come interprete faccio fatica a pronunciare certe frasi e ancora non ho capito da che parte stare. Una parte di me le rifiuta, un'altra riconosce che contengono una verità sconvolgente. È un testo profondamente politico. Viviamo in una situazione in cui sembra non esserci più alcun limite». La sfida, aggiunge, è recitare «con le luci accese, guardando negli occhi il pubblico». Anche perché «Madre Coraggio è una cialtrona, un'imbonitrice, e la scrittura di Santeramo è attraversata da una sottile ironia».
Il monologo è costruito in tre movimenti. Prima l'imbonitrice travolge gli spettatori; poi Marinoni si strucca, depone il personaggio e parla da madre e da donna. «Soprattutto perché anch'io sono madre», confessa. Racconta allora la storia dei quattro fratellini colombiani sopravvissuti quaranta giorni nella foresta amazzonica aiutandosi l'un l'altro, come aveva raccomandato loro la madre prima di morire. È il momento della speranza e della solidarietà. Ma Madre Coraggio ritorna, più feroce di prima, affrontando il dramma dell'infanzia in guerra. Santeramo racconta di essersi ispirato ai dati sui minori stranieri non accompagnati, troppo spesso vittime di sfruttamento, tratta o scomparsi nel nulla.
Questa Madre Coraggio appartiene ai Fantasmi di Michele Santeramo, la serie di monologhi in cui personaggi della storia e della letteratura interrogano il nostro presente. Lo stesso sguardo attraversa anche i suoi recenti testi dedicati ai personaggi evangelici. Una sensibilità che nasce dall'incontro, da ragazzo nella Gioventù Francescana, con don Tonino Bello. Forse è anche per questo che il suo teatro, pur attraversando il buio della guerra, continua a interrogare le coscienze e a lasciare aperto uno spiraglio di speranza.

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