«Troppo amianto negli impianti»: per l'ex Ilva bonifica o chiusura

I giudici di Milano danno 90 giorni di tempo. Il governo conferma l’ultima tranche da 100 milioni del prestito ponte e domani incontra i sindacati sul piano di vendita. Il sindaco Bitetti chiede scelte immediate
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July 27, 2026
«Troppo amianto negli impianti»: per l'ex Ilva bonifica o chiusura
Taranto, lo stabilimento ArceloMittal Ex Ilva, l'impianto siderugìrgico più grande d'Europa.
La sentenza della Corte d'Appello di Milano che oggi ha stabilito, con decreto, la chiusura dell'area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto entro 90 giorni, a causa della presenza di amianto e delle emissioni di polveri sottili superiori ai limiti di legge, era nell’aria. Già a febbraio i giudici di Milano avevano avvertito che in applicazione di una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea lo stabilimento di Taranto, se non si fosse messo in regola relativamente alle prescrizioni ambientali ritenute “illegittime”, rischiava la chiusura il 24 agosto. Adesso è arrivata la conferma, proprio nel momento in cui il governo incontrerà stamattina i sindacati per parlare del piano di vendita.
I cittadini dunque avevano ragione sull’amianto, che è «l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura, che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all’atteso, nella popolazione di Taranto e Statte», come si legge nella sentenza. E, al momento, «restano 2mila chili nell’impianto» che difficilmente potranno essere smaltiti entro tre mesi, oltre all’adozione di misure per «ricondurre le emissioni delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno».
Ad avviare un procedimento di reclamo contro l’Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia erano stati dieci aderenti all'associazione Genitori Tarantini e un bambino affetto da una rara mutazione genetica. Chiedevano l’inibitoria rispetto all'esercizio della fabbrica e l’hanno ottenuta. Già qualche giorno prima della sentenza erano intervenuti con parole dure: «Da oltre sessant’anni Taranto conosce il peso dell’industria, dell’inquinamento, delle malattie, delle promesse non mantenute e delle decisioni prese sulla pelle delle persone. Una città che non può continuare a essere il simbolo dei diritti negati».
Cosa succederà adesso? Di certo, come ha ricordato il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, «non siamo più nelle condizioni di rinviare o di perdere altro tempo. Servono scelte chiare, definitive e l'assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti. Taranto ha già atteso troppo». Già, il problema è che tutto sembra essere in alto mare. Il governo, che ieri ha «preso atto» del provvedimento dei giudici e ha affrontato il nodo Ilva nel Cdm confermando la concessione all'azienda degli ultimi 100 milioni del prestito autorizzato dalla Commissione Ue sino a 390 milioni, da tempo sta lavorando per la cessione del gruppo. Ci sono in campo due pretendenti, gli indiani di Jindal e il fondo americano Flacks. Ma di fatto tutto è fermo. E l’ex Ilva, come denunciato più volte dai sindacati, ha la produzione ai minimi termini, la cassa integrazione permanente e negli appalti sono iniziati anche i primi licenziamenti. Tutto questo nonostante i 4 miliardi di euro di risorse pubbliche impiegati in questi anni.
Il sindacato di base Usb torna a chiedere la nazionalizzazione, «l'unico strumento in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, le bonifiche, la decarbonizzazione e la continuità produttiva». Solo che questa ipotesi è stata più volte scartata dell’esecutivo, anche per l’enorme quantità di debiti che ha in pancia l’ex Ilva, oltre 10 miliardi di euro. Intanto a rifarsi vivo con il Governo è il gruppo Flacks che in una nota ha commentato come «la decisione della Corte d'Appello di Milano conferma che il futuro di Taranto non può più essere costruito sul modello industriale del passato. Serve una svolta tecnologica capace di coniugare produzione, occupazione, salute e tutela dell'ambiente». Ma il governo sarebbe orientato più verso il progetto degli indiani di Jindal che prevede una transizione con un solo altoforno a carbone (circa 2 milioni di tonnellate annue), la costruzione di un forno elettrico da 2,5 milioni di tonnellate (con l'obiettivo di arrivare a 6 milioni complessive) ma circa 4mila lavoratori in cassa integrazione. «Se il Governo ci presenterà il piano Jindal per come lo conosciamo oggi, si assumerà la responsabilità di una bomba sociale. Lo scontro sarà insanabile e noi, naturalmente, non resteremo fermi» ha ricordato Davide Sperti, segretario generale della Uilm. Non resta che attendere l’esito dell’incontro a Palazzo Chigi.

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