Landini e il sindacato alla sfida dell'IA: «Il futuro del lavoro non possono deciderlo gli algoritmi»

Il segretario generale della Cgil legge l'enciclica “Magnifica humanitas” come una mappa valoriale per le sfide economiche. A partire dall'incontro con le imprese sulla contrattazione del 29-30 luglio. Cambio di strategia della Cgil sulla partecipazione? No, sempre stati per la cogestione
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July 27, 2026
Landini e il sindacato alla sfida dell'IA: «Il futuro del lavoro non possono deciderlo gli algoritmi»
Il segretario Maurizio Landini durante una conferenza stampa nella sede nazionale della Cgil / Ansa
Il governo dell’Intelligenza artificiale, il ruolo fondamentale della contrattazione sindacale e la necessità di una nuova partecipazione dei lavoratori alla codeterminazione delle scelte e dei processi aziendali. E poi, più in generale, un nuovo modello di sviluppo economico in cui la persona e il lavoro riacquistino la giusta centralità. Così il leader della Cgil, Maurizio Landini, rilegge la Magnifica humanitas di Leone XIV come una mappa valoriale utile per le sfide future. A partire dal confronto tra sindacati e mondo delle imprese che si aprirà il 29 e 30 luglio per ridisegnare il sistema della contrattazione e della rappresentanza.
L’enciclica Magnifica humanitas riafferma il primato dell’umano su ogni aspetto della vita economica. E ricorda come la Dottrina sociale abbia sempre considerato il lavoro come la «chiave essenziale» per comprendere l’intera questione sociale: «non è un semplice strumento ma esprime e accresce la dignità della nostra vita». Condivide questa visione generale? Ma questa centralità del lavoro non si è già persa?
Indubbiamente il lavoro è il luogo privilegiato nel quale si forma l’identità sia individuale che collettiva. È una visione, quella espressa nell’Enciclica, che condivido. È il modello economico e sociale che si è affermato negli ultimi decenni, fondato sulla centralità del profitto e del mercato, che ha svalorizzato e precarizzato il lavoro: da luogo di identità e occasione di emancipazione economica, sociale, culturale, è stato sempre più concepito come fattore di solitudine e alienazione, assai spesso le persone stesse sono state messe in competizione tra loro per poter lavorare. E oggi, troppo spesso, si è poveri pure lavorando. Riportare il tema del lavoro, delle sue tutele e diritti, al centro dell’attenzione pubblica è proprio il nostro impegno quotidiano. L’importanza del richiamo su questi temi di Leone XIV non può e non deve sfuggire a nessuno.
L’Intelligenza artificiale e la robotica, introdotte in maniera sempre più pervasiva, stanno trasformando profondamente il lavoro. Si rischia una nuova polarizzazione tra attività di alto profilo tecnico-dirigenziali e occupazioni di basso livello o invece robot e IA solleveranno le persone da attività faticose e ripetitive per liberarne la creatività?
Se lasciate all’esclusivo interesse delle imprese, dell’ideologia della pura efficienza e del calcolo, l’intelligenza artificiale e la robotica producono – come in realtà sta avvenendo – nuove divisioni nel mondo del lavoro. Fino ad oggi quelle tecnologie hanno cambiato in profondità l’organizzazione economica senza però determinare quella liberazione del lavoro a lungo annunciata. Proprio per questa ragione brevetti, algoritmi, piattaforme digitali devono essere orientate e regolate in funzione del bene comune e non a esclusivo vantaggio dei grandi oligopoli.
Nell’enciclica il Papa chiede che «l’innovazione non sia solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti». E che ci siano «verifiche di tutela dell’occupazione, riqualificazione e partecipazione dei lavoratori», anche attraverso la formazione continua. È questa la via da perseguire? Il rapporto con gli imprenditori va in questa direzione?
Il lavoro non può e non deve subire le scelte e le decisioni delle imprese. La ricchezza non la produce l’impresa ma chi lavora. Cosa si produce, come si progetta il prodotto, per chi si produce sono questioni che riguardano le lavoratrici e i lavoratori, che devono poter dire la loro sulla natura e sulla qualità degli investimenti. Anche per questo c’è bisogno di investire sulla loro intelligenza, a partire dal diritto alla formazione permanente. Un diritto soggettivo in capo alla persona. Un diritto fondamentale proprio se non si vogliono subire le nuove forme di organizzazione del lavoro e se non ci si vuole rassegnare alle nuove disuguaglianze di cui l’esclusione dal sapere, dalla conoscenza, ne costituisce la forma più grave e discriminante. Un legame forte quindi tra mondo del lavoro e sapere, proprio perché il lavoro serve a completare la persona, non a negarlo. La formazione è un tema, insieme alla crescita dei salari, al controllo nell’utilizzo delle tecnologie, alla salute e sicurezza, al centro di un importante quanto difficile confronto con le associazioni imprenditoriali. L’esito di questo confronto non è scontato, il nostro obiettivo è quello di ottenere un modello contrattuale che abbia al centro la qualità e sicurezza del lavoro, la crescita delle retribuzioni, la democrazia e la rappresentanza. E attraverso tutto questo il superamento dei “contratti pirata” che penalizzano i lavoratori.
Il movimento sindacale, e la Cgil in particolare, non rischiano di essere marginalizzati in questa profonda trasformazione? Come evitare di autorelegarsi in un atteggiamento meramente conflittuale, quasi luddista, rispetto al cambiamento?
C’è sul tappeto anche il tema che riguarda il rinnovamento dell’azione sindacale. Noi, nella nostra storia, non ci siamo mai posti pregiudizialmente contro le innovazioni tecnologiche. Il problema che ci siamo sempre posti è chi indirizza, chi governa quelle innovazioni. Sono progettate per aumentare la qualità del lavoro, ampliare l’autonomia e la libertà di chi lavora o per rendere il lavoro ancora più subordinato al comando e al controllo dell’impresa? Digitale, intelligenza artificiale, algoritmi determinano gli orari di lavoro, i suoi ritmi, i flussi di produzione o dei servizi. Per questo il sindacato, attraverso la contrattazione, deve saper intervenire su quegli elementi decisivi: organizzazione del lavoro, tempi, orari, salute e sicurezza. Per poter esercitare tale funzione la contrattazione tra le parti deve potersi svolgere nella fase della progettazione del cambiamento tecnologico e organizzativo. Si tratta di conquistare, giorno per giorno, in tutti i luoghi di lavoro, spazi di autonomia e libertà delle lavoratrici e dei lavoratori, e l’aumento di produttività che si genera va utilizzato per tutelare l’occupazione e far crescere i salari.
Per la Cgil, però, parlare di “partecipazione” dei lavoratori è un cambio di posizione importante…
In realtà no. Nella piattaforma unitaria che abbiamo presentato alle imprese si parla di valorizzare la «contrattazione come sede privilegiata per la regolazione della partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva, fondate sulla codeterminazione dei lavoratori e delle lavoratrici». La Cgil ha sempre promosso modelli di codeterminazione a diversi livelli, ciò di cui non è mai stata convinta è che la partecipazione si traduca nell’azionariato dei dipendenti o in qualche posto nei consigli di amministrazione.
Tornando all’enciclica, si indica la necessità di un cambio strutturale dell’economia, andando oltre il mero dato della crescita del Pil e ponga il bene comune al centro. Con quali politiche e scelte sociali si può andare in questa direzione?
C’è bisogno di un cambiamento profondo dell’attuale modello di crescita fondato sulla produzione astratta di ricchezza, su un paradigma di consumo individualistico e puramente quantitativo. Ci sono domande di beni pubblici e collettivi largamente inevase su cui fondare scelte politiche e sociali che possono produrre nuove occasioni di lavoro stabile e di qualità: risanamento del territorio e delle sterminate periferie urbane, mobilità collettiva non inquinante, istruzione, scienza, cultura. E c’è bisogno di nuove politiche redistributive a partire da una vera riforma fiscale che recuperi il criterio della progressività previsto dalla nostra Costituzione, contrasti l’evasione fiscale, accresca il prelievo dai grandi patrimoni, dalle rendite finanziarie e immobiliari. Ricostruisca, in sostanza, un principio di solidarietà sociale oggi messo in discussione da politiche inique e dal ritorno alle guerre.

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