La morte di Fakir, il caso Roggero, il suicidio assistito, l'Ucraina: parla Zuppi

L'arcivescovo di Bologna e presidente della Cei a tutto campo sui fatti di cronaca che hanno diviso il Paese negli ultimi giorni: «Occorre disarmare i cuori e le parole, le vittime non sono nemici ma persone. Condanniamo gli attacchi alla Polizia e i giudizi preventivi»
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July 26, 2026
Il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi / ANSA
Il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi / ANSA
Il cardinale Matteo Maria Zuppi è reduce da una delicata missione per conto della Santa Sede in Ucraina, ma il tema della necessità di una pacificazione – fra i Paesi e all’interno stesso delle società – sembra essere generale. E per certi versi ci riguarda molto da vicino.
Eminenza, partiamo dalla città di cui è arcivescovo. Bologna è stata scossa prima dalla morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia e di volontari sanitari per contenerne una crisi psicotica. E poi da inaccettabili violenze verso le forze dell’ordine a conclusione di una manifestazione indetta dal sindaco Lepore per chiedere “verità e giustizia” su quella morte. Come si esce da questo clima di violenza e contrapposizione?
Ricordiamoci sempre che la pace non è mai una volta per tutte e che inquinare l’ambiente con parole e gesti violenti è sempre pericoloso e colpevole, divide e indebolisce quell’organismo vivo che sono le nostre comunità. E sono semi che daranno frutti. La violenza e l’odio diventano un vortice difficile da controllare – papa Leone l’ha sottolineato bene per la guerra -, che fa precipitare tutti nella voragine dello scontro. Quindi mai giustificare l’odio, l’aggressività, il pregiudizio. A riguardo della vicenda bolognese ho apprezzato l’impegno del ministro Matteo Piantedosi: «Non sarà un nuovo caso Cucchi», ha detto. Un impegno per la verità e la giustizia, per confermare la fiducia nelle istituzioni, antidoto alla rabbia e alla vendetta “fai da te”. Come peraltro ha chiesto con coraggio la nipote di Fakir. Chiedere giustizia, ovviamente, non vuol dire condanna – la presunzione di innocenza c’è fino a prova contraria per tutti – ma accertamento dei fatti e giudizio equo sulle responsabilità. E questo processo richiede tempo e studio. Affrettare delle conclusioni in un senso o nell’altro, il processo alle intenzioni, è pericoloso per tutti ed enfatizza la già marcata polarizzazione che invece di aiutare la verità serve solo per affermare la propria! Le violenze sono sempre inaccettabili e da condannare senza nessuna ambiguità o falsa comprensione.
Ma, appunto, come se ne esce? Papa Leone insiste costantemente sulla necessità di pacificare il cuore, il nostro cuore. E di disarmare le parole, per non avvelenare ulteriormente i pozzi.
Papa Leone lo ha detto fin dalle sue prime parole da Papa! «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra», ha scritto nella Magnifica humanitas. Qualcuno dice che è naif! Tutt’altro! È realista, ma non rassegnato. Vuole costruire la pace e lo chiede a tutti perché questa dipende da tutti. Ognuno cominci da sé e smettiamola di dire che la colpa è degli altri o che devono cominciare prima loro! «Tutti dobbiamo quindi fare un esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi di cui sono impregnate e sull’aggressività, aperta o larvata, che le abita», dice saggiamente Papa Leone. E non c’è solo da disarmare le parole, ma anche cambiare lo sguardo, la prospettiva, ascoltare di più le vittime. È questo che aiuta a diventare consapevoli dell’abisso del male racchiuso nella guerra e prodotto sempre da ogni violenza. Qui si rivela l’essere cristiani! È un problema spirituale. Nel nostro caso, vedere i parenti di Fakir, ascoltare la nipote, ci ha reso consapevoli che la vittima non è “un caso”, un numero, un nemico, ma una persona. Non dobbiamo accettare mai come normale la logica del conflitto e non possiamo «volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana». È molto concreto Papa Leone: a livello politico passare dalla “cultura della potenza” alla “cultura del negoziato”, quello di La Pira: incontro, convergenza, “il metodo autenticamente umano!”. Altrimenti la paura e le parole riempiono le tasche di coltelli. E poi sicurezza e dialogo, fermezza e umanità, pena e rieducazione non sono mai alternativi o disgiunti, ma complementari. L’umanità e l’intelligenza dell’umano non sono per niente debolezza o illusione, ma l’unica via che insieme alla fermezza può garantire sicurezza e efficacia.
Le contrapposizioni, le violenze e le devastazioni nel corso di manifestazioni di piazza sono diventate frequenti, a Bologna e non solo. Il sindaco Lepore ha fatto bene a indire quel presidio per “incanalare” in un’iniziativa istituzionale lo sconcerto e la sete di giustizia per la morte di Fakir o è stato un errore agire così presto, prima ancora che fosse chiaro quanto era successo?
L’impatto delle immagini della morte di Fakir era stato sconcertante. Non dobbiamo dimenticarlo o sottostimarlo. Queste potevano e possono provocare reazioni di rabbia e violenza. Dispiace e condanniamo quanto avvenuto: la violenza di una minoranza assoluta rispetto ai partecipanti pacifici, però, non può macchiare intenzioni solidali. Purtroppo, tutto viene poi interpretato in quella chiave di violenza. Faccio queste considerazioni cosciente che l’agonismo della politica può ridurle nel pro o contro, in convenienze o opportunismi. La Chiesa ne è libera: cerca di difendere solo l’umanità e il bene comune che è sempre di tutti e per tutti.
La tragica morte di Fakir pone il tema della salute psichica, per la quale il nostro Paese è considerato all’avanguardia, ma che richiede probabilmente forti investimenti di sostegno…
Questo è uno dei temi più importanti in questa vicenda dolorosa. Il disagio delle relazioni è evidente e in crescita esponenziale, sia tra i minorenni che tra gli adulti. E quando poi è legato alle dipendenze diventa ancora più difficile da gestire. Occorre personale sufficiente e qualificato, strutture e luoghi dove il disagio psichiatrico sia curato, con progetti a lungo termine sia sanitari che sociali per aiutar tanta sofferenza che si rivela pericolosa per sé e per gli altri. Quanti episodi tragici sono causati da questi disagi e dalla mancanza di mezzi adeguati per prevenirli e contenerli? Questo richiede programmazione e continuità. C’è molto da fare e si può farlo solo insieme.
Anche la sicurezza non può prescindere da investimenti, in fiducia e in formazione, per le Forze di Polizia, come indicano gli stessi sindacati delle Forze dell’ordine.
Avvenire ha riportato opportunamente le linee guida per il comportamento richiesto alle forze dell’ordine in situazioni problematiche. Chi deve fronteggiare il complesso tema della sicurezza si trova spesso a farlo in condizioni difficili, imprevedibili, di grande tensione, che richiedono le indispensabili capacità dell’uso della forza ma anche e soprattutto il controllo di questa. La solidarietà verso le forze di polizia è piena ed è proprio nel loro interesse valutare i fatti e verificare se ci siano stati eventuali errori e responsabilità.
Il caso di Bologna arriva a poche ore da un’altra ampia spaccatura nel Paese riguardo alla condanna per omicidio volontario del gioielliere Roggero e la domanda di grazia “immediata” avanzata da una parte della maggioranza. C’è il rischio che lo Stato di diritto finisca per scontare contrapposizioni e strumentalizzazioni a fini elettorali?
Lo Stato di diritto per fortuna è certamente più solido delle turbolenze mediatiche, opportunità ghiotte per polemiche, ma che si rivelano bocconi avvelenati e inquinanti un serio dibattito. Tutti abbiamo bisogno di sicurezza e di protezione, ma mai accettare di cercarle da soli! Per ottenere questo occorre studiare i dossier e conservare sempre rispetto per le istituzioni e le persone! Non so se sono diventato vecchio e demodè, ma rimpiango molto il garbo istituzionale nel linguaggio e anche nella forma, perché è un contenuto! La grazia, poi, è tale, la parola si spiega da sé: c’è il diritto a chiederla certo non quello ad imporla! Ricordando sempre che questo istituto è normato, ha delle regole secondo le quali può essere concessa. Perché fare credere che chi strilla la ottiene? Che prassi di giustizia ne viene fuori?
Colpisce come il valore della vita umana sia considerato differente e relativo a seconda che si tratti di un bimbo nel grembo materno o un malato che chiede il suicidio allo Stato, un italiano o un migrante, un delinquente o un cittadino onesto.
Ecco la grandezza della Dottrina sociale della Chiesa che la vita la difende sempre tutta, dall’inizio alla fine e in qualunque condizione, per chiunque, perché è sempre preziosa e difenderla fa vivere meglio tutti, fragili come siamo. Questa sì è la magnifica humanitas, che Cristo ci ha indicato e che dobbiamo vivere e comunicare, tanto più in questa pericolosa stagione della “forza”. Ad esempio, dobbiamo umanizzare il morire, togliere il dolore. Possibile che non garantiamo ancora cure palliative sufficienti? La vita non si difende mai con la morte e quando la vita può essere tolta si restringe la cultura della vita per l’intera comunità. Sulla sicurezza un’ultima considerazione: non si garantisce mai solo con la repressione e la forza. L’umanità è un elemento necessario, indispensabile per garantire una vera sicurezza. Non è un discorso buonista, ma è la nostra vera radice cristiana e umana!
È consapevole, eminenza, che parlando di questi temi – e cioè della vita e della morte delle persone, delle fatiche e della bellezza della nostra umanità – qualche osservatore la considererà subito una “ingerenza della Chiesa?”
Ingerenza nell’umanità? Un Papa santo, colto e intelligente, Paolo VI, rispose a questo tentativo un po’ malizioso di far tacere la Chiesa o ridurla in sacrestia affermando che la Chiesa parla e il Papa parla come “esperti di umanità”, per la saggezza di una lunga storia messa al servizio dei popoli e delle istituzioni. Tutti i problemi, le fatiche della vita delle persone, il bene comune delle nostre comunità ci riguardano e ci interpellano.
Torniamo all’Ucraina, dopo la missione di settimana scorsa, quali sono le prospettive dell’opera umanitaria della Chiesa? Ci sono segnali da Mosca?
Noi continuiamo a spingere perché si intensifichino gli scambi di prigionieri militari e civili, a raccogliere e inoltrare alla parte avversa liste di persone. Ognuno di quei nomi contiene un’infinita sofferenza. Cerchiamo di favorire il ricongiungimento dei figli con i genitori. Queste iniziative vanno incentivate perché dimostrano che il dialogo è possibile e sono sempre anticipi di pace. Proseguiamo quest’opera anche con Mosca, riscontrando buona collaborazione.
Insieme ai presidenti di altre Conferenze episcopali, Lei ha lanciato un grande appello per l’Europa. Su Avvenire stiamo portando avanti una campagna giornalistica sull’“Europa bene comune”. Quale ruolo può avere l’Unione in un mondo che pare tornare a vecchi schemi di imperialismo e sfere di influenza, in cui si riaccendono le guerre?
Quell’appello è importante perché richiama direttamente le radici dell’Europa, che sono quelle del dialogo, dell’imparare a pensarsi e a vivere insieme, base della pace stessa. Il compito primo dell’Europa resta questo: ritrovare la sua anima e aprire vie di dialogo per vivere in pace. Ciò che si può chiedere all’Unione oggi, rispetto a tutti gli scenari, è questo: un ancora maggiore protagonismo nel proporre il dialogo. Non è mai troppo tardi per farlo. Non basta la difesa: occorre pensarsi insieme. E il riarmo è pericoloso, negli animi e negli arsenali. Abbiamo tanta speranza. Come, il mondo va male! La speranza vede la luce quando c’è il buio! E i cristiani sono persone di speranza.

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