Anche tra guerre e divisioni il primato è dell'amore

Sono passati sedici secoli da quando, nel "De civitate Dei", Agostino affermava che pur in una comunità attraversata dai conflitti, e con i barbari alle porte, è possibile fondare la convivenza sull'amore e la misericordia. Una lezione che parla al presente
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July 25, 2026
Anche tra guerre e divisioni il primato è dell'amore
Murale dedicato al De Civitate Dei di Sant'Agostino, XI secolo
Aurelio Agostino, il santo vescovo di Ippona, porta a termine il De civitate Dei nel 426, quattro anni prima della morte, che lo coglie a 76 anni, nella sua città episcopale, ormai al centro di uno scontro tra Vandali e Ariani, mentre la gloria e il potere di Roma erano stati oltraggiati dal saccheggio ad opera dei Visigoti di Alarico, nel 410. Dopo la sua conversione, che aveva interrotto la tanto agognata scalata sociale, e il battesimo, ricevuto a Milano dal vescovo Ambrogio (387), Agostino aveva deciso di tornare in Africa per dar vita a una appartata comunità di vita spirituale e ricerca comune, dedita ad esplorare le potenzialità della sapienza cristiana. Le cose però sarebbero andate in ben altro modo. Presentato a furor di popolo al vecchio vescovo Valerio come suo successore, Agostino deve riscrivere rapidamente, da cima a fondo, l’agenda della vita: il confronto con il pensiero antico, la meditazione della Parola di Dio e lo studio della teologia sono messi alla prova dalla presa in carico di comunità cristiane concrete, assillate da bisogni elementari e bisognose di protezione, mentre si delineavano nuovi scenari dopo l’editto di Milano (313), che sanciva la libertà di culto in tutto l’impero romano, e l’editto di Tessalonica (380), che riconosceva il cristianesimo come religione ufficiale.
In quell’esuberante laboratorio sociale e religioso che caratterizzava le comunità nordafricane fra IV e V secolo, il vescovo di Ippona è in prima linea nella difesa della fede contro spinte scismatiche ed ereticali, dovendo altresì fare i conti con l’indebolirsi dell’apparato giudiziario e amministrativo romano. Nel frattempo, la sua riflessione, animata da una profonda dialettica di fede e ricerca, si esprime in una mole di scritti estremamente diversificati nel genere letterario (opere organiche, opuscoli, lettere, discorsi…) e nella destinazione, riflettendo una oscillazione costante fra profondità e larghezza che illumina gli impegni pastorali.
Il polemista brillante non si era tirato indietro da alcuni fronti di impegno particolarmente problematici: soprattutto contro i seguaci di Mani, con il loro dualismo metafisico che seduceva molti cristiani; quindi contro i seguaci di Donato, accesi sostenitori di una chiesa perfetta, incapace di misericordia verso i peccatori, tentata da derive nazionalistiche che fomentavano gravi tensioni sociali; infine contro i seguaci di Pelagio e Giuliano, che facevano dipendere la perfezione cristiana da un’autosufficienza volontaristica, attenuando il peso del peccato originale, e quindi della grazia e della redenzione. Eppure, nello stesso tempo, continua uno scavo costante intorno alle radici profonde del mistero cristiano, testimoniato, fra l’altro, nelle Confessioni, da una personalissima rielaborazione narrativa della storia di una vita, che prende forma e senso al cospetto di Dio e del popolo, e quindi, ne La Trinità, da una vertiginosa meditazione intorno al mistero della comunione trinitaria, all’origine dell’atto creativo e redentivo, riflettendosi in modo eminente nello statuto relazionale della creatura umana.
Come sempre accade, è la profondità che salva la larghezza dalla dispersione. Questo tratto inconfondibile attraversa e unifica un percorso di ricerca totalmente immerso dentro i meandri del proprio tempo. Le forme, i temi, le concettualità di volta in volta possono essere diverse, ma la “firma” inconfondibile dell’Autore appare in quell’enigmatico punto d’incontro tra l’esteriore (distentio) e l’interiore (intentio), che si manifesta come un dialogo sempre aperto su un orizzonte di trascendenza (extensio). Differenza e relazione accompagnano costantemente il suo “pensiero della soglia”: sia che Agostino s’interroghi sul mistero della creazione e della comunione trinitaria, come pure sul senso della propria storia personale e sul punto enigmatico della sua congiunzione con la storia di tutti, sempre in bilico fra tempo ed eternità, grazia e libertà, ordine dell’amore e fascino tenebroso delle sue perversioni.
Senza questa prospettiva, risulterebbe del tutto incomprensibile la sproporzione fra le reazioni del mondo romano, ferito – negli ideali e negli interessi – dal saccheggio del 410, e la risposta così complessa e articolata del vescovo di Ippona, che non si ferma alla strumentalizzazione politica del politeismo tradito (gli dèi abbandonati dai Romani hanno abbandonato Roma), ma coglie la radice più profonda di una sfida, che continua a interpellare anche noi: ci sono confini che non è dato oltrepassare all’annuncio evangelico dell’amore? Dopo aver inspiegabilmente travalicato le frontiere geografiche di un evento che doveva restare circoscritto alla vita di Gesù di Nazaret, i suoi seguaci possono forse riscrivere tutta la storia nel segno di un primato assoluto dell’amore, caratterizzato da una radicale gratuità oblativa, fino ad abolire ogni differenzia tra amico e nemico, schiavo e libero? Perché non mantenere anche quel nuovo culto dentro un pantheon inoffensivo, riducendolo a una “spinta gentile” da esercitare dentro la trama amicale dei “rapporti corti”, riservando la dimensione sociale, economica, istituzionale, politica dei “rapporti lunghi” allo “zoccolo duro” del potere e della forza, dove le logiche di conquista, dominio e gestione della cosa pubblica non possono tollerare interferenze misericordiose?
La sfida raccolta da Agostino sedici secoli fa era più o meno questa, ed è davvero impressionante dover ammettere che ne siamo interpellati anche noi: con i barbari in casa è ancora tempo di amore? Anche per questo, varrà la pena approfondire, negli articoli che seguiranno, alcuni snodi cruciali e dimenticati della Città di Dio. Per capire dove siamo e dove stiamo andando, abbiamo bisogno di guardare lontano. In avanti e all’indietro.
Luigi Alici è professore emerito di Filosofia morale all'Università di Macerata
(1. continua)

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