Francesco d’Assisi, la precarietà come forma di libertà

di Antonio Scopettuolo
L'esempio di una povertà non come privazione, ma rinuncia al possesso e all’autosufficienza. Vivere nella precarietà diventa così una strada di affidamento a Dio
Google preferred source
July 25, 2026
Francesco d’Assisi, la precarietà come forma di libertà
Giotto, La predica agli uccelli, Basilica superiore di San Francesco, Assisi
La res nova dell’insegnamento di Francesco risiede in una concezione tanto radicale quanto scandalosa: la precarietà come forma di vita evangelica. Chi desidera seguire Cristo non deve ricercare sicurezze, ma vivere affidandosi alla Provvidenza. Fin qui nulla di sorprendente, se non fosse che Francesco ha incarnato questa aspirazione nel modo più autentico possibile, divenendo egli stesso immagine della sequela Christi. Questo è il significato più profondo del sine proprio del fondatore: rinunciare non solo ai beni, ma alla stessa pretesa di esserne titolari. Come sottolinea Giorgio Agamben (Altissima povertà, 2011), il frate abdica al possesso per vivere nella condizione di chi riceve tutto. L'autore richiama, a proposito, la figura dei filii familias nel diritto romano, soggetti alla patria potestas e privi di una piena titolarità patrimoniale. Essi potevano utilizzare i beni necessari alla vita, ma non ne erano proprietari. Analogamente, il frate rinuncia a ogni pretesa di dominio e vive nell'uso di ciò che gli è dato, senza fondare la propria esistenza sul possesso. In questo senso, la povertà consiste anzitutto nella rinuncia alla titolarità. Emblematico è l'episodio della casa di Bologna. Saputo che una fraternità era considerata detentrice dell'edificio, Francesco ordinò immediatamente di lasciarlo. Solo l'intervento del cardinale Ugolino, che ne assunse formalmente la proprietà, consentì ai frati di continuare ad abitarvi. E cosa c’è di più precario che risiedere in una casa di cui non si possiede la titolarità? La precarietà è il cuore della sequela secondo Francesco. Numerosi sono i riferimenti ad essa nelle Fonti.  Nella Regola non bollata insiste sulla rinuncia a ogni proprietà, sul lavoro manuale, sul ricorso all'elemosina quando necessario, definita «eredità dei poveri». I frati «non si approprino di nulla», c’è scritto, vivano «come pellegrini e forestieri», una prospettiva confermata nel suo testo più commovente che è il Testamento.  Analogamente ritroviamo chiari elementi nelle biografie di Tommaso da Celano o nella Legenda maior di Bonaventura.
I tratti costanti della vita francescana sono, quindi, la distanza posta dal singolo e dalla comunità all’idea stessa di proprietà,  la vita da pellegrini e forestieri, il lavoro senza accumulazione, il rifiuto del denaro,  l'affidamento quotidiano alla Provvidenza: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né raccolgono nei granai; eppure, il Padre vostro celeste li nutre... Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano... Non affannatevi dunque per il domani» (Mt 6,26-34).  Non accumulare così come fanno gli uccelli, vuol dire rinunciare a certezze e sicurezze. La precarietà, pertanto, non è ricercata per sé stessa, ma è una condizione dell'abbandono fiducioso in Dio. Per questo sia nella Regola non bollata si invitano i frati a vivere giorno per giorno senza affannarsi per il domani, ma confidando solo nella cura di Dio. Secondo Tommaso da Celano Francesco Paupertatem super omnia diligebat, «amava la povertà sopra ogni cosa», perché vedeva in essa il riflesso del Re dei re e della Vergine Maria e lo accumunava a tutte le altre creature del mondo. Una posizione radicale, scandalosa per il suo tempo e per il nostro: lo era allora in un contesto di capitalismo nascente e oggi di capitalismo avanzato. In questa prospettiva, rientra anche la sua concezione del lavoro, mai finalizzato all'accumulazione, utile per combattere l’ozio ed evitare di gravare sugli altri. Si comprende come tutto costruisca uno stato di precarietà evangelica che descrive un cammino di grande libertà interiore. Rinunciando all’accumulo, il frate rinuncia alla pretesa di fondare la propria identità sul possesso. Ci si svuota, insomma, per lasciare spazio a Dio. La rinuncia rende possibile la trasformazione dell'uomo, che non si definisce più come soggetto autosufficiente, ma come creatura che riceve tutto in dono a partire dalla vita. La precarietà evangelica non impoverisce l'uomo: lo libera dall'illusione dell'autosufficienza e lo apre all'Assoluto. Orlando Todisco interpreta questa prospettiva distinguendo tra «diritto di essere» e «dono di essere» (La solidarietà nella libertà, 2015). L'uomo nuovo evangelico non fonda più la propria identità sul possesso o sull'autonomia, ma sulla relazione con Dio e con gli altri. Tale trasformazione assume inevitabilmente anche una dimensione sociale: la minoritas pone i frati fuori dalle logiche del potere economico, politico e giuridico e li rende presenza profetica nel mondo. Come osserva André Vauchez, (Francesco d’Assisi: tra storia e memoria , 2010), la loro povertà li colloca tra gli ultimi, sulle orme di Cristo povero e crocifisso. Questo svuotamento non è una conquista definitiva, ma un esercizio continuo contro lo spirito di possesso. Non un annullamento della persona, ma il dono radicale radicale di sé che comprende anche quello della propria volontà. Solo così la precarietà evangelica diventa spazio di incontro con Dio e principio libertà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi