«Abbiamo bisogno di un’altra acqua minerale?»: la sorgente che divide la Valle d'Elvo
Nel Biellese il progetto di un nuovo sito di imbottigliamento apre il dibattito sulla gestione delle risorse idriche. Un progetto garantirebbe 45mila litri l’ora, ma le comunità locali si fanno sentire. Cittadini e sindaci: «Garantire la tutela del territorio». Eppure nessun altro Paese europeo consuma tanta acqua minerale quanto l’Italia

Nella Valle d’Elvo, tra i boschi che salgono verso le montagne del Biellese, l’acqua è già un’industria. A Graglia c’è lo stabilimento della Lauretana, a Donato quello della Fonte Guizza del gruppo San Benedetto: due impianti che ogni giorno imbottigliano e caricano su decine di camion, lungo le strette strade di montagna, l’acqua che sgorga dalle sorgenti. Ora, su questo territorio, c’è la richiesta di un terzo. A fine febbraio 2026 la “Refil real estate”, società con sede a Vercelli, ha presentato alla Provincia di Biella una domanda di permesso di ricerca di acque minerali su oltre 642 ettari, a cavallo tra i Comuni di Netro e Mongrando. Il progetto (denominato “Fille”) prevede la realizzazione di un impianto per la produzione di acque minerali e, in prospettiva, di bevande o birra. E punta a captare fino a 45mila litri d’acqua l’ora. «Abbiamo veramente bisogno di un terzo impianto di imbottigliamento?», chiede Laura Gorni, sindaca di Netro, piccolo Comune montano di appena 900 abitanti che da settimane si è mobilitato contro il progetto. «L’acqua è una risorsa pubblica e preziosa. Ma non è una risorsa infinita. Forse dovremmo rivedere l’ordine di priorità nel suo uso, prima di concederla a usi privati e commerciali».
Se il permesso di ricerca riceverà il via libera, la prima fase del progetto prevede una ricerca strumentale per ricostruire la stratigrafia del sottosuolo. In caso di esito positivo si passerà alla seconda fase, con lo scavo di pozzi per prelevare campioni d’acqua, eseguire le prove di pompaggio per valutare la portata ed eseguire analisi chimico-fisiche per valutare la qualità della risorsa idrica. Il permesso di ricerca – che spetta alla Provincia – non autorizza ancora a imbottigliare: serve a verificare presenza e qualità dell’acqua, ma è il primo passaggio formale di un percorso che, in caso di esito positivo, può sfociare nella concessione vera e propria di captazione. «I pozzi già esistenti nell’area rendono molto poco – spiega Davide Siliprandi, tra promotori del comitato locale che si sta attivando per sensibilizzare i suoi concittadini– mentre il progetto “Fille” punta a captare circa 45mila litri l’ora. Non stiamo parlando di un rubinetto, stanno chiedendo una portata estremamente rilevante». Che i pozzi già attivi rendano poco e che il progetto punti comunque a captare una quantità d’acqua così importante è solo in apparenza una contraddizione. La scarsa resa in superficie, avvertono gli attivisti, non ridimensiona l’operazione: al contrario, è la ragione per cui la ricerca guarda più in profondità e su un’area più estesa. È la stessa Refil, del resto, a metterlo nero su bianco: nella documentazione allegata all’istanza, l’azienda prospetta la necessità di ampliare l’area di ricerca, «valutando anche la possibilità di realizzare pozzi di captazione dell’acquifero profondo». Ed è proprio qui il timore di chi si oppone: un intervento di questa portata, sostengono, «rischia di creare un reticolo di sfruttamento che modificherà per sempre l’assetto idrogeologico del territorio».
Il timore, condiviso da cittadini e amministrazioni, è che il permesso di ricerca sia solo il primo passo di un percorso a senso unico. «Una volta realizzate le prime opere, che necessitano macchinari industriali, è molto difficile che poi non venga concessa anche la captazione», continua Siliprandi. A quel punto sarebbe difficile se non impossibile fare marcia indietro: in un territorio caratterizzato da elevata disoccupazione anche i posti di lavoro offerti da un’azienda d’imbottigliamento possono essere allettanti. «Ma non possiamo accettare che necessità occupazionale possa diventare il grimaldello per un’estrazione idrica senza-ritorno, che trasformerebbe il territorio in un distretto idro-dipendente», si legge nella petizione, rivolta alla Provincia di Biella, che ha già raccolto più di 2.600 firme online e sul territorio.
La mobilitazione dei cittadini ha come obiettivo fermare il progetto “Fille” sul nascere. Davide Siliprandi e la compagna vivono in una delle aree coinvolte dal progetto, hanno quindi iniziato a studiare la documentazione e a coinvolgere progressivamente gli abitanti della zona. Nel mese di maggio si sono svolte le prime assemblee pubbliche sia a Netro sia a Mongrando che hanno portato all’elaborazione di un documento di opposizione al progetto inviato alla Provincia di Biella a fine maggio. La mobilitazione è culminata in un incontro pubblico che si è svolto il 19 giugno cui hanno partecipato più di 130 persone; una platea particolarmente ampia se si pensa che in tutta la Valle dell’Elvo vivono circa 20mila persone.
«Quando siamo stati informati della richiesta del permesso di ricerca abbiamo deciso da subito che questo non fosse un tema da risolvere all’interno degli uffici tecnici – spiega Laura Gorni –. I cittadini devono potersi esprimere su un progetto che, se verrà realizzato, avrà delle conseguenze sul loro futuro. Il gruppo che si è formato sta cercando di approfondire il tema e di costruire un’opinione informata». L’opposizione al progetto “Fille” si è estesa in tutta la Valle d’Elvo e coinvolge non solo i sindaci del territorio, ma anche l’Unione montana. Il progetto, del resto, arriva in una fase in cui la disponibilità d’acqua in Piemonte è tutt’altro che scontata. Secondo Arpa, l’inizio dell’estate 2026 vede la regione avviarsi verso condizioni siccitose. Un quadro che ha spinto la Regione a riaprire l’Osservatorio sull’emergenza idrica per monitorare la situazione di fiumi, falde e invasi nei mesi estivi.
Il 2 luglio, la presidente, Monica Mosca, insieme ai sindaci di Netro e Mongrando, hanno portato le ragioni del “no” al progetto “Fille” davanti alla Commissione ambiente della Regione Piemonte. Oltre a esprimere «la preoccupazione delle amministrazioni locali e delle comunità rispetto alla tutela delle risorse idriche, patrimonio ambientale strategico per il territorio e risorsa pubblica essenziale» hanno avanzato una richiesta precisa. Realizzare un censimento delle risorse idriche utilizzate da privati e acquedotti pubblici «che ci consenta di avere un bilancio idrico e risposte chiare sulla compatibilità o meno del progetto “Fille” agli interessi della Valle d’Elvo».
Affari d'oro per le minerali, ma i canoni restano bassi
Svitare il tappo e versare un bicchiere d’acqua minerale a tavola è un gesto quotidiano, quasi automatico per tantissime persone. Eppure racconta molto delle abitudini degli italiani: nessun altro Paese europeo consuma tanta acqua minerale quanto l’Italia. In media ogni italiano ne beve 257 litri all’anno, liscia nel 70% dei casi. È un mercato che in una generazione ha cambiato scala. Nel 1990 in Italia si imbottigliavano 6,1 miliardi di litri di acqua minerale e se ne consumavano 110 a testa; nel 2024 la produzione ha superato i 17 miliardi di litri e il consumo pro capite è più che raddoppiato. Con un giro d’affari arrivato a 3,4 miliardi di euro, in crescita anche sull’anno precedente. Numeri che le imprese del settore, riunite in Mineracqua, rivendicano con soddisfazione, definendo quello italiano “un mercato a sviluppo consolidato” come si legge nell’annuario “Acquitalia 2025-2026”, pubblicato da Beverfood in collaborazione proprio con Mineracqua.
Positivo anche il trend delle esportazioni (+12,9% nel 2024 rispetto all’anno precedente) un ritmo «ben al di sopra della media dell’export agroalimentare nazionale». Sebbene solo una piccola quota dell’acqua minerale prodotta nel nostro Paese varchi i confini nazionali (l’11%), in termini di valore l’export pesa per il 25% del valore complessivo della produzione (883 milioni di euro) dal momento che il prezzo medio di vendita dell’acqua “Made in Italy” è «più del doppio rispetto a quello realizzato sul mercato italiano». Solo il mercato statunitense -prima destinazione- supera i 476 milioni di euro. C’è però un dato che, in quel rapporto lungo e dettagliato, non compare: quanto pagano le aziende per prelevare l’acqua che imbottigliano e mettono in vendita. Ed è il cuore di un paradosso tutto italiano. Perché la materia prima di questo business miliardario non è un prodotto qualsiasi: le sorgenti da cui sgorga sono un bene pubblico che lo Stato concede in uso – attraverso le Regioni – in cambio di un canone molto basso.
In Regione Lombardia, una delle poche a pubblicare in maniera trasparente e accessibile i dati, il canone è di 1,20 euro per metro cubo d’acqua (ovvero mille litri) imbottigliata in Pet e 90 centesimi per ogni metro cubo d’acqua imbottigliata in vetro. A questa cifra viene poi aggiunto un ulteriore canone sugli ettari di terreno compresi nell’area di concessione. In totale, per il 2024, in Lombardia sono stati imbottigliati 3,9 milioni di metri cubi per i quali è stato corrisposto un canone di 4,5 milioni di euro per l’acqua e circa 430mila euro per il canone di superficie. Ma quanto incide il canone sui bilanci delle aziende? Gli unici dati ufficiali sul tema sono relativi al 2015 e sono contenuti in uno studio del Dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia, pubblicato nel 2018. Quell’anno «lo sfruttamento di acque minerali ha generato introiti per le amministrazioni pubbliche pari a circa 18,4 milioni di euro – si legge nel documento – che equivalgono allo 0,68 per cento del fatturato annuo del settore, stimato in 2,7 miliardi». In altre parole: il costo della materia prima che sta alla base dell’industria delle minerali pesa per meno dell’uno per cento sul fatturato delle aziende. Le maggiori società del settore, continua lo studio del Dipartimento del Tesoro, «per ogni euro speso in canoni di concessione hanno conseguito, mediamente, ricavi delle vendite e delle prestazioni per 191,35 euro». Dal 2018 a oggi non sono più state realizzate rilevazioni istituzionali. E avere una visione d’insieme è particolarmente complesso dal momento che ciascuna Regione disciplina in maniera autonoma gli importi dei canoni da corrispondere e le modalità con cui questi vengono calcolati.
A parlare apertamente di «paradosso delle acque minerali in Italia» è Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente. «Siamo il Paese con il maggior prelievo idrico a uso potabile e al tempo stesso i primi in Europa per consumo di acqua in bottiglia – spiega–. Inoltre l’acqua di rubinetto è controllata in maniera rigorosa e per essere potabile deve soddisfare stringenti parametri microbiologici, chimici e fisici. Ci sono, purtroppo, situazioni locali problematiche, che però non devono essere generalizzate su tutto il territorio nazionale». Da più di dieci anni Legambiente chiede una revisione dei canoni di concessione alle aziende imbottigliatrici che oggi in Italia mediamente ammontano a poco più di un euro a metro cubo. «La nostra proposta – spiega Minutolo – è introdurre un canone minimo di 20 euro a metro cubo». A prima vista un incremento enorme, ma a conti fatti si tratterebbe di appena due centesimi di euro al litro. «Questo permetterebbe allo Stato di incassare almeno 330 milioni di euro. Risorse che dovrebbero essere destinate all’ammodernamento della rete idrica e degli acquedotti per ridurre gli sprechi e garantire a tutti un servizio di qualità».
Un aumento che il settore potrebbe assorbire senza troppe difficoltà. A fotografarne la struttura è lo stesso annuario di Beverfood e Mineracqua: i primi quattro gruppi (San Benedetto, Sanpellegrino, Sant’Anna e Ferrarelle) controllano da soli il 47,3% dei volumi produttivi. E se si allarga lo sguardo ai primi otto (includendo Cogedi, SGAM Lete, Refresco e Acque Minerali d’Italia) si arriva al 67,2%. Ma la posta in gioco, per Minutolo, va oltre il bilancio dello Stato. L’acqua è la cartina di tornasole della crisi climatica: siccità, fiumi in secca e razionamenti ci ricordano quanto sia un bene prezioso. «Eppure continuiamo a garantirlo a grandi player industriali per pochi spiccioli – conclude –. Chiedere un canone equo è uno sforzo minimo, che all’indotto delle acque minerali non toglie nulla, ma che negli anni permetterebbe di destinare centinaia di milioni all’ammodernamento del servizio idrico».
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