Pierre Toussaint, lo schiavo che fece una rivoluzione silenziosa
Nato ad Haiti, divenne libero a New York, fu parrucchiere dell'élite e grande filantropo. La vita di un cattolico afroamericano, dichiarato venerabile dal 1997

Il nome di Daniel Rudd non dirà molto alla maggioranza dei lettori. Ma negli Stati Uniti non è così: stiamo parlando, infatti, di un ex schiavo, attivista per i diritti civili e fondatore della National Black Catholic Conference, che nel 1885 lanciò The Ohio State Tribune, poi ribattezzato American Catholic Tribune: il primo giornale cattolico “nero”. Per descrivere il contributo benefico della comunità afro-americana alla vita della Chiesa cattolica e, più in generale, al progresso della società americana si potrebbe partire da Rudd. Oppure da Mary Elizabeth Lange, fondatrice dell’Istituto delle Suore Oblate della Divina Provvidenza e prima donna afroamericana dell’America del Nord a essere proposta come modello di santità (papa Francesco la dichiarò venerabile nel 2023).
Tuttavia, è un altro il personaggio forse più interessante: Pierre Toussaint, nato schiavo in Haiti nel 1766 e morto come uomo libero a New York nel 1853. Gli è stata dedicata una biografia nel 2011; potrebbe persino uscirne un film tanto è avventurosa la sua vita. Il «pio parrucchiere di Brodway» venne dichiarato venerabile nel 1997; è uno dei sette cattolici afroamericani con una causa di canonizzazione in corso, una delle sei figure («uomini e donne cresciuti per condurre delle vite straordinarie») ricordate da Benedetto XVI a New York durante il viaggio negli Usa nell’aprile 2008. A oggi Toussaint rappresenta l’unico caso di un laico sepolto tra cardinali e vescovi nella cripta della cattedrale di San Patrizio. Il motivo? Filantropo di spicco, pur partendo da umili origini, è considerato il fondatore della Catholic Charities di New York. La sua eredità continua oggi, ad esempio col fondo per le borse di studio che porta il suo nome, gestito dall’Ufficio per la Pastorale dei neri dell’arcidiocesi di New York.
A rendere particolarmente significativa la figura in questione è pure il travagliato periodo storico che Toussaint ha attraversato. Haiti, infatti, è universalmente riconosciuta come la prima Repubblica nera al mondo, istituita il 1° gennaio 1804 dopo una rivolta organizzata e guidata da un gruppo di schiavi liberati; una vera e propria rivoluzione, che aveva fatto propri, rimodellandoli, gli ideali della Rivoluzione di Robespierre e compagni. Tant’è che gli haitiani “ribelli” vennero consacrati, in un celebre testo del 1938, come i «Giacobini neri». Pierre Toussaint non partecipò direttamente agli eventi che squassarono la storia della sua terra natale. Venuto alla luce nell’attuale capitale della Repubblica Dominicana (allora Santo Domingo era sotto Haiti), in una piantagione di canna da zucchero proprietà dei coniugi Marie-Celeste e Jean Bérard Duchapt, fu portato in America, insieme ai suoi proprietari, quando si scatenarono le prime avvisaglie dei “disordini” che avrebbero portato, decenni dopo, al rovesciamento del sistema coloniale.
Approdati nella Grande Mela, Jean Bérard – che aveva già l’aveva aiutato a imparare a leggere e scrivere – istruì Pierre nell’arte della parrucca, professione molto richiesta all’epoca dall’élite locale. Non dev’essere stato facile per Toussaint vivere da haitiano in un contesto nel quale la parità dei diritti era ben lontana dall’essere raggiunta. Ha scritto una biografa francese: «Pierre partecipava alla Messa ogni mattina alle 6 nella chiesa di San Pietro in Barclay Street, la stessa chiesa frequentata dalla futura santa Elizabeth Ann Seton. A causa del razzismo, non gli era permesso viaggiare in carrozza, quindi si spostava a piedi da una casa all’altra dei clienti per lavoro».
Il giovane si distinse in fretta per la sua bravura e non impiegò molto tempo per acquistarsi il favore della clientela, realizzando acconciature alla francese per le personalità ricche e famose della metropoli; tra questi anche Elizabeth Hamilton, nota filantropa, cofondatrice del primo orfanotrofio a New York. Quella di Jean Bérard si sarebbe rivelata una scelta provvidenziale: nel 1791, a soli quattro anni dall’arrivo negli Usa, la sua morte e la distruzione della piantagione in Haiti cambiarono radicalmente la situazione. Marie-Celeste Bérard arrivò a chiedere a Pierre di vendere i suoi gioielli per saldare un debito; lui respinse l’iniziativa, proponendole un versamento settimanale per le spese domestiche, finché le difficoltà finanziarie non fossero superate. Nessuno al di fuori della famiglia seppe mai che era Pierre a sostenere la donna caduta in disgrazia e il suo nuovo marito. Fosse un film, penseremmo a una trama sdolcinata. Ma qui è tutto vero.
Nonostante la sua incredibile generosità, Pierre dovrà aspettare lunghi anni per ottenere la libertà da Madame Bérard. Una volta libero, non l’abbandonò al suo destino (come di solito accadeva tra ex schiavi e relativi padroni) e continuò a prendersi cura di lei fino alla sua morte. Nel 1811 Pierre Toussaint sposò la venticinquenne Marie-Rose Juliette, una schiava che aveva aiutato a liberare; non avendo avuto figli naturali, i due adottarono Euphemia, nipote di Juliette. Parallelamente, Pierre cominciò ad adoperarsi in numerose attività filantropiche, diventando un pilastro della comunità cattolica e afroamericana di New York, tant’è che già nel 1951 una petizione ne chiedeva la beatificazione (la causa partirà, però, ufficialmente solo nel 1968). Fondò una scuola per bambini neri orfani e aiutò diversi seminaristi bianchi indigenti; sostenne finanziariamente la New York African Society for Mutual Relief, un’organizzazione di mutuo aiuto fondata all’inizio del XIX secolo. Contribuì generosamente alla realizzazione di varie chiese, fra le quali la cattedrale di San Patrizio, il che spiega l’eccezionale collocazione dei suoi resti mortali. Visitò – infine – molti malati e poveri, specialmente durante le epidemie di febbre gialla che ciclicamente colpivano la città.
Pierre morì nel 1853, quasi novantenne. Già l’anno successivo gli venne dedicata una biografia: Memoir of Pierre Toussaint, Born a Slave in St. Domingo. L’introduzione porta la firma di uno storico brasiliano, mentre in copertina campeggia una delle rare immagini del parrucchiere-benefattore: capelli bianchi, lunghi basettoni e sguardo fiero. È lo sguardo di chi è rimasto fortemente attaccato alle sue radici e orgoglioso della sua identità. Come spiegava il National Catholic Reporter del 12 maggio 2026, «dopo aver ottenuto la libertà, Pierre non assunse il nome del suo ex padrone. Scelse invece il cognome Toussaint, in onore del leader rivoluzionario della sua terra natale». Quel Toussaint Bréda, che diverrà noto come Louverture, di cui l’editrice francese Nouvelle Cité pubblicò qualche anno fa Lettres à la France (1794-1798). Idées pour la libération du Peuple noir d’Haïti. Leggendole, scrivono i curatori, si evince che Loverture «si basò sulla fraternità per costruire l’identità del nuovo popolo, rendendolo un vero ed autonomo soggetto politico». Anche Pierre Toussaint è stato protagonista di una rivoluzione. Silenziosa, ma pur sempre una rivoluzione.
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