Alla Galleria Borghese tutto il mito di Ovidio, «la Bibbia dei pittori»
Dalle riflessioni di van Mander ai capolavori di Bernini e Poussin, in collaborazione con il Rijksmuseum

Nel suo Libro dei Pittori (Het Schilderboeck, 1604), Carel Van Mander – noto come il “Vasari olandese” – offriva due raccomandazioni fondamentali: visitare l’Italia e studiare le Metamorfosi di Ovidio. A suo parere la conoscenza dell’autore augusteo era così importante da meritare una trattazione estesa e didascalica. Van Mander dedica, infatti, una intera sezione del suo corposo volume alla interpretazione (Wtlegginghe) delle Metamorfosi, cui segue una sorta di compendio iconografico dei miti che se ne potevano trarre (Wtbeeldinghe). Nel testo l’autore spiega le ragioni per cui le storie di Ovidio fossero un vero pilastro nella formazione del pittore, un nutrimento indispensabile, dal quale ciascun artista avrebbe potuto trarre ispirazione per creare storie al tempo stesso immortali e attualissime: «Questo volume è stato pubblicato nella nostra lingua già da qualche anno: molti non hanno saputo come interpretarlo, e hanno finito col deriderlo e condannarlo come privo di valore, pieno di bugie e inutile da leggere: il “duro guscio” dell’opera si è rivelato troppo difficile per loro, non avendo denti abbastanza affilati per morderlo e per arrivare a gustarne il frutto».
Van Mander – che è anche la prima fonte seicentesca a celebrare la grandezza di Caravaggio – definisce le Metamorfosi come una “Bibbia dei Pittori”, perché «molte storie dipinte ne furono tratte» e suggella l’intesa tra gli artisti nordici e l’iconografia ovidiana. D’altronde l’opera era da tempo un vero best-seller, oggetto di adattamenti e traduzioni sin dall’età medievale secondo quella formula di sincretismo culturale che preservò tanta parte della tradizione classica: nel quarto di secolo in cui Dante scriveva la Commedia, con evidenti riferimenti alle Metamorfosi, venne composto l’Ovide moralisé (1315-1325 ca.), una rivisitazione in chiave cristiana che circolò attraverso copie manoscritte mirabilmente miniate. L’Europa umanistica coltivò la passione per il poema della “trasformazione”: nei soli Paesi Bassi la prima età moderna vide la pubblicazione di più di 150 edizioni del libro e di questa fortuna si trova testimonianza anche in Erasmo, che nel De ratione studii (1511) ne raccomandava la lettura, ma soprattutto vi coglieva uno spunto sostanziale per il suo Elogio della follia, nel quale la protagonista prende la parola sfidando chiunque a paragonare le sue azioni alle «metamorfosi operate dagli altri dei»: «se sono ben disposti verso qualcuno, te lo cangiano di solito in albero, in uccello, in cicala o anche in serpente, come se lo stesso diventare un’altra cosa non fosse come morire!». Persino nella produzione artistica di un vero campione dell’identità nederlandese come Pieter Bruegel il Vecchio, il richiamo a Ovidio compare in un dipinto – peraltro sublime – come La caduta di Icaro, conservata ai Musei Reali di Bruxelles (1558).
Alla complessità di questo connubio tra antico e moderno, tra arte e letteratura, ma anche tra Italia e Nord Europa è dedicata la mostra “Metamorfosi”, frutto di una collaborazione tra la Galleria Borghese di Roma e il Rijksmuseum di Amsterdam. Curata da Francesca Cappelletti e Frits Scholten, l’esposizione è stata dapprima presentata in Olanda ed è ora giunta in Italia con l’inevitabile adattamento e l’implicito arricchimento offerto dalla preziosa collezione romana, che si giova dei richiami ad Ovidio creando spazi di approfondimento per alcune delle sue opere più rappresentative, a partire dai celeberrimi marmi berniniani, l’Apollo e Dafne e il Ratto di Proserpina. Un dialogo complessivamente efficace, in uno spazio storicizzato in cui è davvero arduo apportare variazioni senza compromettere l’armonia del contesto.
La mostra tenta di restituire la fortuna e l’attualità del racconto ovidiano, incentrato sul processo trasformativo come metafora della vita (intesa come viaggio e attraversamento di condizioni e stati d’animo, in un processo inarrestabile di ricerca affannosa, desiderio e sublimazione verso l’altro da sé) e della nostra relazione con il tempo e con la natura che ci circonda. Una riflessione che inevitabilmente traghetta il dinamismo cosmico, che è poi al cuore del testo, in una contemporaneità tragicamente in conflitto con la madre Terra. Si compone così una sequenza di temi che, traendo spunto dalle storie ovidiane, mette in campo un intreccio narrativo, estetico e materiale che dialoga costantemente tra passato e presente, esaltando il contrasto tra purezza della materia e artificio/tecnica/ingegno che quella materia cerca di imitare/rigenerare/trascendere. Richiami all’eclettismo e alle bizzarrie delle wunderkammern come alla ricerca alchemica, affiorano tra le vetrine, documentando la pervicacia con cui gli artisti hanno esplorato la pratica della “imitatio naturae”. La presenza di opere moderne e contemporanee (da Rodin a Gérome, fino alla coreana Anicka Yi, con i suoi Solar Loci del 2023) non si limita a testimoniare l’universalità del capolavoro di Ovidio, ma attesta la persistenza della trasformazione come soggetto cardine del fare artistico. Le storie selezionate (Apollo e Dafne, Diana e Atteone, Prometeo, Perseo, Narciso, Pigmalione, Plutone e Proserpina, Aracne, Leda e il Cigno) vengono proposte al pubblico attraverso il diretto rapporto tra il mito antico e la sua interpretazione in pittura e scultura, offrendo una quantità di aperture sul tema della creazione, del rapporto tra artista e materia, ma anche tra esperienza sensoriale e immagine. Spiccano alcuni prestiti d’eccezione, come la preziosa tavola dell’Apollo e Dafne di Pollaiolo giunta dalla National Gallery di Londra, o il bellissimo Eco e Narciso di Poussin concesso dal Louvre.
Il percorso non nasconde un suo profilo giocoso, che peraltro non manca nella inesauribile sequela di sventure che caratterizza la narrazione ovidiana. Lo rivela l’allestimento scenografico che irrompe, con alcune trovate spettacolari, nell’assetto neoclassico del Casino Borghese: come quella della vasca posta di fronte ad un magnifico arazzo millefiori con il mito di Narciso. Il gioco di riflessi coinvolge il visitatore e lo invita a specchiarsi, trasformando anche lui/lei – hic et nunc – in un personaggio del mito.
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