I buchi nell'organico, gli stipendi: il nostro viaggio nel "malessere" delle Forze dell'ordine
Dopo i fatti di Bologna, Avvenire esplora la "pancia" della sicurezza in Italia, con i suoi 260mila addetti

«Noi siamo solo agenti, non ci interessano le polemiche, noi dobbiamo stare in strada o in piazza a fare il nostro dovere, a tutelare la sicurezza dei cittadini. Certo, di motivi per essere amareggiati ne abbiamo...». Giovanni, lo chiameremo solo così perché preferisce non veder pubblicato il cognome («Parliamo, ma non voglio problemi...»), è uno dei centomila poliziotti italiani, un veterano della piazza e dell’ordine pubblico. Ne ha viste tante, ma i fatti di Bologna non lo lasciano indifferente: «La morte di qualcuno che era in nostra custodia è sempre un fatto gravissimo, come lo è - fammelo dire - che una massa di gente se la prenda con noi, tirandoci pietre, insultandoci, sputandoci addosso, senza capire quanto sacrificio ci sia in questo mestiere. Se va bene, invecchiamo dentro una divisa, rischiando la vita per senso del dovere, in cambio di una manciata di euro al mese. Chissà a quanti cittadini frega davvero come ci sentiamo. Ora i nostri sindacati hanno firmato il nuovo contratto, speriamo che sia migliore del precedente e non fumo negli occhi...». Ecco, quando accadono vicende come la morte di Abderrahim Fakir, la politica e l’opinione pubblica si dividono, pro o contro, come se bastassero gli slogan a far funzionare il comparto sicurezza. Ma si tratta di una macchina complessa e delicata che - grazie al costante lavoro di 260mila circa fra appartenenti alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri e alla Guardia di Finanza -, consente all’Italia di restare, dati del Viminale alla mano, un Paese sostanzialmente sicuro, in cui il totale dei reati è sceso del 9% nell’anno passato e quello degli omicidi addirittura del 15%. Ma qual è la serenità lavorativa di quei 260mila uomini e donne? Hanno mezzi, stipendi e motivazioni sufficienti? Per capirlo, abbiamo fatto un viaggio nella “pancia” delle forze dell’ordine, esaminato una serie di dati e provato a sondare le rappresentanze sindacali.
La «coperta corta»
nel presidio dei territori
Secondo il centro studi del Silp-Cgil, uno dei sindacati di Polizia, «al 31 dicembre 2025, a fronte di una dotazione prevista di 103.730 unità, il personale realmente in servizio (la forza effettiva) ammontava a 92.687 dipendenti, generando lo scoperto ufficiale di 11.340 unità». Altri sindacati, come il Coisp, stimano invece «una carenza di organico di 11mila unità: a fronte di un fabbisogno di 109mila operatori, attualmente ne sono in servizio 98mila». Secondo il Silp, attualmente la gestione della sicurezza ordinaria e delle grandi aree metropolitane poggia «sulla logica della “coperta corta” e dei trasferimenti temporanei, con deficit di organico drammatici». Per spiegarlo, dal sindacato fanno alcuni esempi, riferiti al personale di polizia in servizio in sei grandi città e province italiane. A Roma, a fronte di una pianta organica teorica stimata sui 12-13mila operatori per l'intera provincia (tra Questura, commissariati e reparti speciali), la carenza effettiva «oscilla costantemente tra il 20% e il 25%, traducendosi in un ammanco di 3mila unità operative rispetto al fabbisogno imposto dalla gestione quotidiana della Capitale e dei grandi eventi». A Milano , su una previsione teorica «di circa 5.900 unità tra uffici centrali e periferici», si registra un «sotto-organico cronico tra il 25% e il 30%, ossia 1.700 operatori in meno». A Genova e a Firenze , sempre col medesimo parametro, si contano «fra le 500 e le 600 unità in meno rispetto al fabbisogno». A Napoli, in un territorio storicamente difficile, «la pianta organica teorica provinciale si attestava attorno ai 4.500 - 4.700 operatori». Ma oggi, annota il Silp, «la forza effettivamente operativa in servizio sconta una scopertura del 20-25%, traducendosi in un ammanco reale di oltre 800 - 1.000 unità» Stime che si ripetono per Palermo , dove «la pianta organica teorica della provincia prevede circa 3.800-4.000 unità tra uffici investigativi, volanti e commissariati distaccati», ma la «carenza strutturale reale si attesta su un ammanco di 800-1000 poliziotti». Nemmeno la pioggia di nuove assegnazioni nelle Questure annunciate dal ministero dell’Interno convince il segretario generale del Silp Pietro Colapietro: «Siamo di fronte all’ennesima operazione di propaganda orchestrata da questo Governo».
Quelle stazioni dell’Arma chiuse di notte
E l’Arma dei Carabinieri, come sta messa? L’organico ufficiale prevede una forza di 117.943 unità, ma le persone in servizio operativo sono 108.963. Sui territori, da qualche anno diverse stazioni periferiche restano chiuse al pubblico di notte (dopo le 20), affidando la prima ricezione delle richieste d'aiuto a citofoni collegati con le centrali dei 112. «Noi denunciamo da tempo la carenza organica. I carabinieri rispondono al 70% delle richieste di sicurezza dei cittadini - argomenta Vincenzo Romeo, segretario generale della sigla “Pianeta Sindacale Carabinieri” -. Siamo in difficoltà nello svolgere il servizio quotidiano senza avere tempi di recupero energie, di organizzare le assenze dal reparto e gestire i livelli di stress». Il Governo, considera Romeo, «chiede più pattuglie al Comandante generale dell’Arma che, a sua volta, le chiede ai carabinieri. Noi soffriamo a dirlo ma chi porta gli alamari non può dire bugie: il nostro servizio è delicato e in queste condizioni non è sostenibile».
C’è un «buco» nel turn over?
Oggi l’età media dei poliziotti è alta, sui 45-50 anni. La legge di Bilancio ha alzato progressivamente l'età pensionabile e i requisiti di accesso alla quiescenza. Ma chi va via dovrebbe essere sostituito. Il “blocco” del turn-over, iniziato nel 2011 col Governo Monti, si è protratto fino a questa legislatura, col il tetto del 75% di nuove assunzioni fissato nella manovra 2025. A quel punto le sigle sindacali si sono mobilitate, evidenziando il paradosso di un esecutivo che - pur promuovendo decreti sicurezza a tutto spiano - rischiava di ridurre il personale sui territori. Così, dopo le proteste, nella manovra 2026 il Governo Meloni ha ripristinato la soglia del 100%, annunciando nuove assunzioni. Ma per il centro studi della Silp-Cgil rimane «un buco, perché il flusso dei pensionamenti va su una media di 5.000 unità l'anno solo per la Polizia, una voragine strutturale che le assunzioni nel 2026, circa 5mila, copriranno solo sulla carta, perché gli assunti materialmente entreranno in servizio nel 2027, quando ci saranno altri pensionati». Più ottimista è Domenico Pianese, segretario generale del Coisp: «Per troppo tempo la Polizia ha pagato il prezzo delle spending review . La situazione non può essere risolta dall’oggi al domani, ma finalmente il trend si sta invertendo. Le assunzioni autorizzate da questo Governo consentono di coprire integralmente il turn-over e, per la prima volta, si registrano 300 assunzioni in più rispetto ai pensionamenti. Un segnale concreto arriverà il 5 agosto, quando entreranno in servizio 3.133 nuovi poliziotti sul territorio nazionale». Infine, ad alimentare il malessere c’è la vexata quaestio degli stipendi. A fronte di turni faticosi e rischi seri, un poliziotto con venti anni di servizio e una qualifica, mettiamo, di assistente capo, percepisce sui 1.800 euro al mese. Qualcosa potrebbe migliorare col nuovo contratto. Tutte le sigle lo hanno firmato, ma qualcuna senza convinzione: «Gli aumenti previsti sono un’elemosina - conclude amaramente il segretario del Silp, Colapietro -. Noi abbiamo sottoscritto l’accordo solo perché l’attuale sistema di relazioni sindacali, vessatorio e liberticida, non ci ha lasciato altra scelta».
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