Léon Bloy: il cristianesimo
contro la borghesia

Esce per Nino Aragno “Il secolo delle carogne”, una raccolta di due feroci pamphlet dello scrittore cattolico francese. Tra invettiva, teologia e satira, l’autore scaglia la sua accusa contro il cattolicesimo accomodante
e la rispettabilità “dei ricchi”
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July 18, 2026
Léon Bloy: il cristianesimo
contro la borghesia
Lo scrittore Léon Bloy
«Il genio di Bloy non è né religioso, né filosofico, né umano, né mistico; il genio di Bloy è teologico e rabelesiano. I suoi libri sembrano vergati da un san Tommaso d’Aquino in collaborazione con Gargantua. Sono scolastici e giganteschi, eucaristici e scatologici, idillici e blasfemi. Nessun cristiano può accettarli, ma nessun ateo può compiacersene». Così scrive Remy de Gourmont in alcune pagine di Le Deuxième Livre de Masques che introducono a mo’ di prefazione Il secolo delle carogne (pagine 78, euro 15,00) il libretto di Léon Bloy curato da Alessandro Settimo appena uscito da Nino Aragno Editore, che oltre all’invettiva che dà il titolo al volume raccoglie anche un altro testo dello scrittore cattolico francese, Chiacchierata intorno ad alcune Carogne. About, Vallès, Victor Hugo. Bloy si ama o si detesta. In effetti in lui vibra qualcosa di insopportabile, ed egli stesso ne era ben conscio.
Vissuto tra il 1846 e il 1917, fu una delle voci più scomode, urticanti, ma impossibili da ignorare della letteratura cattolica europea tra fine Ottocento e primi del Novecento. Non si tratta di un teologo, né di un filosofo ma di un defensor fidei letterario aduso ad agitare il pamphlet come una sciabola soprannaturale, spavaldo nell’annerire pagine come se il Giudizio Universale fosse già in corso e lui l’unico ad essersene accorto. Nato a Périgueux, in Dordogna, da una famiglia di modeste condizioni, convertito al cattolicesimo sulla scia da Barbey d’Aurevilly, Bloy trascorre l’intera vita accontentandosi del suo lavoro alla ferrovie, in ostentate ristrettezze perché ritenute teologicamente necessarie. Non si tratta, la sua, di povertà per accidente, ma di povertà come vocazione, come testimonianza, come oltraggio al mondo borghese che tutto abbassa a contabilità. «È intollerabile, per la ragione, - ammonisce Bloy - che un uomo nasca imbottito di beni e un altro nasca nella più fetida fogna. Il Verbo di Dio è venuto in una stalla, in odio al Mondo, i fanciulli lo sanno, e tutti i sofismi demoniaci nulla cambieranno di quel mistero per cui la gioia del ricco ha come sostanza il Dolore del povero. Quando non si comprende questo, si è stupidi da qui all’eternità. Da qui all’eternità». Alla fine però muore solo, dimenticato dai più, con pochi franchi in tasca ma scrigni di manoscritti inediti. E non se lo nasconde quando egli stesso riconosce di essere «abbandonato da tutti, eccetto da due o tre poveri, prigioniero della miseria in un paese ostile ove nulla si può intraprendere, continuamente minacciato da tutto quanto può rendere la vita impossibile e non sapendo quando finirà questo tormento».
La fede di Bloy non ha nulla del pio raccoglimento domenicale. È una fede da fine dei tempi, pugnace e ruvida. Per lui il cristianesimo non è consolazione ma sconvolgimento. Cristo è tornato nel mondo e il mondo non se n’è accorto, continua a commerciare, a gigioneggiare nel conforto, ignaro dell’incendio che brucia sotto la crosta “borghese” dell’ordinario. Al centro della sua visione c’è una teologia della sofferenza secondo cui il dolore è la sola via che consente all’uomo di partecipare alla redenzione. Chi soffre è unito a Cristo, per Bloy. Chi è comodo e sazio, chi dorme abbandonandosi al benessere borghese, è già, in qualche senso, dannato. Se Bloy aveva un nemico eletto, non era l’ateo, ma il borghese. Eccolo qui descritto in poche parole. «Vigliaccheria, Avarizia, Imbecillità, Crudeltà. Non amare, non dare, non vedere, non comprendere e, per quanto si può, far soffrire. Giusto il contrario del Nolite conformari huic saeculo ». Ma il borghese alla fine dell’Ottocento assume tratti diversi. Diventa una figura mite, rispettabile, filantropica e moralizzante che riempie le parrocchie, finanzia le opere pie, si scandalizza per le parole grosse e vota per i partiti dell’ordine. Questo borghese Bloy lo detesta con una intensità che rasenta il sublime.
La borghesia, per Bloy, è il trionfo del mediocre elevato a sistema. È la civiltà delle buone maniere, del rispettabile compromesso tra Dio e il denaro. Il borghese è colui che svuota il cristianesimo della sua linfa profetica, lo imbottisce di lodevoli intenzioni e appende il crocifisso in salotto accanto al ritratto di famiglia. Ha addomesticato il Vangelo, riducendolo a un feuilleton, patinato e inoffensivo. «Noteremmo - precisa - che non c’è UNA sola parola del Salvatore o dei suoi Amici che non riceva ogni giorno, dalla Prudenza umana, la più ingiuriosa smentita; e i nostri devoti, come ci piace credere, sarebbero felici di sapere che parlano, tutto il tempo, come demòni». E prosegue ancora: «Ah, se i ricchi moderni fossero autentici pagani, idolatri dichiarati, nulla avremmo da ridire. Loro primo dovere sarebbe senz’altro di schiacciare i deboli, e quello dei deboli sarebbe di sfiancarli a loro volta, quando l’occasione si presentasse. Ma vogliono ciononostante essere cattolici, e cattolici di tale fatta. Pretendono di celare i loro idoli persino nelle adorabili Piaghe. Non dovrei forse apostrofarli come carogne?». La critica alla borghesia non è dunque soltanto morale. È, forse, ontologica. Il borghese razzola male ma parla peggio trasformando la lingua in uno strumento mellifluo di tepore e imprecisione. Soprattutto nel momento in cui ha fatto sue, snaturandole, le voci del cattolicesimo. La prosa di Bloy reagisce con violenza, a tutto questo. Brucia, sibila, insulta con una voluttà quasi liturgica. I suoi pamphlet sono disseminati di invettive memorabili che fanno impallidire i benpensanti. In un’epoca di fedi tiepide e polemiche a bassa temperatura, la voce di Bloy suona come qualcosa di insolito e disturbante: un uomo che credeva davvero, fino in fondo, senza sconti e senza diplomazia. Scegliendo da che parte stare. «Il ricco è un bruto inesorabile che siamo costretti a fermare con una falce o una raffica di mitraglia nella pancia... mi è impossibile guardare al ricco, e soprattutto al ricco cattolico, se non come al persecutore e divoratore del povero».

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