Colpire acqua ed energia è l'atto secondo della guerra Usa in Iran: ecco cosa si sta preparando
di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Si rafforza nella regione la macchina logistica americana che sta organizzando una nuova fase delle operazioni belliche: Washington starebbe valutando raid mirati contro infrastrutture strategiche civili nei pressi di Hormuz. Intanto diversi aerei cisterna statunitensi affollano l'aeroporto Ben Gurion in Israele

È un’illusione il silenzio del sabato che, dal tramonto di ogni venerdì, desertifica strade e piazze delle città israeliane. Dall’Iran arriva il bollettino di uno scontro che promette di peggiorare. E Washington ha chiesto a Israele di fare posto a decine di altri aerei cisterna, oltre ai circa sessanta già dislocati tra l’aeroporto Ben Gurion e la base di Ramon per rifornire in volo i caccia americani.
Il giorno di Shabbat non spegne i passaparola di “radio guerra”. Donald Trump valuta piani che includono la distruzione di centrali elettriche iraniane, nuove incursioni contro gli impianti nucleari e il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain. Non ha ancora deciso, ma l’ordine potrebbe arrivare da un momento all’altro. Intanto assicura agli americani che «stiamo vincendo alla grande in Iran» e che i risultati si vedranno «molto, molto presto».
Il salto di scala è già visibile. Gli Stati Uniti hanno colpito ponti, ferrovie e nodi logistici intorno a Bandar Abbas, piattaforma delle operazioni dei Guardiani della Rivoluzione nello Stretto di Hormuz. A Chabahar, sul Golfo dell’Oman, un’incursione ha fatto crollare la torre di sorveglianza del porto. Per Teheran serviva a controllare il traffico commerciale. Secondo il Comando Usa era invece parte della rete impiegata dai Pasdaran per «seguire e prendere di mira» le navi nello Stretto.
Teheran denuncia incursioni anche contro aeroporti e infrastrutture elettriche e ha risposto colpendo i Paesi che ospitano basi americane. In Kuwait è stata bersagliata una centrale collegata a un impianto di desalinizzazione, con incendi, danni e interruzioni nella produzione di energia. I Pasdaran promettono attacchi «più devastanti». Il comandante delle forze aerospaziali, Majid Mousavi, avverte che le operazioni «continueranno fino a quando non sarà ristabilita la pace sulla costa meridionale e nello Stretto di Hormuz».
Colpire acqua ed energia significa portare la guerra dai comandi militari ai rubinetti, agli ospedali, alla vita quotidiana. Nello Stretto quasi paralizzato, i marines americani hanno abbordato una petroliera per imporre il blocco dei porti iraniani. Washington spinge il traffico verso la rotta omanita. Teheran pretende il controllo del corridoio vicino alle proprie coste. Resta l’ipotesi di attaccare Kharg, principale terminale petrolifero iraniano.
E se l’Iran ordinasse agli Houthi di minacciare Bab el-Mandeb, l’altra strozzatura marittima che precede Hormuz, i due canali degli idrocarburi entrerebbero simultaneamente nella guerra, innescando una crisi globale dagli effetti incalcolabili. In Libano Hezbollah continua a confrontarsi con le forze israeliane schierate nel territorio meridionale occupato, ma per ora evita attacchi oltre confine tali da provocare la riapertura del fronte generale. Almeno fino a quando da Teheran non venisse decisa una tenaglia su Israele, con gli Houthi da Sud e i guerriglieri libanesi da Nord. A quel punto Netanyahu avrebbe gioco facile nell’interrompere qualsiasi ipotesi di ritiro dal Libano.
Proprio mentre le autorità siriane affermano di avere intercettato al confine iracheno missili, armi anticarro e droni destinati al movimento sciita libanese, Hezbollah nega che il carico fosse diretto alle proprie forze. Mentre gli Stati Uniti accumulano in Israele mezzi e infrastrutture per una possibile offensiva, Netanyahu non riesce a ottenere ciò che fino a pochi mesi fa sembrava automatico: un incontro con Trump. La visita prevista per domani è stata rinviata, ufficialmente dopo lo spostamento dei funerali del senatore Lindsey Graham. Secondo fonti citate dalla stampa americana, senza un colloquio con Trump e la fotografia nello Studio Ovale Netanyahu non avrebbe avuto interesse a compiere una visita puramente cerimoniale. Alla Casa Bianca pesano le divergenze espresse dalla leadership israeliana sulla vendita degli F-35 alla Turchia, sulla Siria e sul Libano, oltre al sospetto che Netanyahu abbia fornito valutazioni troppo ottimistiche sull’andamento del conflitto e sulle conseguenze di una nuova offensiva contro l’Iran.
L’escalation ora non è più soltanto possibile: è logisticamente preparata. Netanyahu può restare indispensabile come alleato operativo, non più come interprete delle politiche in Medio Oriente. Il prossimo segnale potrebbe non arrivare da Washington, ma dalle piste affollate di aerei cisterna dell’aeroporto Ben Gurion, mentre la crescente presenza militare ostacola il pieno ritorno delle compagnie internazionali nei cieli di Tel Aviv e Beirut.
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