Il vescovo di Palm Beach: «I bimbi separati dai genitori dopo le deportazioni sono una ferita»
di Elena Molinari, inviata a Palm Beach
Manuel de Jesús Rodríguez, salesiano, guida la diocesi americana che comprende Mar-a-Lago dal 24 febbraio scorso. «La Chiesa non vuole scontrarsi con lo Stato, ma collaborare per trovare soluzioni. Gli immigrati non sono nemici, sicurezza e dignità per le famiglie»

Leone XIV sta ridisegnando il volto dell'episcopato americano: quasi la metà dei vescovi finora nominati negli Stati Uniti è nata all'estero. Avvenire dedica una serie a questi nuovi pastori, la cui esperienza personale della migrazione illumina il servizio nelle diocesi affidate loro. Questa puntata presenta Manuel de Jesús Rodríguez, nuovo vescovo di Palm Beach, che comprende Mar-a-Lago.
È difficile non notarlo: un metro e 99, la stazza di un giocatore di football, è il vescovo più imponente degli Stati Uniti. Ma la presenza di Manuel de Jesús Rodríguez a un tiro di schioppo dalla residenza di Donald Trump sarà impossibile da ignorare anche per altri motivi. Originario della Repubblica Dominicana e cresciuto alla scuola di don Bosco, per diciassette anni ha guidato a Brooklyn la parrocchia di Our Lady of Sorrows – 17mila fedeli in gran parte immigrati – con una determinazione diventata proverbiale. Dal 24 febbraio è il primo vescovo di origine ispanica di Palm Beach, una delle realtà più multietniche degli Usa.
Come sta vivendo questi primi mesi nella diocesi?
Con grande gioia. È una realtà molto viva, dove la popolazione cresce rapidamente, insieme al desiderio di evangelizzazione. Qui non si parla di chiudere parrocchie, ma di aprirne di nuove. Abbiamo venti scuole cattoliche, tantissimi giovani e circa seicento ragazzi che si stanno preparando a partecipare alla Giornata mondiale della gioventù in Corea. È una Chiesa piena di entusiasmo.
Lei viene da una famiglia semplice. Quanto ha inciso sulla sua vocazione?
Moltissimo. Sono cresciuto a Moca, circondato da donne che facevano del bene. Mia nonna faceva parte di un gruppo di vedove che aiutava le madri sole del paese, mia madre raccoglieva vestiti per i poveri della parrocchia. Ho vista fede e carità nella mia famiglia.
Poi è arrivata Brooklyn. Che cosa le hanno insegnato questi anni?
Che la Chiesa è davvero universale. Ho servito una comunità composta quasi interamente da immigrati. Ho imparato che ogni famiglia porta con sé una sofferenza e una speranza. Questa esperienza mi accompagna ogni giorno.
La Florida vieta le giurisdizioni “santuario”. Allo stesso tempo ha una fortissima presenza di immigrati. Come vive questo contrasto?
Oggi affrontiamo una doppia sfida: la politica federale e quella dello Stato, entrambe molto dure nei confronti dell’immigrazione. Noi cerchiamo di rispondere accompagnando le persone, attraverso la Caritas, i servizi legali e il lavoro quotidiano delle parrocchie.
Qual è oggi la sua preoccupazione più grande?
Le famiglie. Sono la mia priorità assoluta. Vedo bambini separati da uno dei genitori dopo una deportazione, adolescenti costretti a lasciare la scuola per aiutare la famiglia. Sono ferite profonde, psicologiche oltre che economiche. È una catena di sofferenza che colpisce soprattutto chi non ha commesso alcun reato, ma lavora onestamente da anni e contribuisce al bene del Paese.
Molti vedono quei migranti solo come un problema di sicurezza...
Gli immigrati non sono nemici di nessuno: sono loro a sostenere l'economia della Florida e degli Stati Uniti, perché fanno un lavoro che nessun altro fa. È vero che alcuni sono autori di reati: non lo nego. Ma vale per una minoranza, come in qualunque gruppo sociale. Non possiamo trattare da criminali chi un crimine non l'ha commesso. Il 20% dei militari statunitensi è di origine ispanica, viene da famiglie di immigrati. Immagini che cosa significherebbe, per la sicurezza del Paese, cancellare quel 20%.
Che cosa chiede la Chiesa?
Che la legge venga applicata nel rispetto della dignità umana e dello stato di diritto. Ogni giorno riceviamo notizie di arresti e deportazioni eseguiti senza il tempo necessario perché le persone possano esercitare i loro diritti. Gli Stati Uniti celebrano i loro 250 anni come nazione fondata sul rispetto della legge. Questa politica entra in contraddizione con quei principi.
Esiste uno spazio di dialogo con le autorità?
Le nostre porte sono sempre aperte. La Chiesa non vuole scontrarsi con lo Stato, ma collaborare per trovare soluzioni. Siamo rimasti molto colpiti dalla cancellazione dei fondi federali destinati al programma che assisteva i minori arrivati soli alla frontiera, spesso vittime della tratta. Non era un programma politico: era un modo per proteggere dei bambini.
La sua diocesi comprende anche Mar-a-Lago. Andrà a bussare alla porta di Trump?
Non ho alcuna intenzione di creare uno scontro con il presidente. Lo rispetto come autorità del Paese e prego per lui. So che è un uomo di fede. Chiedo allo Spirito Santo di guidarlo perché possa trovare modi efficaci per garantire la sicurezza senza compromettere la dignità delle persone. Sa quanto gli immigrati siano essenziali per l'economia americana. Spero che possa guardare alle esperienze del passato, come quelle dell'Amministrazione Reagan, che trovò soluzioni creative senza umiliare le persone.
Papa Leone XIV ha nominato molti vescovi nati all'estero negli Stati Uniti. Che messaggio vi legge?
Profondamente evangelico. Come hanno ricordato sia Francesco sia Leone, nella Chiesa non esistono stranieri: esistono solo fratelli e sorelle. Siamo una Chiesa universale. Non abbiamo confini. L'unica bandiera che riconosciamo è l'amore di Gesù Cristo.
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