Che cos'è e come è nato il voto segreto, protagonista della riforma elettorale

di Redazione romana
Lo scrutinio non palese fu introdotto già nei lavori della Costituente per una questione legata all'indissolubilità del matrimonio
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July 17, 2026
Il tabellone della Camera in modalità voto segreto per l'approvazione della legge elettorale
Il tabellone della Camera in modalità voto segreto per l'approvazione della legge elettorale / ANSA
È stato il gran protagonista di questi giorni: il voto segreto ha acceso gli animi a Montecitorio, con la sua presenza incombente che ha portato alla clamorosa sconfitta del Governo sulle preferenze. Frutto delle anomalie - mai chiarite - delle norme parlamentari, che alla Camera lo prevedono all’art. 49 del regolamento come facoltà sulle leggi elettorali (è escluso, invece, sulle leggi di bilancio e collegate), mentre al Senato è negato. Una lunga storia, quella di questa specifica forma di voto, spesso finita al centro di polemiche per l’emergere di franchi tiratori (famosi gli episodi che videro “impallinare” Franco Marini e Romano Prodi nella corsa al Quirinale) o per esiti clamorosi, come la recente elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, quando emersero 16/17 voti che non facevano parte del centrodestra.
La norma generale, nell’Italia repubblicana, vuole che la segretezza sia garantita per i voti che riguardano le persone (appunto le elezioni del capo dello Stato e dei presidenti delle Camere) e, quando ne viene fatta richiesta, su temi che incidono sui principii e sui diritti di libertà. Già l’origine, d’altronde, dice molto su questa particolare tipologia. Per la prima volta fu usato durante la Costituente. All’epoca il regolamento, che aveva ripreso quello della Camera dei deputati del Regno d’Italia, prevedeva che fosse obbligatorio per tutte le votazioni finali sui progetti di legge. La sua validità come principio fu poi ribadita nell’art. 48 proprio della Costituzione, laddove si sancisce che il voto di noi cittadini, a partire da quello nelle urne, «è personale ed eguale, libero e segreto», per l’appunto.
Il 23 aprile 1947 l’assemblea costituente si trovò nello specifico a discutere un emendamento (era del socialista Grilli) che puntava a cancellare dall’art. 23 del progetto di Costituzione (poi divenuto il 29 nel testo definitivo) la parola «indissolubile» accostata al termine «matrimonio», come archetipo della «famiglia come società naturale».
Un gruppo di deputati chiese che l’emendamento venisse votato a scrutinio segreto, richiesta che suscitò un’accesa discussione (che vide intervenire personalità come Giovanni Gronchi, il Dc futuro capo dello Stato, e Palmiro Togliatti, allora segretario del Pci) dato che la questione del matrimonio era un tema molto spinoso. I promotori dell’istanza erano convinti che, nel segreto dell’urna, alcuni costituenti avrebbero votato secondo coscienza e non secondo le direttive dei propri partiti. Così fu e, in effetti, l’emendamento passò con 194 sì e 191 no sui 385 presenti. Una questione di coscienza legata alle sensibilità sui diritti, come si vede. Che poco sembrano avere a che fare, invece, con la legge elettorale e con gli scranni da assegnare di oggigiorno.

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